E’ stata una giornata di confronto molto feconda quella che, nella rinnovata sala cinema dell’AGIS, lo scorso 6 maggio, ha visto dialogare operatori del settore e istituzioni su diversi temi inerenti il futuro del circo classico, voluta fortemente e organizzata – in collaborazione con l’AGIS stessa – dal presidente ENC Antonio Buccioni.
Un settore, quello circense, che ribadisce la sua peculiarità di spettacolo viaggiante, ma che è ormai deciso e compatto nel ribadire che il nomadismo insito in quella peculiarità non deve comportare l’accettazione di una precarietà economica, legislativa e organizzativa maggiore di quella con cui fanno i conti le altre forme dello spettacolo dal vivo. E che difende, con competenza e documenti alla mano, la dignità e ragion d’essere di alcune antiche scelte, investite da un certo tipo di contestazioni che le additano come arretrate e “brutali”, prima fra tutte l’uso dei numeri con gli animali.
Le voci istituzionali. Il sostegno del presidente dell’Agis
Tante e importanti le voci istituzionali che hanno dato la loro rassicurazione su un’apertura totale alle istanze dell’ENC, da quelle ministeriali, nelle persone dell’ On. Giampiero Cannella, Sottosegretario di Stato alla Cultura, e del dott. Gianluca Cavedo (anche operatore del settore), con intervento anche del prof. Piero Sandulli, della Commissione ministeriale Circhi e Spettacoli viaggianti – l’uno Presidente e l’altro membro -, a quella dell’ANCI, rappresentata dal responsabile settore cultura Vincenzo Santoro, ma anche quella del senatore Maurizio Gasparri e, naturalmente, dei padroni di casa, il cui sostegno nel ruolo di “interlocutore del decisore pubblico” per il mondo del circo, come per le altre forme dello spettacolo dal vivo (che è “uno dei grandi strumenti di crescita del Paese”), è stato confermato dal Presidente Francesco Giambrone. Il quale ha sottolineato come la funzione di quest’arte itinerante, sempre vivida, sia tanto culturale quanto sociale, oltre che economica: creatore di occupazione, con i mestieri spesso tramandati da padre in figlio e non solo, che sono (come quelli di tutti gli associati AGIS, che “danno lavoro a circa 350 mila persone in questo Paese”) “parte integrante della tradizione italiana”, con la peculiarità di aver “saputo conservare le proprie radici ma anche innovarsi ed evolversi nel tempo”; e pure aggregatore laico delle comunità – tanto più dei piccoli centri -, al pari dei grandi teatri, e contemporaneamente – e qui cita Buccioni – “una grande famiglia” che accoglie e non abbandona: insomma “un luogo dove ci si prende cura, del pubblico e delle persone che fanno parte di questo mondo”.
Valori la cui importanza dovrebbe essere chiara agli amministratori locali (che invece purtroppo “spesso non sono così sensibili”), ed è proprio sulla base dell’esperienza avuta in questo ruolo, sia da lui che dall’on. Cannella, che il presidente, augurando a questo buon lavoro – e annunciando un incontro molto prossimo per parlare dei diversi temi riguardanti lo spettacolo dal vivo-, si è detto sicuro che condivida con lui la comprensione delle esigenze dei circhi, a partire dalla necessità di vedersi assegnate le aree di spettacolo e di riceverle con tutte le facilitazioni possibili.
Le difficoltà legate agli spazi di spettacolo: le piazze e le tariffe
E proprio il tema delle “piazze” e delle tariffe (e del rilascio dei codici identificativi) è stato oggetto del primo panel della giornata, in un dialogo tra Santoro, Sandulli e Rocco Arcuri, delegato ENC per i teatri viaggianti.
