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Rubrica nata dalla collaborazione tra AGIS e Università Telematica Internazionale Uninettuno che esplora le dinamiche del mutamento sociale nella contemporaneità a partire da riflessioni legate al mondo dello spettacolo, dell’arte e della cultura.

 

Responsabile Scientifico

Carmelo Guarino, docente di Mutamenti sociali, democrazia e patrimonio culturale presso la Facoltà di Beni Culturali dell’Università Telematica Internazionale Uninettuno

Un fotogramma da Jurassic Park

ScenaRi

La fine dell’ambientalismo 

di Carmelo Guarino

Tempo di lettura: 5 minuti

Il nuovo episodio di Jurassic World. La rinascita, diretto da Gareth Edwards, nonostante le critiche controverse, è un’esperienza adrenalinica travolgente per gli amanti del genere fantascientifico. Secondo i dati di Box Office Mojo, dal 2 luglio 2025 il film ha incassato oltre 855 milioni di dollari nel mondo. Si tratta del settimo capitolo stand-alone della saga di Jurassic world che – inaugurata da Steven Spielberg nel lontano 1993 e tratto dal best seller pubblicato da Michael Crichton nel 1990 – combina brillantemente avventura e azione, commedia e fantascienza, fantasy, horror e thriller, grazie a sceneggiatori visionari, nonché all’eccezionale cast che vede come protagonisti la ironica e sensuale Scarlett Johansson e il due volte premio Oscar, Mahershala Ali (Moonlight e Green Book). Anche questa volta gli sceneggiatori americani, in questo caso della statunitense Universal Picture, sono riusciti a realizzare un vero blockbuster i cui soggetto e trama offrono allo spettatore, oltre che puro intrattenimento, uno spazio infinito di suggestioni e riflessioni nei più disparati e inimmaginabili ambiti dello scibile umano. 

Certo è che la narrazione dell’intero franchise sembra rievocare il controverso e drammatico rapporto uomo-natura nel tempo dell’Antropocene che, senza tema di smentita, lascia presagire gli esiti più esiziali. Da un lato, un homo sapienssempre più avido e prepotente, mosso da un atavico e irrefrenabile istinto predatorio, che gioca a improvvisarsi demiurgo, divinità dell’olimpo, trinità biblica e, dall’altro, una natura che, nonostante la sua straordinaria capacità di rigenerazione e metabolizzazione della devastante azione antropica, comincia a rivelare segni di cedimento. Basti pensare alla gigantesca isola di detriti plastici antropogenici, denominata Great Pacific Garbage Patch, che galleggia nell’Oceano Pacifico settentrionale centrale, tra la California e le Hawaii e che fu scoperta nel 1997 dall’oceanografo Charles J. Moore in occasione della regata velica Transpacific Yacht Race. Secondo l’olandese Ocean Cleanup Foundation a oggi l’isola è costituita da circa 1,8 trilioni di frammenti di plastica e microplastica, per un peso stimato di circa 100.000 tonnellate che galleggiano su un’area superiore a 1,6 milioni di km² (oltre 2 volte la superficie del Texas, 3 volte quella della Francia), con una revisione a rialzo delle stime pubblicate nel 2018 da Lebreton et al., su Nature. Come ha raccontato ad aprile scorso la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) sul sito del National Geographic, l’isola è composta prevalentemente da plastica e microplastica tenuta insieme sia dall’imponente vortice subtropicale del Pacifico settentrionale che dalle reti abbandonate dai pescatori, soprattutto, nei casi di pesca illegale o di intemperie. Proprio per questo l’isola, che tuttavia non è l’unica al mondo, rappresenta un gravissimo pericolo per quell’ecosistema marino, oltre che per molte specie animali. E così tartarughe, foche, albatros non solo corrono il rischio di avvelenamento o intossicazione scambiando le plastiche che, per effetto della “fotodegradazione”, assumono l’aspetto di prede, ma anche di restare imbrigliati nelle reti. 

Il fallimento di Agenda 2030 e il nuovo spirito del tempo

Ormai l’azione antropica ha determinato una crisi planetaria inedita che, dall’inquinamento ambientale alla desertificazione, dal cambiamento climatico alla crisi della natura e alla perdita di biodiversità, sembra aver raggiunto – come sostiene Partha Dasgupta, uno dei più autorevoli economisti al mondo, dell’Università di Cambridge – un livello di estensione tale da compromettere il raggiungimento dei 17 UN’s Sustainable Development Goals (SDGs) di Agenda 2030. Già nel 2021 Dasgupta, nel suo The economics of biodiversity, scriveva che, in un tempo in cui la sostenibilità si impone come imperativo categorico nel rapporto con la natura, l’uomo contemporaneo, mosso dal desiderio di accumulazione, dalla propensione all’egoismo e dall’istinto di avidità, ha scelto di perseverare in modo diabolico danneggiando, saccheggiando e distruggendo lo stesso ecosistema indispensabile alla propria esistenza. Proprio quei 17 obiettivi che riassumevano il concetto di “sviluppo sostenibile” che nel 1987 la Commissione Brundtland aveva definito come “uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri”. 

Vale la pena di ricordare anche l’Emissions Gap Report 2023: Broken Record e l’Emissions Gap Report 2024: No more hot air … please! dello United Nation Environment Programme (UNEP) secondo cui la crisi ambientale planetaria continua a peggiorare. Nel 2024 le emissioni di gas serra hanno raggiunto la soglia critica di 57,1 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente (GtCO2eq) con un incremento dell’1,3% rispetto all’anno precedente. Da qui l’urgenza di una significativa riduzione delle emissioni complessive del 30-40% entro il 2050 proprio da parte dei paesi maggiormente inquinanti sia per ridurre il surriscaldamento globale di 0,5-2 °C, che per prevenire almeno 20 milioni di morti premature nel mondo correlate all’inquinamento e ai cambiamenti climatici, soprattutto nei paesi più poveri. 

