Con un fortunato reality iniziato ormai parecchi anni fa, il dott. Younan Nowzaradan, prima con il suo My 600-lb Life e poi con lo spin-off Where are they now? (trasmessi per il digitale italiano Real Time della Warner Bros Discovery coi titoli Vite al limite e Vite al limite. E poi …) ha esplorato quell’universo dell’animo umano popolato da fantasmi e demoni, figli di traumi e sofferenze, inadeguatezze e smarrimenti, talmente laceranti da rendere insopportabili le vite di milioni, se non di miliardi, di persone nel mondo. Da quando è andato in onda per la prima volta, nel febbraio del 2012, per lo statunitense satellitare The Learning Channel (TLC della Warner Bros. Discovery) il dott. Now, per il pubblico più affezionato, continuamente citato in tutte le discussioni sui nostri stili di vita e sulle nostre abitudini alimentari, ha raccontato, al di là delle retoriche antropologiche e attraverso le storie di tanti “grandi obesi”, tra sfuriate paternali e severe reprimende, diete ferree e by-pass gastrici, il rapporto complesso, dalle sfumature inimmaginabili, che da sempre lega le persone al cibo, definendone stili comportamentali e qualità della vita. Solo nel nostro Paese, tra il day time e il prime time, nei periodi di maggiore successo ha inchiodato alle poltrone (per esempio, secondo il sito rbcasting.com) quasi 500 mila telespettatori. D’altra parte, chi non ha visto almeno una volta Vite al limite, semplicemente per curiosare nella vite di persone ai margini di un mondo in cui la bellezza è un innegabile valore e la forma fisica una garanzia di salute, forse mossi da perverse manie voyeristiche o semplicemente dalla banale ricerca di conferme per sentirsi migliori, autocompiacendosi per la propria forma fisica?
E così il dott. Now è diventato un’icona del nostro tempo, tragica metafora delle nostre travagliate esistenze che, tra abboffate pantagrueliche e severe prescrizioni dietetiche, acquisti compulsivi di cibi salutistici e fatture salate di nutrizionisti di grido, ci sta privando a poco a poco dei piaceri della vita. Così, vaghiamo errabondi tra diete sostenibili o ipocaloriche, restrittive o terapeutiche, sperando di compensare i nostri disagi esistenziali, comunque e sempre irrisolti, alla ricerca di un rapporto quanto più possibile equilibrato col cibo, i cui sforzi si rivelano regolarmente inutili e i risultati attesi impietosamente smentiti da un effetto yo-yo che, se non altro, talora, ci consente l’effimero superamento della fatidica “prova costume”. Vale la pena, infatti, di soffermarsi sui rischi del sovrappeso e dell’obesità, pur nella consapevolezza che essi rappresentano solo uno degli spettri delle infinite possibili declinazioni del complesso rapporto che intratteniamo col cibo, e nel contesto del quale anche i cosiddetti binge disorder ossia i disturbi del comportamento alimentare (dall’anoressia alla bulimia, fino all’ortoressia) occupano uno spazio altrettanto preoccupante.
I numeri di un’epidemia globale
Come racconta il World Health Organization (WHO), 2,5 miliardi di adulti nel mondo sono in sovrappeso e, di questi, oltre 890 milioni sono obesi, con un trend in crescita rispetto agli anni ’90. Per non parlare dei più piccoli: 390 milioni di bambini e adolescenti di età compresa tra i 5 e i 19 anni sono in sovrappeso. Un paradosso se si pensa che, all’aumentare della conoscenza scientifica e della consapevolezza sociale, ad aumentare siano soprattutto le cattive abitudini e i comportamenti che rischiano di compromettere la salute delle persone, soprattutto dei più piccoli. Solo negli Stati Uniti, secondo l’American Heart Association, oltre il 50% delle persone vive con una malattia cardiovascolare (una percentuale che salirà al 60% entro il 2050) a causa di stili di vita e comportamenti alimentari scorretti. In Europa, secondo il WHO European Regional Obesity Report 2022, il 59% degli adulti e quasi 1 bambino su 3 (29% dei maschi e 27% delle femmine) è in sovrappeso o è affetto da obesità. In Italia, secondo l’Italian Barometer Obesity Report (2024-2025), gli obesi sono 6 milioni, circa il 12 per cento della popolazione adulta. Ma l’eccesso di peso, secondo il Piano Strategico Nazionale per la Salute Cardiovascolare (2024-2027) dell’Italian Federation of Cardiology, nei fatti, riguarda il 46% della popolazione adulta e il 26% dei più piccoli, tra i 3 e i 17 anni.
