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Rubrica nata dalla collaborazione tra AGIS e Università Telematica Internazionale Uninettuno che esplora le dinamiche del mutamento sociale nella contemporaneità a partire da riflessioni legate al mondo dello spettacolo, dell’arte e della cultura.

 

Responsabile Scientifico

Carmelo Guarino, docente di Mutamenti sociali, democrazia e patrimonio culturale presso la Facoltà di Beni Culturali dell’Università Telematica Internazionale Uninettuno

March for Our Lives 24 March 2018 - Ted Eytan (CC BY-SA)

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Fermate il mondo, voglio scendere

di Carmelo Guarino

Tempo di lettura: 5 minuti

È strano, ma questa volta non ho uno spettacolo, un film o un evento culturale da cui trarre spunto per scrivere un nuovo pezzo per la rubrica. O meglio, questa volta quello che mi viene in mente è solo la ormai storica vignetta in cui la favolosa Mafalda, enfant prodige di Quino, dice “Fermate il mondo, voglio scendere”. 

Quando Donald Trump si è insediato alla presidenza degli Stati Uniti, in quel 2 aprile del 2025 ribattezzato Liberation day, con un discorso tenuto al Rose Garden della Casa Bianca ha annunciato che l’età dell’oro era appena iniziata.

The golden age of America begins right now. From this day forward, our country will flourish and be respected again all over the world. We will be the envy of every nation, and we will not allow ourselves to be taken advantage of any longer. During every single day of the Trump administration, I will very simply put America first.

Il discorso fu presto liquidato da politici, commentatori e opinionisti come stravagante, folle. Solo i mercati presero sul serio quel discorso, basti pensare che in soli 3 giorni le perdite sul mercato azionario globale, da Wall Street a Milano, da Hong Kong a Francoforte, da Taiwan a Madrid, furono tali (5 trilioni di dollari) che la svizzera Swissquote Bank parlò di un vero e proprio “bagno di sangue”. Progressivamente, man mano che quel discorso ha preso consistenza, l’opinione pubblica mondiale e le classi politiche di tutto il mondo si sono rese conto che in quella follia c’era un’idea precisa e un metodo lucido.

Liberation day e Project 2025

Nello stesso giorno del Liberation day, come ricordano sul New York Times del 31 luglio scorso, Kate Guadagnino, Nick Haramis, Coco Romack e Barbara Kruger in “What happened when their art was banned: Nine artists on how american censorship changed their work and their lives”, tra gli oltre 20 ordini esecutivi firmati da Trump uno di questi recava “Ripristino della libertà di parola e fine della censura federale”. L’intento dichiarato di impedire qualsiasi decisione pubblica finalizzata alla limitazione della libertà di parola ai cittadini americani da allora è stato ribadito a più riprese dal presidente americano, dal Congresso fino al suo social Truth: ho riportato la libertà di parola in America.

Sul Corriere della Sera del 15 agosto scorso, Massimo Gaggi, in “Metà Project autoritario già realizzato da Trump”, scrive che dei 317 obiettivi e precetti pubblicati nel 2023 dai trumpiani della Heritage Foundation per la ridefinizione in senso autoritario del governo federale in un corposo volume di 900 pagine dal titolo “Project 2025”, ben 115 (il 47%) sono già stati realizzati. E tutto questo, nonostante le smentite pubbliche del Presidente americano, in appena 6 mesi da suo insediamento. Basti pensare allo scioglimento di USAID (United States Agency for International Development) voluta da John F. Kennedy nel 1961, all’epurazione delle persone transgender dall’esercito, ai 100 mila nuovi posti nei campi di internamento per clandestini. Per non parlare della sospensione del programma federale DEI (Diversity, Equity, Inclusion) responsabile di “… un immenso spreco pubblico e una vergognosa discriminazione” e che, invece, era stato ideato per promuovere una società fondata sul merito, piuttosto che sul colore della pelle, degli orientamenti o delle scelte delle persone. Altri 64 obiettivi, continua Gaggi, sono in corso di definizione e realizzazione, dalla trasformazione della Protezione civile americana e del Ministero della Giustizia, alla eliminazione del Ministero della Pubblica Istruzione fino alla sospensione dei contratti di fornitura con le imprese sensibili alla woke culture. Il programma dell’Heritage Foundation procede sempre più velocemente verso il suo compimento: se non appena insediatosi alla Casa Bianca Trump aveva nominato Direttore del Bilancio Russel Vought, ideatore del “Project”, a luglio scorso il Dipartimento statistico è stato privato di fondi e personale e Erika McEntarfer che ne era a capo è stata licenziata e sostituita con l’economista con E. J. Antoni, coautore del “Project”. 

