La lettura quotidiana dei giornali è diventata ormai un’esperienza inquietante che evoca paure e preoccupazioni anche in chi tenta di comprendere con spirito critico le ragioni del tempo in cui viviamo. Dazi, minacce di aggressione bellica, corsa agli armamenti, recessione economica, imbarbarimento delle relazioni internazionali, confermano la fine di quel secolo “socialdemocratico” di cui parlava Ralf Dahrendorf in The modern social conflict (1988) e che Norberto Bobbio, a proposito della crisi delle democrazie, aveva già presagito ne Il futuro della democrazia (1984). In effetti, sembra di essere piombati in quel “medioevo moderno”, di cui parlava Salvatore Settis già in Italia S.p.A. (2002) e in Azione popolare (2012), in cui quel leviatano di hobbesiana memoria sembra essersi definitivamente arreso alla prepotenza e all’egoismo delle persone, delle comunità, dei paesi. Riemergono gli imperi, combinazione perversa di tendenze oligarchiche e ambizioni cleptocratiche che a colpi di ordini esecutivi e minacce belliche stanno lasciando sul terreno le macerie della democrazia liberale i cui anticorpi, tanto celebrati da intellettuali, opinionisti, politici e scienziati di ogni sorta, sembrano incapaci di reagire. Tutto questo in un climax caotico e imprevedibile di reciproca ostilità che certifica la dissoluzione definitiva di quel principio morale (l’“amore verso i più lontani”) che come scrive Friedrich Nietzsche in Also sprach Zarathustra (1883-1885) lega indissolubilmente tutte le generazioni, presenti, passate e future.
La Giornata mondiale del teatro e il Medioevo moderno
Ecco perché la notizia della Giornata Mondiale del Teatro, istituita il 27 marzo del 1962 su iniziativa dell’International Theatre Institute ITI-UNESCO, suscita speranze e riflessioni. Non a caso il testimonial 2025, il drammaturgo e regista greco Theodoros Terzopoulos, ha espresso le sue preoccupazioni dichiarando che nelle società contemporanee le persone sembrano dominate da un senso pervasivo di paura per l’altro, per il diverso, per lo straniero che ne corrompe pensieri, scelte, comportamenti. Circostanza questa che impone la ricerca di nuove narrazioni capaci di coltivare la memoria e di creare una nuova responsabilità morale e politica nelle persone per sfuggire al drammatico rischio di un nuovo medioevo incombente.
Non sembra casuale che l’allarme provenga dal mondo dell’arte e del teatro. Del resto, dalle processioni e i sacrifici delle Grandi Dionisie a Eschilo, da Sofocle, Euripide e Aristofane fino a Eugène Ionesco e Samuel Beckett, il teatro racconta di sofferenze umane, fisiche e psicologiche, di travagli spirituali, di eroi e vendette, di ingiustizie, di guerre e speranze, evocando negli spettatori emozioni e passioni, riflessioni e sconvolgimenti.
Non a caso, Giorgio Strehler e Paolo Grassi, nel 1947, nel manifesto fondativo del Piccolo Teatro di Milano scrivevano che il teatro resta quel che è stato nelle intenzioni profonde dei suoi creatori: il luogo dove una comunità, liberamente riunita, si rivela a sé stessa, il luogo dove una comunità ascolta una parola da accettare o da respingere. Perché, anche quando gli spettatori non se ne avvedono, questa parola li aiuterà a decidere nella loro vita individuale e nella loro responsabilità sociale.
I teatri, capitale sociale della collettività
I teatri sono i luoghi vivi della collettività, di confronto e dibattito culturale, di democrazia e responsabilità civile, nonché di produzione, conservazione, valorizzazione e tutela del patrimonio culturale e artistico. Teatri come luoghi della cultura o, come scrive Howard S. Becker in Art worlds (1982), come “mondi dell’arte”, come luoghi della memoria storica e della crescita culturale, mediatori e dispensatori d’arte per le comunità. Teatri come vero e proprio capitale sociale, scrigno di risorse culturali, economiche e civili capaci di innovazione e modernità, di proposte e di scommesse sulla contemporaneità. Come è scritto nell’epigrafe incisa sul timpano della facciata del Teatro Massimo di Palermo secondo cui “L’arte rinnova i popoli e ne rivela vita. Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire.”






























