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Rubrica nata dalla collaborazione tra AGIS e Università Telematica Internazionale Uninettuno che esplora le dinamiche del mutamento sociale nella contemporaneità a partire da riflessioni legate al mondo dello spettacolo, dell’arte e della cultura.

 

Responsabile Scientifico

Carmelo Guarino, docente di Mutamenti sociali, democrazia e patrimonio culturale presso la Facoltà di Beni Culturali dell’Università Telematica Internazionale Uninettuno

Royal Opera House_2022_(Peter Grimes) ALLAN CLAYTON_ph Yasuko Kageyama

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Società allo specchio

di Carmelo Guarino

Tempo di lettura: 3 minuti

Il Peter Grimes di Benjamin Britten, visto al Teatro dell’Opera di Roma lo scorso ottobre, apre uno scorcio drammatico e inquietante sugli abissi dell’animo umano e sui travagli e le lacerazioni delle società contemporanee. Come scrive Carmen Gallo su Calibano (n. 4, luglio 2024) dedicato proprio all’opera di Britten, il poema narra di miserie esistenziali e di abiezione morale, di degrado sociale e di emarginazione nelle versioni più sinistre incarnate da quel Peter definito come wicked man, cruel soul, savage master. Nonostante l’opera sia ambientata in un borgo di pescatori dell’Inghilterra ottocentesca, la trama rievoca storie di vita quotidiana, di riti sociali, di ordinaria emarginazione, di violenza, di complicità, tutte assolutamente attuali. Proprio per questo l’opera, ispirata al poema di George Crabbe dal titolo The borough (1810), ingenera nello spettatore un orizzonte ampio di interrogativi e riflessioni. Ciò che colpisce è la violenza e la crudeltà a cui Peter sottopone i suoi piccoli aiutanti, fino alla morte. Veri e propri piccoli schiavi comprati nelle workhouse che al tempo accoglievano ragazzini poveri o abbandonati e che Peter trasforma in vittime per un macabro, sinistro, sadismo e forse per un perverso piacere. Nella colpevole, complice indifferenza dell’intera comunità.

Orchi e lupi delle fiabe 

Penso sia inutile indugiare in discussioni di carattere filosofico o sociologico per distinguere gradi diversi di gravità degli omicidi o dei reati contro le persone, ma credo di poter affermare senza tema di smentita che le violenze contro i bambini rappresentano un abominio di agghiacciante drammaticità senza eguali. Perché i bambini non possono rifiutarsi né reagire, non possono fuggire né denunciare. Perché i bambini sono esposti e indifesi, sono vittime inermi a cui non è dato scegliere, il cui unico errore è fidarsi degli adulti, proprio di coloro cui è demandato il compito di proteggerli, di crescerli. La suggestione offerta da Benjamin Britten con il suo Peter Grimes risulta tanto più dolorosa poiché confermata da dati statistici davvero preoccupanti che trovano nella letteratura popolare di Charles Perrault o dei fratelli Jacob e Wilhelm Grimm – penso soprattutto all’orco che mangia i bambini di Pollicino e al lupo di Cappuccetto rosso, ma non solo – la conferma che le società, pur consapevoli, proprio quelle che maggiormente invocano la tutela dei diritti umani, non hanno mai affrontato seriamente il problema della violenza sui minori.

La piaga delle violenze sui minori

L’ha raccontato a ottobre scorso Nicoletta Cottone sulle pagine del Sole 24 Ore: nel nostro Paese, come emerge dai dati del Servizio analisi criminale della Direzione centrale della Polizia criminale per la campagna 2024 “Indifesa” della Fondazione Terre des Hommes, la situazione è davvero allarmante. Nel 2023 i reati a danno dei minori sono stati in media 19 al giorno, segnando un incremento del 35% in dieci anni e dell’89% dal 2006. L’articolo pubblicato l’8 ottobre 2024, titolava “Boom di maltrattamenti in famiglia, crescono i reati sui minori: quasi 7mila nel 2023”. Violenze sessuali, abbandoni, violazione degli obblighi di assistenza familiare, atti sessuali con minorenni, maltrattamenti consumati in famiglia, infanticidi. Non a caso da anni ormai lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet, facendo riferimento ai Rapporti Eures, Omicidi in famiglia, parla di “pedofobia”, tema al quale ha dedicato un capitolo del suo libro Lezioni di sogni (2022) in cui scrive che “Forse abbiamo sopravvalutato l’umanità. Da che siamo su questo mondo facciamo guerre, distruggiamo città e ponti, uccidiamo bambini. Perché li mettiamo al mondo per poi farli soffrire, per ferirli, violentarli, costringerli a lasciare case e famiglie?” Come scriveva nel 1980 Elisabeth Badinter, nel suo pregiatissimo L’amour en plus, l’amore nei confronti dei bambini, dei figli, non è istintivo, ma si tratta di un sentimento storicamente e socialmente determinato, come racconta la storia della Modernità, e che come tale è imperfetto. Secondo Badinter, infatti, solo a partire dal ‘600, la nuova filosofia dell’uguaglianza e della felicità diffusero l’idea della famiglia basata sul matrimonio d’amore, e solo grazie all’Emilio di Rousseau (1762) al bambino fu assegnato un ruolo centrale nelle società. Oggi quella concezione sembra registrare una inversione di tendenza, dal più banale calo delle nascite – dalla Cina all’India, dall’Europa al Centro e Sud America – fino al più drammatico fenomeno delle violenze sui minori.

Un odioso tabù senza un lieto fine

Nel meraviglioso film Il caso Spotlight (2015), sullo scandalo degli abusi sessuali sui minori che ha investito l’Arcidiocesi di Boston, gli sceneggiatori Tom McCarthy e Josh Singer fanno pronunciare a Mitchell Garabedian, l’avvocato dei “sopravvissuti” (interpretato da un immenso Stanley Tucci) le seguenti parole “Ci vuole tutta una comunità per far crescere un bambino … Ci vuole tutta una comunità per abusarne”. Parole che, come uno specchio delle brame, ma senza nulla di fiabesco, riflettono l’impietosa immagine di una società piccolo borghese, moralista con gli altri, ma sempre pronta ad assolversi dai suoi peggiori vizi. Nel migliore dei casi, le responsabilità di tutti i mali sono attribuite al fantomatico “sistema”. Nel peggiore, quelle miserie restano tabù. Resta il fatto che quelle parole costringono tutti noi a riconoscerci complici di un abominio senza eguali.

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