Il nuovo mondo di Trump che supera l’immaginazione

In pochi mesi il nuovo presidente americano ha creato allarme e preoccupazione non solo in America, ma nel mondo intero; non solo usando l’arma dei dazi tra le aziende e le imprese, ma nell’intera società civile occidentale sempre permeabile a ciò che accade al di là dell’Atlantico. Ma tant’è, la storia è scandita da eventi che in maniera caotica ne segnano il tempo e lo spirito. Ma anche da personaggi che con le loro narrazioni o “metanarrazioni” – così come le aveva denominate Jean-François Lyotard nel 1979 in La condition postmoderne – non solo hanno condizionato la percezione della realtà incastonata in quel tempo, ma hanno anche motivato gli animi, creato ideali e prodotto rivoluzioni, generato movimenti e suscitato convincimenti e valori. Fin dalle prime civiltà, quelle di cacciatori-raccoglitori, il fluire del tempo è stato scandito da una successione di narrazioni, alcune delle quali dominanti che, soprattutto nel Vecchio Continente, hanno condizionato la percezione del mondo, sia quello naturale e fisico che quello sociale. Così, dal Mana alle sacre scritture, dalle mitologie al folklore e alle più recenti narrazioni discese direttamente dall’Illuminismo e dai grandi sistemi emancipativi come l’hegelismo e il marxismo, fino al neoliberismo di matrice statunitense, l’homo sapiens raccontando il suo rapporto col mondo ha cercato di restituire un senso alla propria esistenza. Quelle narrazioni sono ormai al capolinea, ogni tentativo di crearne altre e già fallito in partenza e la classe politica occidentale, nel tentativo di formularne nuove per recuperare credibilità e governare la complessità, rivela tutta la sua inadeguatezza e obsolescenza, con effetti talvolta grotteschi, talaltra tragicomici. E in alcuni casi anche esilaranti. 

Ne avevano già discusso Philip K. Dick in The Penultimate truth del 1964, e George Orwell in 1984 del 1949: per manipolare la realtà basta manipolare le parole e controllare le parole vuol dire controllare le persone che quelle parole devono usare facendogli percepire il mondo in un modo o in un altro. Ma Trump ha compiuto una vera rivoluzione culturale, nel senso più profondo della parola, perché nonostante l’eliminazione di oltre 200 parole ed espressioni dalla discussione pubblica, non ha manipolato le parole per proporre un nuovo racconto della realtà. Piuttosto, ha preso quella realtà, l’ha demolita e l’ha ricostruita, inaugurando un nuovo corso della storia rispetto al quale ogni eponimo o categoria politica si rivelano inappropriati. Una sorta di “dadaismo” politico che ha stravolto l’ordine mondiale, assestando un duro colpo al diritto nazionale e a quello internazionale, peraltro già in sofferenza, in maniera autocratica e autoreferenziale, facendo riferimento esclusivo alle proprie idee, ai propri convincimenti, alla propria visione del mondo, a colpi di post e di e conferenze stampa. Privilegiando l’arma dei dazi e facendo ricorso alla minaccia e alla ritorsione, Trump sta stravolgendo non solo le dinamiche delle relazioni internazionali, ma anche la natura stessa del capitalismo americano.

Sempre sul Corriere della Sera del 15 agosto scorso in “L’America dopo sette mesi”, Beppe Severgnini ha scritto che “Donald Trump si comporta come uno dei Signori che dominavano l’Italia tra XIII e XVI secolo: concentra in sé tutti i poteri, sostiene di rappresentare ogni virtù, pretende servilismo e adulazione. Ma sono passati secoli, da allora. E se la Signoria è l’unica forma autoctona di governo in Italia … la democrazia è stata – fino a oggi – il marchio di fabbrica degli Stati Uniti d’America”. Appare evidente che la più antica democrazia moderna, quella americana, che è stata di esempio a tante altre, ormai vacilla e rischia di trascinare con sé tutte le altre. I fattori e le condizioni sono le più disparate, seppur prevedibili. Ma il tramonto dei grandi ideali e la metamorfosi dei partiti politici che, cambiando natura sono divenuti oligarchia – o meglio “oligarchie tecno-finanziarie” si pensi alle Big-Tech – probabilmente sono le cause più drammatiche all’origine della crisi le cui prime e immediate conseguenze, dalla compromissione del metodo democratico all’ammaloramento della discussione pubblica, dalla violazione del diritto fino all’esautorazione dei parlamenti, inevitabilmente riserveranno ulteriori tragiche sorprese. Del resto, continua Severgnini, “Ci sono giornate in cui la cronaca politica americana sembra uscire da un serie televisiva. Ma nessuno degli spregiudicati sceneggiatori di House of cards poteva immaginare ciò che è poi accaduto”.

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