Quest’ultimo ha denunciato le difficoltà a vedere attuato dai comuni tanto l’articolo 9 (concernente la pubblicazione delle aree comunali disponibili per l’installazione degli chapiteau) della legge 337 del ’68, quanto i regolamenti sull’ottenimento delle licenze e di modalità di concessione del suolo pubblico e le indicazioni sugli sgravi fiscali da riservare ai circhi, stabiliti nei due protocolli sottoscritti con ANCI nel 2001 e nel 2008 (con cui la suddetta legge è stata ampliata e ribadita nella necessità della sua applicazione): impossibile lavorare serenamente, fare un preventivo di spesa realistico e programmare una tournée di fronte a un’“innovazione digitale” che moltiplica e rende poco chiare le pratiche burocratiche invece di semplificarle e all’arbitrarietà dei comuni – complice il canone unico patrimoniale – nel concedere l’abbattimento delle tasse per la pubblicità, i rifiuti e l’occupazione degli spazi; ma anche in mancanza dell’ “ABC per individuare le aree” attrezzate all’uopo, visto che tra quelle indicate ce ne sono state alcune non praticabili con i mezzi, altre non “picchettabili”, o ricoperte in parte dagli alberi, collocate in cima a una montagna o ancora prive di luce e acqua (e non parliamo solo di piccoli comuni come Merate o Lavagna, ma anche di Pavia e addirittura di Milano).
Di segno quasi opposto le risposte a questa denuncia da parte dei due interlocutori del panel: se da una parte Sandulli ha consigliato di ricorrere al Tar per far emanare una sentenza di ottemperanza rivolta ai comuni (che renda sanzionatoria una norma che ora è solo “canzonatoria”), da Santoro è arrivato, oltre alla disponibilità ad aggiornare il protocollo quasi ventennale per farne una road map su cui approfondire insieme alcuni argomenti, l’invito al mondo circense a riconsiderare livelli e compresenze di responsabilità. E questo in diversi modi: relegando alcune tematiche (come quella della semplificazione) alla legge delega (106/2022) e allo Stato che dovrebbe garantirne l’attuazione entro fine anno; guardando alle attenuanti, per i Comuni, del taglio ai bilanci e dell’insufficienza numerica dei dipendenti; allargando l’interlocuzione alle Regioni, organi istituzionali (nati come tali – ha fatto notare Buccioni – due anni dopo l’emanazione della legge 337) con fondamentali competenze legislative in materia di spettacolo dal vivo, ma anche a quella parte (istituto) del ministero che si occupa della tutela del patrimonio immateriale, per essere rilegittimato da un riconoscimento a cui auspicare (oltre a quello che eleverebbe la clownerie a patrimonio dell’Umanità Unesco, a cui sta lavorando la commissione ministeriale circhi) e poter di conseguenza ottenere più facilmente risultati operativi anche in termini di contributi economici.
La questione dei contributi ministeriali
Contributi che, ci ha tenuto a sottolineare il dott. Cavedo nel successivo panel, inerente proprio ai finanziamenti ministeriali, la Commissione da lui presieduta è riuscita a far salire di 500.000 euro (per un totale di 8,5 mln circa) rispetto a quanto ottenuto dalla precedente per l’intero comparto, ribadendo l’impegno, oltre che di provare a far istituire almeno un premio per la categoria circense (l’unica tra le categorie dello spettacolo a non averne, essendo allo stato attuale, nel nostro Paese, meno valorizzata delle altre, pur essendo dotata di “incredibili eccellenze”), di lavorare per garantire una più equa ridistribuzione interna delle risorse e dare quindi un cambio di rotta al quadro delle assegnazioni del 2025, in cui si è visto uno sbilanciamento sia tra centri e imprese di produzione (visto che quasi 1 mln di euro è stato spartito tra tre centri mentre la cifra totale spettata a tutte le circa 25 compagnie di circo tradizionale è stata di 2,20 mln), che tra le stesse imprese (complici alcune incongruenze nel sistema dei punti). Importante, per favorire questo cambio di rotta, secondo il presidente della commissione, l’adozione, nelle valutazioni, del principio meritocratico, che “impone” a tutti i membri di vedere quanti più spettacoli possibili, tanto di circo classico che contemporaneo. Ed è alla collaborazione tra tutte le voci dello spettacolo viaggiante che Cavedo guarda, da concretizzarsi nella realizzazione degli Stati generali e in un conseguente documento unitario che ponga all’attenzione del Ministero della Cultura tutte le problematiche comuni.