Insomma, una vera e propria “epidemia di obesità”, capace di un impatto economico che la stessa WHO definisce “significativo”. Secondo il report The Heavy Burden of Obesity. The Economics of Prevention dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), “dal 2020 al 2050 il sovrappeso e le malattie correlate ridurranno l’aspettativa di vita di circa tre anni nei paesi OCSE, UE28 e G20 … costringendo i paesi a spendere mediamente l’8,4% del loro intero budget sanitario per curare le malattie legate al sovrappeso, inequivocabilmente responsabile del 71% di tutti i costi delle cure per il diabete, del 23% dei costi delle cure per le malattie cardiovascolari e del 9% dei costi delle cure per i tumori”. Purtroppo quel diffuso e dannoso atteggiamento antiscientifico che, dalla società civile arriva dritto dritto alla politica condizionando le istituzioni, sembra trovare il suo totem più inquietante e pericoloso in tutti quei prodotti farmacologici e quei piani dietetici preconfezionati, ossessivamente pubblicizzati in tutte le reti, da mattina e sera, da illustri testimonial che promettono soluzioni miracolistiche, con la formula del “soddisfatti o rimborsati”. Con il preoccupante rischio di aggravare stili di vita e comportamenti alimentari scorretti a serio rischio salute.
Tutto questo mi riporta a Il diavolo veste Prada del 2006 (con le favolose Meryl Streep, Anne Hathaway ed Emily Blunt e l’immenso Stanley Tucci) e, in particolare, all’esilarante scena sulla scalinata del Metropolitan Museum of Art di New York, in cui Andy (Anne Hathaway) ed Emily (Emily Blunt) si scambiano complimenti:
Emily: Oh mio dio, Andy sei molto chic!
Andy: Grazie! Emily, tu sei così magra.
Emily: Davvero? È per Parigi. Sai sto facendo una nuova dieta, è molto efficace: non mangio niente e poi quando sento che sto per svenire, butto giù un cubetto di formaggio.
Andy: Be’, sta funzionando alla grande.
Emily: Lo so. Ora mi serve solo una colite e arrivo al peso ideale …
Scherzi a parte, e soprattutto evitando scriteriate e pericolose pratiche ancora più rischiose per la salute, probabilmente basterebbe fare nostre le raccomandazioni che Franco Berrino, medico ed epidemiologo, ha ricordato ad aprile scorso su Cook, secondo cui “per dimagrire non servono diete, tanto più se fai-da-te … Serve, casomai, generare cultura a lungo termine e adottare abitudini salutari. Togliamoci, dunque, dalla schiavitù di pesare i cibi e calcolare le calorie. Ci vuole una rivoluzione”. Cominciando da una sana e regolare attività fisica, all’aria aperta, così come sollecitato dal WHO, per almeno per 150 minuti a settimana. E magari preferire a quelle pozioni miracolistiche da druidi celti, continuamente pubblicizzate, quelle delicate, eppure efficaci campagne di sensibilizzazione di due colossi dell’industria farmaceutica, capace di rimette le cose in ordine: per combattere contro lo stigma del sovrappeso e dell’obesità non affidatevi al “fai da te” ma rivolgetevi a un medico e alle evidenze scientifiche. E questo, anche al netto delle possibili ambiguità connesse agli interessi di mercato dell’industria farmaceutica, resta il messaggio più sano e corretto.






























