Ancora una volta spetta all’arte farsi interprete dello spirito del tempo sostituendosi alla politica, ricordando come quello che rappresenta potrebbe essere, anzi è, la storia di ciascuno di noi. Questa volta il tema è quello del fine vita ed è successo a Berlino, a settembre scorso, dove nel vecchio aeroporto di Tempelhof, la Komische Oper ha presentato in forma scenica, con la regia di Damiano Michieletto, il Messiah di Georg Friedrich Händel, coniugando alla riflessione religiosa quella del fine vita. Lì si racconta la storia di una paziente oncologica terminale che si interroga sulla necessità di una morte dignitosa, il cui dramma, sullo sfondo di un ambiente ospedaliero, è ancora più travagliato dalla condanna dei movimenti pro vita. Eppure, il diritto delle persone a scegliere come morire dinanzi a condizioni cliniche gravi e irreversibili, oltre che provate da grande sofferenza, a una riflessione più approfondita, sembra configurarsi proprio come una scelta intimamente religiosa, più di quello che si possa immaginare, poiché si colloca su un continuum etico che vede, da un lato, la dimensione culturale dell’esperienza condivisa e, dall’altro, lo spazio più privato di autodeterminazione individuale. Proprio sul piano etico, la scelta di sottrarsi a un accanimento terapeutico, che rischia di prolungare crudelmente le sofferenze, significa semplicemente riconoscere e accettare i limiti dell’uomo.
Un drammatico vuoto normativo
Nonostante le prime proposte di legge nel nostro Paese risalgano agli anni ‘80 (la prima proposta di regolamentazione è del deputato socialista Loris Fortuna, già autore nel 1970 della legge sul divorzio), è solo con il dibattito avviato dalla vicenda di Piergiorgio Welby (un paziente affetto da anni da una patologia degenerativa del sistema neuro-muscolare in fase terminale che lo costringeva dipendente dal ventilatore automatico) che in Italia si accende il dibattito sui temi dell’eutanasia e del testamento biologico. La discussione sembrava così matura che la stessa Chiesa, attraverso le parole dell’allora Cardinale Carlo Maria Martini, ha chiesto un dibattito parlamentare per giungere in tempi brevi ad una legge, chiara ed inequivocabile, per la regolamentazione del tema. Così il 14 dicembre 2017 il Parlamento italiano ha approvato la legge n. 219, recante “Norme in materia di consenso informato e disposizioni anticipate di trattamento”, entrata formalmente in vigore il 31 gennaio 2018. In questo modo l’Italia, dopo anni di proteste, fatte di tensioni politiche e scontri tra posizioni di principio, appelli da parte del mondo della politica e delle istituzioni, di mobilitazione dell’opinione pubblica, di battaglie civili e petizioni, ha parzialmente colmato un vuoto legislativo protrattosi per troppo tempo, affermando il diritto delle persone all’autodeterminazione e alla libertà di scelta dinanzi alle cosiddette life-limiting conditions. Tuttavia, nonostante i recenti tentativi del Veneto e della Toscana di normare la questione del fine vita, resta ancora parecchia strada da percorrere, poiché, nonostante gli interventi della Consulta di Bioetica, le diverse sentenze e le sollecitazioni della Corte costituzionale al Parlamento a legiferare in materia, manca ancora una legge organica che regolamenti il tema dell’eutanasia e del suicidio assistito.
Fine vita, diritti e opinione pubblica
Nel 2018, sulle pagine de La Repubblica in “Sul suicidio nessuna confusione”, Chiara Saraceno scriveva che “troppo a lungo, e con molta malafede, anche da parte di esponenti politici e da maggioranze parlamentari, si è fatta confusione tra interruzione delle cure, omicidio, aiuto al suicidio e istigazione al suicidio”. Certamente per miopi opportunismi o esecrabili convenienze politiche che attraversano l’intero arco parlamentare, quel vuoto normativo, come già scriveva nel 2015 Stefano Rodotà in Diritto d’amore, ha relegato le persone in una sorta di “limbo giuridico” che ha perpetuato per troppo tempo un’odiosa deresponsabilizzazione politico-istituzionale. Anche perché come scriveva nel 2012 in Il diritto di avere diritti “la cittadinanza cambia natura, rivelando nelle persone un profondo bisogno di diritti a fronte del quale al legislatore si chiede una nuova visione del mondo e una spiccata capacità di andare oltre il velo delle parole”. Ma quello del fine vita, così come tutti i temi eticamente sensibili, è vittima di un tradizionalismo etico di ritorno che sta soffocando qualunque discussione politico-culturale capace di dare forma a quei diritti di nuova generazione, di cui parlava Norberto Bobbio in L’età dei diritti del 1990 espressione di bisogni legati al mutamento delle condizioni storiche e sociali, a cui lo Stato dovrebbe dare forma. Circostanza resa ancora più cocente se si pensa che il consenso degli italiani sulla libertà di scelta delle persone dinnanzi la morte è ampio e in continua crescita. Basti pensare che se nel 2006 il 40° Rapporto Censisregistrava un consenso che si attestava al 57% (era 50% nel 2003), il 57° Rapporto Censis del 2023 ne rivela un incremento che arriva al 74% (con punte dell’82,8% tra i giovani). Così, se in molti Paesi il tema del fine vita è già stato oggetto di intervento normativo (si pensi all’Olanda, al Belgio, al Lussemburgo, alla Francia, alla Svizzera, alla Spagna, all’Oregon, al Montana, al Québec, alla Colombia, a Israele e, più recentemente, all’India e al Regno Unito), dove peraltro il dibattito resta costantemente aperto, nel nostro Paese, rappresenta ancora uno spietato e odioso tabù.






