Sui gap dell’attuale distribuzione interna delle risorse è intervenuto anche Luciano Giarola, direttore del Salieri Circus Award ed ex membro della Commissione, soffermandosi in particolare sull’iniquità delle distinte misure adottate per le due forme di circo riguardo al requisito del numero minimo dei dipendenti da assumere per poter accedere ai finanziamenti: paradossale che sia dato il via libera alle compagnie del contemporaneo, che hanno fino a 4 dipendenti, grazie alla possibilità di costituirsi in associazione, e che invece vengano posti steccati per quello classico, che ha spese molto più alte, obbligato, per rientrarci, ad almeno 8 assunzioni, da mantenere peraltro (cosa difficilissima da assicurare) per tutta la triennalità (e da qui suo suggerimento di Garola di passare al credito d’imposta per poter avere almeno un risparmio sui contributi).
La controversia legata alla presenza degli animali
Tra i criteri del sistema di assegnazioni dei contributi criticata anche, da più voci, l’assegnazione di due punti ai circhi che non fanno uso di animali: una misura che quasi costringe a scegliere se puntare al massimo dei finanziamenti statali o dei proventi derivanti dalla vendita dei biglietti, visto che il risultato di una ricerca sulle preferenze degli spettatori in merito – riportato in un intervento del panel dedicato proprio al rapporto tra chapiteau e bestie – ha mostrato come anche l’offerta di spettacoli di grandi realtà di circo contemporaneo, come il Cirque du soleil, non abbia portato via spettatori a quelli tradizionali in cui sono previste le esibizioni dei domatori, in caso di compresenza temporale nella stessa città.
Durante questo panel è stato denunciato anche l’uso manipolatorio da parte di associazioni animaliste – in particolare della Lav – di studi che dimostrerebbero lo stato di malessere in cui versano tigri, leoni, elefanti, scimmie… nella cattività del mondo circense , ma che – riferisce la consigliera ENC Valeria Valeriu snocciolando dati e documenti degni di una vera e propria inchiesta – non hanno reale fondatezza scientifica, e su cui nonostante questo si basa, tra le altre cose, l’art.2 della legge delega che, se non modificato prima dei decreti attuativi, entro fine anno (salvo ulteriore proroga) renderebbe reale l’obbligo da parte dei circhi di un graduale superamento della presenza della fauna esotica.
Fauna di cui intanto, grazie all’entrata in vigore, a febbraio ’25, del decreto attuativo del D.Lgs. 135/2022, è ormai vietata l’acquisizione e la riproduzione. Una misura che, afferma Valeriu – anche domatrice -, può portare a peggiorare le condizioni di salute di specie che non sopportano – come invece gli animali domestici – l’innaturalità di una sterilizzazione, peraltro imposta non tenendo conto dei tempi stabiliti dalle leggi non scritte riguardanti i rapporti di gerarchia tra i diversi esemplari, che può causare anche la morte per conseguenti infezioni, come è successo alla sua leonessa.
E non si prospetta migliore la situazione in cui si verrebbero a trovare gli animali se diventasse operativo l’obbligo di dismissione: le alternative prospettate sono i centri di recupero, visitando i quali sono state constatate (e mostrate durante il panel con foto esplicative) condizioni di notevole incuria (o addirittura l’eutanasia per quelli in surplus).
Indice di un giro di soldi che, secondo l’ENC, nulla ha a che fare col benessere degli animali, né aiuta i circensi costretti a rinunciare a loro, è il piano operativo che darebbe a questi centri i 2 mld 766 mln e 335.000 di € – che, secondo la statistica pubblicata dalla LAV, è il costo dei 690 animali attualmente nei circhi italiani -, inizialmente destinati ai circensi che li dismettono.
Contro un’ideologia ritenuta non solo non dimostrabile scientificamente ma pure faziosa, l’ENC ha ribadito quindi non solo la contrarietà all’eliminazione degli animali, ma anche un rafforzamento della regolamentazione che garantisca una volta per tutte il loro benessere nei circhi, da codificare in un Codice Deontologico.
Uno dei prossimi passi di questo mondo che questa giornata ci ha confermato essere vivo e in fermento.





























