Il 6 agosto è scomparso Francesco Guccini, nella sua Pavana sull’Appenino tosco-emiliano. Un poeta capace di raccontare lo spirito del tempo. Un artista definito come amico e riferimento da personaggi a lui legati come Luciano Ligabue e Leonardo Pieraccioni, Samuele Bersani e Leonardo Pieraccioni. Ricordato come “maestro” da Vasco Rossi, come “un pezzo della nostra vita, del nostro tempo” da Fabio Fazio, come “poeta” da Gianni Morandi e Caterina Caselli, come “testimonianza eterna di un ‘900 duro a morire” da Antonello Venditti. E ancora, “un maestrone … un realista, sempre pervaso dalla malinconia del tempo che passa” secondo Roberto Vecchioni. Insomma, un vero riferimento che ha raccontato nelle sue canzoni il mondo degli ultimi come pochi altri hanno saputo fare, fino all’ultimo capace di una narrazione che passava attraverso una profonda sensibilità che lo esponeva per le sue decise e coraggiose prese di posizione. In un tempo in cui, improvvidamente e incomprensibilmente, dinanzi a genocidi e abominevoli crimini contro l’umanità qualcuno tra i suoi colleghi addirittura scomoda Walt Whitman per giustificare il diritto a non prendere posizione, con l’avallo di illustri cosiddetti “intellettuali” italiani. Forse in tanti, compresi quegli “intellettuali”, dovrebbero leggere il ricordo affettuoso e intimo che Andrea Scanzi oggi fa di Guccini su Il fatto quotidiano, in cui non manca di rimarcare la profonda delusione del cantautore per le parole di Francesco De Gregori che aveva manifestato pubblicamente il suo diritto a non prendere posizione sui drammi del nostro tempo, criticando perfino chi lo faceva, come per esempio Bruce Springsteen. Ma tant’è, come ha scritto Aldo Grasso nella sua rubrica “A fil di rete” sul Corriere della Sera dell’8 giugno scorso che la visibilità ormai viene confusa con la credibilità: “Nei talk show odierni, lo stolto e il saggio siedono sulla stessa sedia, livellati dal medium, tragicamente identici. Ogni enunciato acquisisce una finta autorevolezza, con il risultato che nulla è più credibile e lo spettatore, esausto, smette di prestare attenzione”.






























