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Foto di Giuseppe Flavio Pagano

Musica, Tecnologia e spettacolo

La creatività musicale entra nell’era degli algoritmi, crescono i ricavi ma aumenta il rischio di omologazione dell’offerta

Il settore della musica live raggiunge il record di oltre un miliardo di incassi ma lancia l’allarme sui monopoli digitali algoritmici. Dal nuovo Codice dello Spettacolo alla difesa dello “sweet spot” , una riflessione sulle strategie industriali per salvare la diversità dei brani.

Tempo di lettura: 4 minuti

L’industria della musica popolare contemporanea continua a registrare una crescita straordinaria sotto il profilo economico, ma si ritrova a fare i conti con profonde asimmetrie strutturali. I primi dati relativi al 2025 delineano infatti un settore che, tra concerti di musica pop, rock e leggera ha superato un miliardo di euro di incassi. Parliamo di un balzo in avanti significativo rispetto ai 898 milioni dell’anno precedente, capace di generare ricadute sui territori stimate per oltre 4 miliardi di euro a beneficio di alberghi, ristorazione e commercio al dettaglio.

Eppure, dietro questo indotto si nasconde una polarizzazione estrema: appena lo 0,69% degli spettacoli dal vivo, ovvero 269 grandi eventi, accentra quasi il 60% degli incassi dell’intera filiera. A questa asimmetria si aggiungono una forte stagionalizzazione, con oltre metà degli introiti concentrata nei soli mesi di giugno e luglio che alimenta la precarietà dei lavoratori, e una vistosa disparità geografica che vede la sola Lombardia assorbire il 31% degli incassi nazionali. Sono queste le principali criticità strutturali emerse durante il convegno Al di là dei generi. Politiche e strategie di sostegno alla creatività musicale contemporanea, promosso da I-Jazz e AGIS, con la collaborazione di AssoConcerti e Assomusica.

Dal Codice dello Spettacolo al soft power globale: ripensare le politiche a sostegno del comparto

Per invertire questa tendenza, gli operatori chiedono un cambio di rotta radicale che parta innanzitutto dal superamento dei generi musicali intesi come gabbie di categorizzazione della creatività. Secondo Francesco Giambrone, presidente dell’AGIS, lo strumento chiave per ridisegnare i confini del settore è il nuovo Codice dello Spettacolo, “un’opportunità storica per mettere ordine in una normativa caotica e stratificata, sanando i vulnus del passato e cancellando definitivamente la distinzione tra eventi di serie A e di serie B”.

Una visione condivisa da Bruno Sconocchia, presidente di AssoConcerti, che evidenzia la necessità di una vera e propria politica industriale e non di semplice assistenzialismo, accogliendo con favore il primo fondo statale da 1,5 milioni di euro dedicato ai piccoli live, in linea con quanto previsto dall’articolo 2 della legge 175/2017.

Sul fronte della competitività estera, Carlo Parodi, presidente di Assomusica, sottolinea invece come lo sviluppo culturale passi inevitabilmente dall’ibridazione e da un sostegno strutturato al Made in Italy nel mondo. Diventa fondamentale, quindi, investire nella competitività del mercato promuovendo delle misure a sostegno della promozione della musica italiana a livello internazionale.

Il ruolo degli algoritmi nello shrinking sweet spot

Accanto ai nodi istituzionali, il dibattito si sposta sulle complesse dinamiche cognitive ed economiche analizzate nella ricerca The Shrinking Sweet Spot firmata dagli studiosi Fabio Lokwani Di Matteo e Pier Luigi Sacco dell’Università G. d’Annunzio di Chieti-Pescara.

