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Rubrica nata dalla collaborazione tra AGIS e Università Telematica Internazionale Uninettuno che esplora le dinamiche del mutamento sociale nella contemporaneità a partire da riflessioni legate al mondo dello spettacolo, dell’arte e della cultura.

 

Responsabile Scientifico

Carmelo Guarino, Giornalista pubblicista e Professore associato di Sociologia generale presso l’Università Telematica Internazionale “Uninettuno” di Roma dove insegna Mutamenti sociali, democrazia e patrimonio culturale ed è direttore del Master in Patrimonio culturale, cibo e società

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L’overtourism e la mutazione delle città italiane

di Carmelo Guarino

Tempo di lettura: 6 minuti

Confesso che tra tutte le serie proposte dalla mia pay per view, quella che più mi avvince è The White Lotus ideata, scritta e diretta da Mike White e prodotta da HBO. La quarta stagione è attesa non prima del 2027, del resto le riprese sono appena iniziate. La serie racconta di resort di lusso (dalle Hawaii alla Thailandia passando per Taormina) che cambiano di stagione in stagione e del loro personale dipendente, di ospiti ricchi, volubili e capricciosi, di omicidi e sospetti, di paesaggi incontaminati ed esistenze ai margini, di arrampicatori e predatori e di suprematismo bianco. Anche se la vera protagonista è una satira leggera ed esilarante, ma al tempo stesso cinica e spietata. E White è riescito a raccontarlo grazie alla geniale sceneggiatura e alla sapiente regia che insieme combinano tragedia e comicità. Il cast è stellare. Giusto per fare alcuni nomi: Murray Bartlett e Jennifer Coolidge, Alexandra Daddario e Jake Lacy, Sydney Sweeney e Molly Shannon, Sabrina Impacciatore e Theo James, Tom Hollander e Aubrey Plaza, Carrie Coon e Michelle Monaghan. E come scordare il compositore polistrumentista, pluripremiato agli Emmy Awards, Cristobal Tapia de Veer, autentico “genio musicale” – come ricorda il sito IMDb.com – che con le sue musiche “ipnotiche e caotiche”, da Renaissance a WaterTower fino a Enlightenment, ha descritto magistralmente la tensione crescente dell’atmosfera narrativa, tra comicità e tragedia. Non a caso la serie ha fatto il pieno di premi dai Golden Globe agli Astra Awards, dai Critic’s Choice Awards agli Emmy Awards, dagli Screen Actors Guild fino ai British Academy Television Awards.

E siccome la realtà, come spesso accade, supera di gran lunga la genialità degli sceneggiatori, anche di quelli più immaginifici e fantasiosi, inevitabilmente la piaga di un turismo di massa, originariamente definito overtourism, ormai fuori controllo si impone con prepotenza nelle nostre vite. Un tema assai discusso da Salvatore Settis e Tomaso Montanari addirittura durante i primi anni del nuovo secolo, quando parlavano della metamorfosi delle città e della loro trasformazione in grandi parchi divertimento o, meglio ancora, dell’inarrestabile e incontrovertibile processo di “disneylandizzazione” in corso nel nostro Paese. Ma anche in quel caso, la realtà ha superato significativamente tutte le previsioni, anche le più visionarie. E così le nostre città si stanno trasformando in veri e propri villaggi gastronomici che, oltre a impregnare il microclima urbano già compromesso dai gas di scarico, stanno soppiantando quegli itinerari storico-architettonici ed artistici faticosamente realizzati nel passato grazie a collaborazione tra istituzioni locali e UNESCO. E il Corso Vittorio Emanuele di Palermo con il suo itinerario Arabo-Normanno, probabilmente ne rappresenta la più drammatica e icastica testimonianza. 

Da capitali della cultura a capitali dello street food

E così appare quanto meno più appropriato parlare di “foodification”. Non a caso già nel marzo 2025 il francese Le Magazine di Le Monde titolava “Rome, l’empire du tourisme: la «disneylandisation» de la capitale italienne préoccupe ses habitants”. Qualche mese dopo, in un reportage del 18 ottobre, il New York Times a proposito di Palermo, in un articolo dal titolo “The spritzes and carbonaras that ate Italy” raccontava che

Nell’ultimo decennio, la crescente diffusione del turismo ha trasformato i centri storici delle città italiane. Alcuni sono diventati più vivaci e multiculturali, altri hanno iniziato a svuotarsi dall’interno. Il centro di Roma ha perso oltre un quarto dei suoi abitanti negli ultimi 15 anni, e la popolazione dei centri di Venezia e Firenze è diminuita a ritmi molto più rapidi rispetto al resto delle città. Le città italiane dipendono sempre più dal turismo, che rappresenta il 13% dell’economia del Paese, e il turismo enogastronomico è quasi triplicato nell’ultimo decennio, secondo l’Agenzia nazionale per il turismo. Il cambiamento è visibile nelle insegne dei bed and breakfast che affollano gli ingressi dei palazzi residenziali e nelle flotte di minivan, golf cart a dieci posti e valigie extra-large che sobbalzano sui ciottoli dei vicoli stretti. E una delle manifestazioni urbane più pervasive dell’era del turismo è l’esplosione di negozi di limoncello, bar del tiramisù e onnipresenti piatti di spaghetti che hanno invaso le vie centrali […] A Palermo, dove il turismo rappresenta quasi il 10 per cento dell’economia, il numero di ristoranti del centro città è raddoppiato negli ultimi 10 anni.

