Nella magica cornice della scena finale di Cinderella del 1950, dodicesimo lungometraggio animato della Walt Disney, Cenerentola e il Principe azzurro lasciano il castello su una splendida carrozza regale accompagnati dal suono in festa delle campane, dalla gioia incontenibile del re, dalle scorrazzate del bracchetto Tobia e dalle urla festanti dei topolini Giac, Gas, Mary, Perla, Suzy e Luke. Mentre sulle note finale di A dream is a wish your heart makes di Mack David, Al Hoffman e Jerry Livingston, compare l’epilogo dell’ultima pagina della celebre fiaba di Charles Perrault: “… e così vissero contenti e felici”.
Ma davvero basta trovare il proprio principe azzurro o la propria Cenerentola per essere felici? Davvero bastano un paio di Manolo Blahnik e un matrimonio vantaggioso per raggiungere la felicità? Non so se sia mai stato così, ma a giudicare dalle dinamiche demografiche in corso sembrerebbe proprio che tutto sia molto diverso dallo storytelling dominante sulla “famiglia naturale”. Secondo il World Population Prospects 2024 del Department of Economic and Social Affairs Population Division dell’ONU, la popolazione mondiale, seppur in maniera variabile nei diversi continenti, registrerà entro la fine del secolo una contrazione stimata di oltre un miliardo di abitanti. Basti pensare che negli ultimi 55 anni il numero medio di figli per donna nel mondo (tasso di fertilità), premesso che la soglia minima per l’avvicendamento indispensabile della popolazione esistente è convenzionalmente fissata a 2,1, è passato da 4,8 a 2,3 con una previsione di un’ulteriore riduzione a 1,84 entro il 2100. Se poi aggiungiamo che secondo Our World in Data2025 del Global Change Data Lab, a livello globale i matrimoni sono passati dal 69% del 1970 al 64% del 2024, con uno sganciamento tra matrimoni e genitorialità (che in alcuni casi è aumentato anche di 10 punti percentuali) e che le separazioni e i divorzi sono più che raddoppiati nel medesimo periodo, con una previsione di Euromonitor Internationaldi un +78,5% entro il 2030, allora tutto sembra molto diverso. O meglio, sembra che quel modello di felicità basato su un giusnaturalismo obsoleto, se non addirittura antistorico, di famiglia fondata sul matrimonio quanto meno contrasta con la realtà. Ma tant’è, in un tempo in cui con sempre maggiore insistenza si parla di “profezie messianiche”, proprio in quell’Occidente che credevamo ormai compiutamente secolarizzato, tutto è possibile. Drammaticamente.
La famiglia naturale non esiste
Nel 2023 in “È un Paese di iperindividualisti. Non producono ma pretendono” pubblicato su La Stampa, con approccio critico, Luca Ricolfi scriveva che da sempre l’incertezza e la precarietà hanno caratterizzato il mondo del lavoro e che i mutamenti demografici in corso probabilmente sono legati a una “… deriva iperindividualistica della società italiana. Per molti giovani i figli sono, potenzialmente, un grave ostacolo a modi di vita altamente centrati sul sé, che sono maturati negli anni e a cui non si intende rinunciare”. Con maggiore disincantato e autentico realismo, Claude Lévi-Strauss in L’Antropologie face aux problèmes du monde moderne del 2011, e ancor prima nel 1962 in La pensée sauvage, scriveva che la famiglia non è “naturale”, non è fondata su un presupposto ordine naturale della realtà. Piuttosto la famiglia configura un “universale culturale”, presente in tutte le società presenti e passate, da sempre contraddistinto da una molteplicità di manifestazioni concrete, tutte sensibili delle dimensioni simboliche e delle caratteristiche fisiche e sociali dei contesti di cui è espressione. Proprio per questo consigliava “… prudenza ai giuristi e ai moralisti troppo impazienti”. Per le medesime ragioni Lévi-Strauss, sofisticato interprete dello spirito e della cultura del tempo, oggi avrebbe parecchio da ridire anche sul dibattito contemporaneo sulla procreazione artificiale e sulla gestazione per altri (per non parlare di quel reato di surrogazione di maternità, reso universale con la novellazione della legge 40/2004) poiché tutte le società del passato “… hanno immaginato e messo in atto formule equivalenti, almeno dal punto di vista giuridico e psicologico”. Basti pensare ai Samo del Burkina Faso o agli indios Tupi-Kawahib del Brasile, ai Nuer del Sudan o agli Yoruba della Nigeria.