Lo studio evidenzia come il piacere musicale nasca in una regione ideale, definita appunto sweet spot, in cui il cervello trova il perfetto compromesso tra l’attesa di strutture prevedibili e la sorpresa della novità. Tuttavia, l’attuale ecosistema sta vivendo una progressiva contrazione di questo spazio a causa della combinazione di alcuni fenomeni tra cui la curatela algoritmica massiva (il ruolo sempre più pervasivo dell’intelligenza artificiale e degli algoritmi nel decidere e orientare l’offerta musicale all’interno delle piattaforme di streaming), gatekeeping editoriale e delle logiche dei social. Questo meccanismo finisce per rendere invisibile la reale diversità musicale, restringendo drasticamente le opzioni proposte agli utenti.

I modelli di simulazione rivelano che, superata una determinata soglia critica di intermediazione digitale, la varietà dei brani realmente ascoltati subisce un crollo verticale, innescando dinamiche monopolistiche di tipo winner-take-all in cui pochissimi titoli dominano il mercato. Si innesca così un vero e proprio cortocircuito dove l’algoritmo spinge l’ascoltatore all’interno di una bolla musicale, riducendo lo stimolo alla varietà dell’offerta.

Di conseguenza molti artisti indipendenti o al di fuori dalle logiche dominanti vengono oscurati dagli algoritmi, non trovando lo spazio adeguato sulle piattaforme e non riuscendo a raggiungere il grande pubblico.

Modelli globali a confronto

La ricerca mappa questa transizione mettendo a confronto quattro ecosistemi globali dai risultati diametralmente opposti. L’Italia, analizzata attraverso il sottosistema Sanremo, rappresenta il caso emblematico di un impoverimento per convergenza, dove un ristretto cartello editoriale in cui appena undici autori firmano i due terzi delle canzoni in gara produce una dispersione dell’offerta quasi nulla, pari a 0,004, facendo sì che i brani finiscano per somigliarsi tutti nelle soluzioni armoniche e testuali. Il calo del 24% di telespettatori registrato al debutto di Sanremo 2026, passato a 9,6 milioni rispetto ai 12,6 del 2025, conferma come gli stimoli di novità rimangano temporanei senza interventi strutturali sulle radio e sui canali di distribuzione.

Una traiettoria di concentrazione analoga, seppur guidata da patologie opposte, caratterizza il Regno Unito, dove a fronte di una straordinaria vivacità creativa dal basso si assiste a un paradosso tra offerta e domanda: il consumo reale è interamente colonizzato dal mainstream pop statunitense, che drena il 55% dello streaming complessivo soffocando la diversità nazionale.

Scenario parzialmente diverso per la Corea del Sud, controllata da un oligopolio di quattro grandi agenzie come Hybe, SM, JYP e YG che, per evitare di cannibalizzare il mercato, scelgono la strada della diversificazione competitiva, coltivando fin dall’adolescenza identità sonore nettamente distinte arricchite da complesse coreografie e formati multimediali.

Il modello ideale di perfetto equilibrio polifonico resta invece il Brasile, dove una dozzina di generi nativi storicamente radicati poggiano su solide infrastrutture di produzione regionali indipendenti. Sfruttando la porosità di piattaforme come TikTok e YouTube per superare i filtri editoriali centralizzati, la musica brasiliana conquista l’84% dei brani nella Top 50 di Spotify, mantenendo un indice di dispersione dell’offerta pari a 1,37.

Contro la trappola delle preferenze adattive

La salute di un ambiente musicale non è dunque un giudizio estetico soggettivo, bensì una proprietà misurabile e strutturale del sistema istituzionale. In conclusione, il monito lanciato dal prof. Sacco investe direttamente l’analisi economica del welfare culturale, scardinando il dogma delle preferenze rivelate: se gli ascoltatori dichiarano di gradire i brani standardizzati che ascoltano abitualmente, è solo a causa di un meccanismo di preferenze adattive per cui il cervello si adegua per assuefazione a un ambiente controllato già all’ingresso. La vera sfida non consiste nel misurare il gradimento passivo degli utenti, ma nel rispondere a un interrogativo ben più profondo: “quanto è varia la musica che le persone stanno effettivamente ascoltando rispetto all’immenso oceano di note che, se solo l’ecosistema fosse davvero libero e pluralista, potrebbero scoprire?”.

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