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Rubrica nata dalla collaborazione tra AGIS e Università Telematica Internazionale Uninettuno che esplora le dinamiche del mutamento sociale nella contemporaneità a partire da riflessioni legate al mondo dello spettacolo, dell’arte e della cultura.

 

Responsabile Scientifico

Carmelo Guarino, docente di Mutamenti sociali, democrazia e patrimonio culturale presso la Facoltà di Beni Culturali dell’Università Telematica Internazionale Uninettuno

Foto via Loc's public domain archive - Bernstein at rehearsal for West Side Story. Carol Lawrence (who played Maria) is at his left, and lyricist Stephen Sondheim is playing the piano, 1957

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Lenny, il mondo, le guerre

di Carmelo Guarino

Tempo di lettura: 3 minuti

Chissà cosa ne avrebbe pensato Leonard Bernstein di tutti i conflitti che affliggono il mondo, che secondo il Global Peace Index 2025 sono 59 con almeno 78 paesi coinvolti, e di quei crimini contro l’umanità che dopo la fine della II guerra mondiale pensavamo aver relegato nei meandri di un tragico passato ormai sepolto da anni di accordi, convenzioni, trattati, multilateralismi e cooperazioni, finalizzati all’affermazione e al consolidamento dei diritti umani. Come scrivono Rasha Khatiba, Martin McKeec e Salim Yusufd sul Lancet del 20 luglio 2024 la stima di più di 186 mila morti a Gaza, sia per cause dirette che indirette, “… non è improbabile …”. Secondo Yaakov Garb della Ben Gurion University, le vittime potrebbero addirittura arrivare a 377 mila come racconta nel suo rapporto “The Israeli/American/GHF ‘aid distribution’ compounds in Gaza: dataset and initial analysis of location, context, and internal structure” pubblicato su Harvard dataverse. 

Chissà cosa ne avrebbe pensato Lenny, che con la sua West side story e tutte le sue meravigliose arie entrate ormai di diritto nell’Olimpo degli standard americani, è riuscito a raccontare di una società ingiusta e disuguale, intossicata da stereotipi e pregiudizi, divisioni e steccati, allora come oggi. Se Tonight raccontava dell’inebriante e scuotente passione che l’amore giovanile riesce a provocare, Somewhere, ne rivelava l’aspetto più tragico, pur evocando, come in un’intima preghiera, il sogno di un luogo, di un tempo e di un mondo migliore e più sicuro. Nel West side story che ha inaugurato la stagione estiva a Caracalla messo in scena dal Teatro dell’Opera di Roma con la regia di Damiano Michieletto a luglio scorso, quel canto di speranza sembra essersi trasformato in un urlo di disperazione. E la torcia della statua della libertà americana spenta e ridotta in macerie, che domina la scena, ne è la sua rappresentazione più sconfortante.

L’illusione del sogno americano

Con quel musical, messo in scena a Broadway per la prima volta nel 1957, Leonard Bernstein che compose le musiche, Arthur Laurents che scrisse la sceneggiatura, Stephen Sondheim che collaborò alla scrittura dei testi e alla regia, e Jerome Robbins che ideò le coreografie (il “gruppo irrequieto”, come lo definì Davide Jays sul Guardian nel 2020) raccontavano di un’America degli anni ’50 che già allora poco si conciliava con l’immagine della “più grande democrazia del mondo”. Proprio loro che nell’era McCarthy erano già stati oggetto di denuncia e persecuzione per le loro idee progressiste e la loro omosessualità, avevano avuto il coraggio di raccontare le contraddizioni e le ingiustizie sociali del tempo e del paese, denunciandone convenzioni e consuetudini, con la forza dirompente del linguaggio della musica, del teatro, della danza.

Oggi come allora, quelle contraddizioni si sono amplificate imprevedibilmente in maniera esponenziale, non solo negli Stati Uniti ma in tutto l’Occidente. Ricompaiono gli imperi e i tiranni, le guerre diventano più pervasive e la prepotenza governa le relazioni politiche, un inaspettato tradizionalismo etico di stampo reazionario si impone nella discussione politico-culturale, mentre si ridestano concetti letali come razza, protezionismo, diritto naturale. Come presagiva già oltre vent’anni fa Zygmunt Bauman, dopo le promesse violate da parte delle democrazie liberali, le società umane hanno rivelano una progressiva, ma potente propensione, al ripiegamento su base tribale alla luce di un passato idealizzato, ma mai esistito, “normale” e ostile a ogni forma di “devianza”, di diversità, di differenza.

Somewhere

Non a caso Barbara Stefanelli nel suo editoriale su Sette del 20 giugno 2025, ha raccontato che quell’idea di società merit based e color blind probabilmente è ormai tramontata. Il 20 gennaio 2025 o, peggio ancora, il 2 aprile 2025, data del famoso Liberation day trumpiano, ha inaugurato un nuovo mondo e “nuovo corso” della politica internazionale, l’intero Occidente, obnubilato e incapace di reagire, proprio come nella fiaba dei fratelli Grimm, Il pifferaio di Hamelin, sembra sotto l’effetto di un incantesimo. E se l’epilogo tragico della fiaba evoca i presagi più infausti, quella torcia ridotta in macerie sul palcoscenico di Caracalla è proprio la plastica rappresentazione del definitivo infrangimento dei sogni e delle speranze che la globalizzazione degli ultimi ottant’anni aveva generato. E così il definitivo tramonto di quei diritti e di quella democrazia, di quella pace e di quelle persone di cui Norberto Bobbio discuteva in L’età dei diritti (1990), sembra vanificare definitivamente la speranza di Somewhere: “Un giorno, da qualche parte, troveremo un nuovo modo di vivere … C’è un posto per noi … Pace e tranquillità e aria aperta … Un giorno, da qualche parte …”. 

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