Il 15 agosto di quest’anno ricorrono i 100 anni dalla nascita di Oscar Peterson che, facendo sua l’eredità dei pianisti americani Art Tatum, Nate King Cole e Teddy Wilson, si è imposto sulla scena internazionale come uno dei più grandi pianisti che la storia del jazz ricordi, poiché ha saputo fondere espressività poetica e virtuosismo tecnico in un pianismo dai suoni così brillanti da sembrare, nelle parole di molti esperti e critici musicali, un “gioco di perle”. Proprio per questo il suo è un jazz classico, uno swing colto e sofisticato, che si rifà ai grandi jazzisti degli anni ’50, come Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Louis Armstrong, in cui l’armonia che lega la levità, l’ariosità e l’intreccio di linee melodiche e contrappuntistiche di Bach con le work-songs e il blues, gli spirituals e il rag (si pensi alla Bach Suite) trova la sua massima espressione nelle Jam session che Oscar Peterson ha portato in giro per il mondo, insieme a cantanti come Ella Fitzgerald o Billie Holiday. Contribuendo con le sue composizioni, si pensi al brano Peace, alla battaglia contro le sofferenze provocate da schiavitù e persecuzioni razziali e segregazione e guerre.
Quest’anno la Giornata internazionale del jazz, istituita dall’UNESCO nel 2011 in occasione della sua Conferenza generale, e organizzata insieme all’Herbie Hancock institute of jazz, si è tenuta a fine aprile ad Abu Dhabi. La decisione dell’UNESCO di riconoscere alla musica jazz un posto d’onore nell’olimpo del proprio patrimonio è legata, come afferma Herbie Hancock, alla sua capacità “… di unire le persone, abbattere le barriere e ispirare la creatività in tutte le culture” anche se, come sosteneva più realisticamente Louis Armstrong “C’è tanta gente per bene che girato l’angolo lincerebbe un Negro … Ma finché ascoltano la nostra musica, non pensano a questa roba”.
Razzismo e schiavitù nonostante l’abolizione della schiavitù
Quando nasce Oscar Peterson erano passati appena 60 anni dall’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti, avvenuta grazie all’approvazione nel 1865 del XIII emendamento alla Costituzione, e anche se provvedimenti abolizionisti erano già stati adottati nel 1793 dalla Repubblica francese nella colonia di Saint-Domingue, l’intero Occidente viveva ancora dinamiche culturali e sociali fortemente segregazioniste e persecutorie. Basti ricordare quanto accaduto il 1° dicembre 1955 a Montgomery in Alabama a Rosa Parks che, insieme alle crudeli e spietate spedizioni sanguinarie del Ku Klux Klan e alle sadiche violenze della polizia contro i neri, descrive in maniera cruda il macabro clima di violenza, razzismo e segregazionismo nell’America degli anni ’50. Arrestata per essersi coraggiosamente rifiutata di alzarsi e lasciare libero un posto destinato ai bianchi sull’autobus che avrebbe dovuto riportarla a casa dopo il lavoro, fu arrestata divenendo simbolo del nascente movimento che scosse il Paese per oltre un anno e di cui ricorrono i 70 anni, ponendo le basi del successivo Civil rights movement di Martin Luther King. Quella vicenda giunse fino alla Corte Suprema che decretò incostituzionale la segregazione sugli autobus pubblici.
Secondo una recente inchiesta pubblicata dal New York Times il 24 maggio scorso, e che ha analizzato i dati raccolti dal Washington Post e dall’organizzazione no profit Mapping Police Violence, incrociandoli con quelli dei Centers for disease control and prevention, negli ultimi 5 anni le violenze e gli omicidi da parte della polizia statunitense sono aumentati del 18%, con oltre 1200 vittime. L’inchiesta di Steven Rich, Tim Arango e Nicholas Bogel-Burroughs, dal titolo “Since George Floyd’s murder, police killings keep rising, not falling”, oltre a evidenziare come la principale discriminante sia rappresentata dall’appartenenza razziale, sottolinea come la situazione sia ancora più allarmante se la si ricollega all’omicidio di George Floyd, avvenuta nel 2020 a Minneapolis, da parte di un agente di polizia.
Il Movimento per i diritti civili degli afroamericani di Martin Luther King e il ritorno al passato
Il 28 agosto del 1963 oltre duecentomila persone che, dopo una lunga marcia, scandita dalle note di We shall overcome, si erano radunate davanti al Lincoln Memorial di Washington. Ad aspettarli c’era un giovane Martin Luther King con un discorso rimasto nella storia dell’attivismo per i diritti civili, trasmesso in diretta in tutto il mondo:
[…] Questo è il momento di realizzare le promesse della democrazia; questo è il momento di levarsi dall’oscura e desolata valle della segregazione al sentiero radioso della giustizia […] questo è il momento di elevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale alla solida roccia della fratellanza […] Io ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere.
Mentre scrivo mi sorprende dover riutilizzate termini che credevo ormai superati e che, invece, si sono prepotentemente imposti nella discussione politico-culturale contemporanea e nel linguaggio comune. Mi riferisco soprattutto a quel concetto di razza che perfino gli studiosi di scienze della vita e di scienze naturali hanno definitivamente archiviato, ritenendolo inadeguato e incompatibile con i progressi dei saperi e della conoscenza. Complici, forse, le recenti vicende geopolitiche che stiamo vivendo o, molto più probabilmente, quel “riflusso autocratico” – come lo avrebbe definito Samuel Huntington in La terza ondata. I processi di democratizzazione alla fine del XX secolo (1991) – che vede il colpevole e consapevole coinvolgimento di ampi settori e ambiti della società desiderosi di una restaurazione ispirata a tassonomie che rievocano le memorie più tragiche della storia contemporanea e che mal si conciliano con la questione dei diritti umani.






























