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Rubrica nata dalla collaborazione tra AGIS e Università Telematica Internazionale Uninettuno che esplora le dinamiche del mutamento sociale nella contemporaneità a partire da riflessioni legate al mondo dello spettacolo, dell’arte e della cultura.

 

Responsabile Scientifico

Carmelo Guarino, docente di Mutamenti sociali, democrazia e patrimonio culturale presso la Facoltà di Beni Culturali dell’Università Telematica Internazionale Uninettuno

Una scena di "LA ZONA D'INTERESSE" di Jonathan Glazer - Foto via ufficio stampa I Wonder Pictures

ScenaRi

L’orrore che è nelle nostre vite

di Carmelo Guarino

Tempo di lettura: 3 minuti

La zona di interesse di Jonathan Glazer, tratto dal romanzo di Martin Amis e ambientato ad Auschwitz, dopo aver collezionato premi e nomination agli Oscar, ai Golden Globes, ai Bafta 2024 e al Festival di Cannes 2023 (soprattutto come Miglior film internazionale, Miglior regia e Miglior suono), riapre una discussione sui campi di concentramento, sull’olocausto e sulla disumana soluzione finale a cui la Germania nazista durante la II guerra mondiale, sostenuta da un’agghiacciante ideologia, ha costretto milioni di persone. Uomini e donne, bambini e anziani, disabili e malati, dissidenti politici e omosessuali: tutti accomunati dallo stigma nefasto della diversità rispetto a un demoniaco ideale di presunta superiorità razziale.

Ecco, proprio i primi 3 minuti del film, soffermandosi su uno sfondo oscuro e agghiacciante reso pulsante da una musica che rimbomba di sofferenze umane, oltre che disorientare lo spettatore, progressivamente spalanca le porte di quell’inferno biblico che appare come una pallida imitazione del male di cui solo l’uomo è capace. Un inferno plasticamente testimoniato da quella felicità che permea ogni aspetto del vivere quotidiano della famiglia di Rudolf Höss (comandante del campo di concentramento) in una dimensione pastorale fatta di gioia e amore imperturbabile e indifferente, rispetto all’abominio che si consuma pochi metri al di là del muretto di separazione dal campo e simboleggiato in maniera macabra dai fumi delle ciminiere dei forni crematori e dalle urla strazianti di sofferenza degli internati.

Una nuova stagione di paura per il mondo

Inevitabile il raffronto con la politica internazionale di oggi che, all’unisono dalle due sponde dell’Atlantico, impone al centro della discussione pubblica una nuova stagione di preoccupazione e paura. Dalla cancellazione delle politiche per l’inserimento nella società e nel lavoro di gruppi svantaggiati per identità etnica o sessuale o dei disabili nelle amministrazioni federali sia civili che militari (Diversity, Equity Inclusion – DEI) negli USA alla “Remigrazione” invocata in Europa (vera e propria deportazione di massa, espulsione forzata) dell’AfD tedesca, ma condivisa anche dal partito spagnolo VOX e da quello austriaco FPÖ al protocollo Roma-Tirana del novembre 2024, per la creazione di due centri per migranti in territorio albanese, fino alla ben più miserabile – ma certo non meno pericolosa! – rievocazione da parte di politici italiani dei forni crematori per “… i ricchioni”. 

La sensazione inevitabile è quella dello sconforto, perché in un attimo è stato spazzato via quel complesso patrimonio socio-culturale oltre che normativo e giurisprudenziale, faticosamente costruito in 80 anni, attraverso accordi, trattati, convenzioni internazionali e che in organizzazioni come le Nazioni unite con le sue diverse agenzie, l’Organizzazione mondiale del commercio o la Corte penale internazionale e la Corte internazionale dei diritti umani (solo per fare alcuni nomi), ha avuto i suoi principali baluardi nella lotta per i diritti umani. Sembra di vivere un macabro de javù, ma in realtà si tratta di una sinistra riproposizione della storia. Nel 18 Brumanio di Luigi Bonaparte (1852), Karl Marx scriveva che Hegel aveva già notato “… in un passo delle sue opere che tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano per così dire due volte. Ha dimenticato di aggiungere la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa”. Un dramma confermato da Primo Levi, sopravvissuto all’Olocausto, che in I sommersi e i salvati (1986) “È avvenuto, quindi può accadere di nuovo”. E se Marco Tullio Cicerone nel De Oratore (55-54 a.C.) scriveva che “Historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae …”, allora il problema deve necessariamente annidarsi nell’uomo. 

Il male non è mai banale

Ecco, quell’orrenda indifferenza – Zygmunt Bauman avrebbe parlato di “atarassia” – ci catapulta con urgenza e immediatezza nel buio dei tempi che stiamo vivendo. Come non pensare oggi a Gaza. Hannah Arendt in Noi profughi (1943) e in Le origini del totalitarismo (1951) descrive con straordinaria profondità, grazie alle sue esperienze personali, questioni ancora oggi drammaticamente attuali legate alla condizione di profughi e migranti: dall’abbandono della comunità e della famiglia fino alla perdita della propria umanità.  Ma è nel 1963 con Heichmann in Jerusalem. A report on the banality of evil che la Arendt, irrompe nell’assordante silenzio che avvolge lo sterminio, proponendo alla discussione pubblica una riflessione inedita sul male, vagamente assolutoria e provocando una tempesta di critiche e polemiche. Per la Arendt il male era sinonimo di “banalità”, “lontananza dalla realtà” “mancanza di idee” poiché “… Eichmann non era uno Iago né un Macbeth … non aveva motivi per essere crudele … non capì mai che cosa stava facendo … E se questo è ‘banale’ e anche grottesco … non riusciamo a scoprire in lui una profondità diabolica o demoniaca …”. Oggi parleremmo di assenza di pietà o di empatia. Più recentemente Bettina Stangneth in La verità del male (2017), grazie alle cosiddette “Carte argentine” – i documenti che raccontano di quanto Adolf Eichmann durante il suo esilio, redigeva e custodiva con impegno e cura maniacale – restituisce l’immagine di uno spietato gerarca nazista legato al regime da un sinistro coinvolgimento ideologico, oltre che da una rigorosa e attiva partecipazione all’annientamento di milioni di persone. Come scrivono Zygmunt Bauman e Leonidas Donskis in Male liquido (2022) nella contemporaneità il male non è per nulla banale. Anzi, rispetto al passato oggi sembra ineluttabile nella sua forma “liquida”, manifestandosi in maniera insidiosa e pericolosa, insinuandosi in emergenti politiche di protezione dell’interesse nazionale che celano ideologie già drammaticamente sperimentate nella storia. Secondo una fatalistica ineluttabilità di tatcheriana memoria che ha cambiato il corso della storia e il volto dell’Occidente: there is no alternative.

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