Dio, patria e famiglia
Sullo stesso solco si inserisce Chiara Saraceno che nel 2025 in La famiglia naturale non esiste scrive che la famiglia rappresenta l’epifenomeno di dinamiche e realtà molto più complesse – relazioni uomo-donna, modelli storico-sociali di genere, rapporti tra generazioni, concezione dell’infanzia, cambiamento dei corsi di vita, politiche sociali, povertà, diritti civili – rispetto alle quali la stessa idea di “famiglia naturale” oltre che surreale si configura come elemento distorsivo per l’adozione delle politiche pubbliche necessarie a un welfare moderno e inclusivo. A ciò va aggiunto che se negli anni ’70 al centro del dibattito c’erano il divorzio e l’aborto, quest’ultimo ancor’oggi oggetto di feroci attacchi (si pensi all’annullamento della sentenza Roe vs Wade da parte della Corte Suprema degli Stati Uniti nel 2022), oggi a essere oggetto di discussione sono la legittimità delle famiglie omosessuali e omogenitoriali. Due esempi. Il primo: la Circolare 3/2003 con cui il Ministero degli Interni del nostro Paese – citando la sentenza della Corte Suprema di Cassazione, n. 38162 del 30.12.2022 – esclude l’automatica trascrivibilità dei bambini nati all’estero attraverso la pratica della gestazione per altri. Il secondo: la Legge Morandi che prevede “Benefici in favore delle vittime di eventi dannosi derivanti da cedimenti totali o parziali di infrastrutture stradali o autostradali di rilievo nazionale” che il Presidente Mattarella ha promulgato il 15.04.2025, ma con una nota di accompagnamento indirizzata ai Presidenti di Camera e Senato in cui, citando la giurisprudenza costituzionale, sottolinea come la norma possa configurare un rischio discriminazione per le persone unite civilmente. Il riferimento è all’articolo 2, dove i criteri di priorità per la corresponsione dei ristori ai membri della famiglia per ciascuna vittima, vedono prima il coniuge, poi i figli e, solo al terzo posto, la parte dell’unione civile, seguita dai genitori e dai fratelli e dalle sorelle conviventi. E se il richiamo alla “società naturale” dell’art. 29 della nostra Costituzione molto probabilmente va ricollegato alla persistenza di un certo giusnaturalismo nella cultura giuridica del tempo, in molte parti dell’Occidente contemporaneo oggi sempre più frequentemente Chiesa cattolica e governi conservatori e sovranisti propongono con forza, in perfetta sintonia, un’idea di famiglia naturale, come “baluardo invalicabile”. Ma, continua Chiara Saraceno, “la famiglia naturale non esiste, è una invenzione culturale … sia nella sua forma normativa, istituzionale, sia nel modo in cui viene praticata, è una costruzione storico-sociale, le cui forme e contenuti differiscono nello spazio e nel tempo”. Eppure un’aggressiva propaganda antimoderna, che assume plastica consistenza nella formula “Dio, patria e famiglia” collega sinistramente le due sponde dell’Atlantico.
Autodeterminazione e ricerca della felicità
Che dire allora, forse la felicità sta altrove. O forse la discussione sulla felicità va posta in maniera differente. Nella storia del pensiero occidentale, da Aristotele ai giorni nostri, la felicità, epicurianamente intesa come “benessere dell’anima”, è sempre stata il fine dell’uomo, una tensione verso qualcosa di indefinibile e che nella spinta innata all’autodeterminazione scopre la sua leva più potente. Proprio quell’autodeterminazione riconducibile alla facoltà della creatività di cui parla Edward O. Wilson in The origins of creativity del 2018, che solo l’homo sapiens possiede e in cui risiede il segreto della sua evoluzione, sia biologica che sociale. Proprio quell’autodeterminazione che ci ha consentito in soli 300mila anni di proiettarci dalle caverne allo spazio. Quella stessa autodeterminazione che ha consentito a ognuno di noi di dare piena forma ai nostri bisogni più profondi di emancipazione, di cambiamento, di affermazione, tanto nella vita pubblica quanto in quella privata. Ecco perché quel “baluardo invalicabile” della famiglia naturale, proposto come unico scenario possibile, oltre che inevitabile definisce il più grande infingimento dopo il tramonto delle grandi narrazioni: dai testi sacri alla mitologia, dalle fiabe alle leggende popolari, dall’inevitabilità del neoliberismo (there is no alternative – TINA) fino all’idea della fine della storia e della esportabilità della democrazia.
Il World Happiness Report 2025 realizzato da Gallup in collaborazione con il Wellbeing Research Centre dell’Università di Oxford, sottolinea la rilevanza della gentilezza, della generosità e della fiducia e, dunque, delle buone relazioni sociali nella felicità intesa come benessere psicologico. Ecco perché come scriveva Ulrich Beck in Costruire la propria vita nel 1997, stare insieme è il nostro destino. Mossi dal bisogno atavico di autodeterminazione, di felicità, distruggiamo, disgreghiamo, ricostruiamo, ristrutturiamo, i nostri modi di stare insieme per trovarne di nuovi, più sensibili a una ricerca di senso, rispetto alla quale perfino la morale – intesa semplicemente come insieme di norme sociali di ordinata e pacifica convivenza, senza alcuna connotazione o origine trascendentale – è continuamente sensibile di riflessione e metamorfosi.






