Ma davvero il turismo vale il 13% dell’economia italiana? Secondo le stime più recenti dell’ISTAT e del Sole 24ore, l’impatto del turismo sull’economia nazionale si aggira intorno ai 247 miliardi, pari all’11% del PIL. Non so quanto questo dato sia rilevante, soprattutto se questo compromette con la qualità di vita dei cittadini residenti, che poi sono quelli che veramente con le proprie tasse pagano i servizi pubblici, compromettendone la quotidianità, condizionandone i tempi di vita, impedendone la fruizione dei propri spazi comuni, delle proprie strade, delle proprie piazze. In un articolo del 2 luglio scorso, pubblicato sulle pagine de la Repubblica, Giovanni Laino (che insegna Politiche urbane e progettazione partecipata presso il Dipartimento di Architettura all’Università di Napoli “Federico II”), a proposito di Napoli e dei suoi flussi turistici, scriveva che servirebbe una politica di “controlli efficaci, costanti e stringenti” capace di porre dei limiti rispetto al quale, invece, prevale “il lasciar fare, la tolleranza di pratiche informali sino a quelle del tutto illecite …” e che configura comunque una sorta regolazione, anzi di “sregolazione”. Un vero e proprio sistema di governo che, pur in presenza di norme e regole, evita o sorvola sui controlli e di cui approfittano opportunisti di ogni sorta a discapito dei beni comuni, cannibalizzando i territori urbani, dalle aree UNESCO fino ai quartieri periferici. In particolare, continua Laino, l’economia ingenerata dal turismo ha un impatto selettivo sul tessuto sociale e occupazionale poiché “oltre alla tendenziale distruzione della scena e delle funzioni tipicamente urbane, commerciali e di servizio per abitanti stabili … alcuni arrivano ad arricchirsi ma per molti altri ci sono poco più che briciole e per altri ancora ci sono soprattutto costi e disagi … La struttura occupazionale del settore presenta tratti di persistente fragilità e infatti include strati di popolazione in condizioni di povertà, coinvolti, soprattutto se immigrati, con bassi salari, funzioni e turni di lavoro pesanti e precarietà. Diffusione di rapporti di lavoro atipici, impieghi a tempo determinato, informalizzazione e articolazione contrattuale molto frammentata, bassissima protezione sindacale”. 

Il “turismo cafone”: una piaga sociale

Invitato da Stefano Del Soldà, nella puntata di Tutta la città ne parla su Rai Radio 3 del giorno successivo, Laino rincara la dose “ … il turismo massificato distrugge i luoghi e distrugge il turismo stesso … è evidente che ci vuole governo e gestione sensata dei limiti … è evidente che c’è un problema di limiti di corpi umani compresenti … una parte consistente dell’economia turistica è un’economia stracciona, è un’economia che sfrutta i lavoratori … lavoratori di bassa qualifica e spesso immigrati”. Certo è che il danneggiamento della “Sedia di Van Gogh” di Nicola Bolla, esposta a Palazzo Maffei a Verona, e lo sfondamento del “Ritratto di Ferdinando de’ Medici Gran principe di Toscana” di fine Settecento di Anton Domenico Gabbiani, esposto agli Uffizi, motivati dalle nobili ragioni di un selfie piuttosto che dalla trascurabile ricerca del piacere e del godimento intellettuale derivato dalla conoscenza, sfatano impietosamente il mito di goethiana memoria del viaggio come esperienza etica ed estetica. Tutto questo, mentre da Nord a Sud crescono i comitati cittadini contro il turismo di massa e perfino la Chiesa lancia l’allarme contro i pericoli dell’overtourism (come ha fatto lo scorso dicembre l’arcivescovo di Firenze, Gherardo Gambelli), nell’ignavia di una classe dirigente culturalmente inadeguata, impreparata sul piano amministrativo e incolta su quello politico, che ha accolto come una manna dal cielo questo turismo, incapace di immaginare e realizzare politiche strutturali di crescita nel lungo periodo. Basti pensare che, a fronte delle stime del Sole 24ore di giugno scorso, secondo cui si prevedono oltre 485 milioni di presenze internazionali, in crescita rispetto ai 476,9 milioni del 2025, le uniche politiche adottate dalle amministrazioni vanno dall’aumento delle tasse di soggiorno ai ticket di ingresso nelle città d’arte come Venezia fino ai pedaggi, come nel caso alle Tre Cime di Lavaredo.

Ma tant’è, nell’età del turismo post Covid (chissà per quanto tempo ancora quella pandemia potremo utilizzarla come alibi per giustificare tutte le nostre debolezze!) e della spasmodica ricerca di intrattenimento e divertimento cheap, che ha perfino istituito le Capitali dello Street food e sperimentato lo Spritz da asporto, c’è qualcosa di più disorientante: l’indifferenza e la non curanza per le ragioni dei luoghi e delle persone. Come ha raccontato il 2 luglio scorso Gabriele Fusar Poli sulle pagine del Corriere della Sera “Arrivano dalle montagne venete le prime avvisaglie di ‘turismo cafone’ versione 2026”. In particolare, lo scorso 21 giugno, l’elicottero “Leone” del Soccorso alpino e speleologico del Veneto, diretto verso uno dei numerosi rifugi presenti sulle Dolomiti per prestare soccorso a una persona che aveva accusato un malore, non è riuscito ad atterrare in una piazzola del Bellunese per via di una decina di turisti distesi a prendere il sole sull’elisuperficie. Infatti, anche se la piazzola era contrassegnata da una grande “H” e nonostante l’evidente tentativo di atterraggio di “Leone”, quei turisti non si sono mossi. Ma il premio della demenzialità va a quei turisti che, addirittura, dopo una vacanza in Serina e Selvino nel territorio montano lombardo, così come raccontato da Virginia Nesi sempre sul Corriere della Sera del 27 luglio di quest’anno, si sono lamentati sui loro social per i rumori dei campanacci al collo dei cavalli e delle mucche. 

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