Quegli auspici della Commissione Brundtland sono stati ormai calpestati, il concetto di “sostenibilità” sembra un vecchio arnese in disuso, il trumpiano drill, baby drill, incarna lo spirito del tempo, gli Stati uniti per la seconda volta sono usciti dagli accordi di Parigi del 2015, il negazionismo ambientale ha ripreso vigore e il Green new deal sembra ormai del tutto fuori dall’agenda dell’UE, con i termini per la conversione green che slittano sempre in avanti. Anzi, proprio termini come “energia pulita”, “crisi climatica”, “scienza del clima”, insieme ad altre quasi 200 parole ed espressioni, sono stati rimossi forzatamente dalla discussione pubblica, oltre da documenti e siti federali ufficiali. Come se eludere o rimuovere un problema dalla significativa rilevanza sociale dalla discussione pubblica, demolendone la dimensione semantica e demonizzandone o, peggio ancora, dileggiandone i sostenitori, volesse dire risolverlo.

Homo sapiens e il saccheggio della natura

Nel 2018 alcuni ricercatori del California Institute of Technology e dell’israeliano Weizmann Institute of Science, in un interessante articolo dal titolo “The biomass distribution on Earth” pubblicato sul prestigioso Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America, hanno censito i regni viventi che compongono la biomassa. Questi i risultati: il regno vegetale domina la biomassa terrestre per circa l’86%, i funghi per l’1,2%, gli animali appena per lo 0,3%, altri microrganismi la parte restante. Nel regno animale, poi lo 0,01% è rappresenta dal regno umano. Eppure, come ci ricorda Stefano Mancuso in Fitopolis, la città vivente del 2024, sorprende come l’homo sapiens che nel 1758 Linneo aveva collocato tra i “primati”, ossia tra i migliori, si sia tirato “fuori dalla natura e, ovviamente, al di sopra”, prendendone le distanze e sottoponendola a un saccheggio crudele e inarrestabile, in virtù di una logica tassonomica priva di alcun fondamento scientifico, ma che lo vede dominare su tutte le specie esistenti. Tutto alla luce di un modello di sviluppo capitalistico che – alla ricerca spasmodica di nuove risorse da sfruttare, ormai diffuso su scala planetaria, e fondato sull’idea assurda di una crescita senza fine – manipola e distrugge gli ecosistemi naturali senza più distinguere tra natura ed esseri umani: la deforestazione amazzonica e l’espulsione delle popolazioni locali dai loro luoghi ancestrali, ne è la rappresentazione più crudele e disumana. In questo senso, quella stessa logica alla base del rapporto uomo-natura, applicata alle comunità umane e sensibile all’immagine del “gladiatore” – che si deve al biologo Thomas Huxley, contemporaneo di Charles Darwin, – assume la consistenza di quella guerra hobbesiana di tutti contro tutti che restituisce una sinistra, drammatica, forma allo spirito del tempo. 

Gaia, scienza e diritto internazionale

Inevitabile riconoscere che le responsabilità dell’attuale collasso ambientale sono tutte di homo sapiens: la tossicità pervasiva dei gas serra, gli effetti capillari e ormai drammaticamente tangibili del surriscaldamento globale, le deforestazioni selvagge dal Borneo all’Amazzonia, lo scioglimento dei ghiacciai come per esempio in Bolivia, l’erosione antropica di territori ed ecosistemi per l’ampliamento o la costruzione di nuove città con la progressiva estinzione delle biodiversità. Non appare casuale che lo statunitense Niles Eldredge della Columbia University e del newyorkese American Museum of Natural History, paleobiologo ed evoluzionista tra i più prestigiosi e autorevoli al mondo, abbia parlato di “Gaiacidio”. Scrive Telmo Pievani, in Dove comincia l’uomo del 2025, che proprio le condizioni di Gaia stanno peggiorando a ritmi esponenziali inimmaginabili: “Stiamo cioè rinnegando la nostra appartenenza alla casa naturale, relegandola a panorami vacanzieri e film naturalistici. O, all’opposto, considerandola sempre più alla stregua di un pericoloso nemico … Tendiamo ancora a pensare che la Bibbia avesse ragione nel dichiarare che le ricchezze fisiche e biologiche di Gaia sono state messe lì da un immaginario Onnipotente espressamente per il nostro uso. E, nella nostra fretta di depredare queste ricchezze, non ci preoccupiamo delle estinzioni che si accumulano con la stessa rapidità della nostra crescita. Abbiamo avvelenato e sfigurato Gaia”. E se le evidenze scientifiche non dovessero bastare, vale la pena di ricordare la recente pronunzia della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja che configura un precedente ineludibile rispetto ai temi del cambiamento climatico. Infatti, il parere consultivo del 23 luglio 2025 pronunziato dal suo presidente, il giapponese Iwasawa Yuji, ed emesso in seguito a un’istanza presentata nel 2019 da un gruppo di studenti di Vanuatu, un Paese insulare dell’Oceano Pacifico fra i più funestati dall’innalzamento del livello del mare, che ha visto il consenso non solo dello stesso governo locale ma anche di ben 132 Stati dell’Assemblea Generale dell’Onu, ha definito il cambiamento climatico “una minaccia esistenziale” rispetto al quale gli Stati hanno “precisi obblighi” la cui violazione configura “illecito” e le sanzioni “possono includere il risarcimento integrale del danno subito dagli Stati lesi sotto forma di restituzione, compensazione e soddisfazione”. 

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