Ci sono film che penso debbano essere visti almeno una volta l’anno. Perché fanno parte della nostra storia, perché ci ricordano come eravamo o, ancora, da dove veniamo. La mia lista parte da Sabrina di Billy Wilder del 1954 fino a Una giornata particolare di Ettore Scola del 1977. Poi, ognuno di noi ha un film del cuore. Nel mio personale scrigno dei ricordi un posto speciale è occupato da Il Mago di Oz di Victor Fleming del 1939 con una meravigliosa Judy Garland ancora agli esordi, ma indimenticabile nella sua interpretazione di Over the rainbow di Harold Arlen. Nei giorni di fine 2024 ho deciso di rivederlo riuscendo a provare, come ogni volta, lo stesso identico rapimento. Con le canzoni di sempre, divenute ormai veri e propri standard americani, con una narrazione semplice ma avvincente, fantastica, eppure straordinariamente possibile. Perché con i suoi mille colori e i suoi scenari fiabeschi il film racconta di rapporti umani e amicizie che travalicando molteplici differenze (la piccola Dorothy che vuole tornare nella sua fattoria nel Kansans, il cane Totò, l’uomo di latta che desidera un cuore, lo spaventapasseri che vorrebbe un cervello, il leone a cui manca il coraggio) consentono alle persone di riscoprirsi parte di un percorso esistenziale in cui la solidarietà consente di riconoscerci in una comunità di esseri umani dove l’impossibile diventa possibile. Quasi per magia!
Homo omini lupus
Ma questa volta, a differenza del passato, ciò che mi ha colpito di più è la gentilezza e il garbo che avvolge l’intera sceneggiatura, ogni singola sfumatura del film. Niente turpiloquio, nessuna volgarità, men che meno allusioni o ambiguità. Dalla sceneggiatura alla regia, dagli effetti speciali al copione fino alla fotografia, il racconto restituisce allo spettatore attimi di rara gioia e sentimenti che oggi sembrano non avere più spazio nel nostro tempo, nelle nostre società, nelle nostre vite. La sensazione è stata quella di vivere in una dimensione parallela, diversa da quella reale popolata ormai da rabbiosi odiatori di professione che dominano la scena del dibattito pubblico, dalla politica alla cultura, dal cinema alla televisione, alimentandosi – e alimentando – quello stesso rancore diffuso che, in questo modo, ingenera in una pericolosa escalation fenomeni particolarmente disumani per la loro ferocia e volgarità – dallo shitstorm al doxing, dall’hate speech fino alle fake news e al deep-fake. Dinamiche che ormai, quasi irreversibilmente, agitano e intossicano le nostre esistenze, soprattutto grazie a quella dimensione online impossibile da regolamentare e nel contesto della quale rivelano tutto il loro progressivo e inarrestabile potenziale distruttivo. E pensare che per Dante “È gentilezza dovunque è virtute: dovunque è virtù, quivi è nobiltà …”. Anche per Monsignor della Casa è gentilezza dovunque virtute, ma la virtù consiste nella gentilezza esteriore. Quindi gentilezza d’animo, ma anche dei modi, comunque sempre necessari alla costruzione di un vivere civile all’insegna del benessere e di relazioni socialmente significative. Lo stesso Stato moderno, avrebbe detto Thomas Hobbes, nasce da un Pactum unionis, che prevede la necessità di adesione a regole di convivenza e gentilezza, necessario per ovviare a uno stato di natura dominato dall’egoismo e caratterizzato dalla guerra di tutti contro tutti in cui “ogni uomo è lupo per ogni altro uomo” a favore di uno stato di cultura dominato dalla razionalità e dal controllo delle pulsioni e degli istinti più primordiali.
Il tempo della rabbia e il tramonto della società
Insomma, gentilezza e cortesia come vere e proprie precondizioni sociali, prerequisiti di convivenza civile, espressioni profonde di un patrimonio culturale, in assenza del quale il rischio più probabile è quello della dissoluzione, se non dell’autodistruzione. Come ha scritto già nel 2017 Pankaj Mishra, la nostra è un’età della rabbia. Quella rabbia che come ha scritto Nadia Urbinati “domina la politica del XXI secolo”, che contestualmente genera e riflette sia la propensione alla semplificazione della realtà che la tendenza alla divisione tra amici e nemici, tra buoni e cattivi, acuendo divisioni e creando nuovi conflitti, mettendo a serio rischio la tenuta delle comunità e delle democrazie. Una vera e propria tendenza che permea l’intera discussione politico-culturale di violenza e odio, oltre che le dinamiche più private della vita delle persone, in cui quelli che Ezio Mauro ha definito come “imprenditori del peggio” e Angelo Panebianco come “profeti di sventura” da un lato, speculano sul risentimento e sull’indignazione collettiva e, dall’altro, investono sulla debolezza culturale e istituzionale della politica tradizionale che ne è alla base e che nella semplificazione della realtà ravvisano un’opportunità politica eticamente esecrabile che erode la coesione sociale e produce divisioni sempre più marcate, sempre più pericolose e insanabili.






























