Sessant’anni fa Mario Monicelli, con L’armata Brancaleone realizzava un crudele e brutale affresco dell’animo umano esplorando tutte le sfumature della commedia e del dramma, impreziosendo quel filone cinematografico che, come padre nobile della “commedia all’italiana”, aveva già inaugurato nel 1958 con I soliti ignoti. Presentato al Festival di Cannes del 1966 e vincitore di tre Nastri d’argento, grazie anche a un cast stellare che vedeva tra gli altri Vittorio Gassman, Catherine Spaak, Gian Maria Volonté ed Enrico Maria Salerno, il film di Monicelli offriva allo spettatore la narrazione grottesca di un poema cavalleresco medievale, per nulla nobile né tantomeno epico, ma autenticamente reale. Una narrazione in cui tutto, dalle animazioni di Emanuele Luzzati alle musiche di Carlo Rustichelli, dai costumi alle sceneggiature, con il linguaggio tipico del teatro dell’arte, sembra rievocare l’idea di un paese incapace di emanciparsi dalle miserie più profonde della sua anima, rileggendone la storia in maniera beffeggiante.
Dopo sessant’anni, alla luce dell’attuale drammatica cronaca internazionale e della degenerazione della discussione politico-culturale contemporanea, quel racconto, nelle forme di un vero e proprio presagio infausto, si adatta perfettamente a un’umanità che ha smarrito definitivamente la propria anima, per via di una politica in stile “armata Brancaleone” stolta e goffa, caotica e approssimativa, sgraziata e dispotica, celebrata da una corte di stravaganti e codardi avventurieri, improvvisati e opportunisti e, sostenuta, perfino da santoni visionari di ispirazione messianica. La deflagrazione della guerra in Medio Oriente ne è la rappresentazione più plastica. E non solo per l’abominevole e sconsiderato frasario ormai sdoganato che riesce sempre a sorprendere, ma soprattutto per l’indefinitezza degli obiettivi. Come raccontava Guido Olimpio in “Dove sta andando la guerra” pubblicato sul Corriere della Sera del 20 marzo scorso, “il conflitto continua a espandersi coinvolgendo sempre di più il settore energia mentre dominano gli interrogativi sul futuro della crisi e nessuno ha idea di quale sia lo sbocco politico. Cambio di regime? Soluzione pragmatica con un accordo? Trump ha cambiato registro tante volte e non è detto che il co-pilota Bibi Netanyahu condivida la stessa rotta”. La prospettiva di una crisi senza fine dai risvolti e dalle refluenze globali, umane, economiche, politiche, è certamente realistica. Ma quella crisi è legata a così tante variabili da rendere inimmaginabile la portata di quei risvolti e di quelle refluenze, impedendo previsioni di qualunque tipo: la capacità di resistenza del regime degli ayatollah, le reazioni degli emirati arabi, la disponibilità degli armamenti, l’ignavia dell’Unione europea.
Certo, secondo Ian Bremmer, politologo americano della New York University, così come ha raccontato a Massimo Gaggi il 20 marzo scorso sulle pagine del Corriere della Sera, la recessione è un fatto certo, figlia di “un gigantesco errore di valutazione di Donald Trump: il più grave delle due presidenze”, rispetto al quale, probabilmente, le misure di contenimento adottate dai governi e dalle banche centrali varranno a ben poco. Il politologo Vali Nasr, tra i massimi esperti di Iran, che è stato anche consulente di Obama, si spinge oltre parlando di “una guerra deleteria e mal preparata” che spingerà la corsa all’atomica. Del resto in un mondo dominato dal caos la bomba atomica rappresenta l’unica protezione possibile, la deterrenza estrema. Solo nel 2014, in Stato di crisi, Zygmunt Baumann scriveva che alla fine del XXI secolo le biblioteche traboccavano di studi accademici scritti dai Fukuyama del tempo per ripresentare la storia come una “lunga marcia verso la libertà, culminante in un trionfo irreversibile”. Tuttavia, da lì a poco, quell’Occidente civile, progressista e indistruttibile che nella democrazia aveva raggiunto il suo punto più alto, sperimentava un nuovo crepuscolo: nuovi totalitarismi, nuove guerre, impoverimento delle masse e crisi dello stato sociale. E siccome nella perseveranza dell’errore si annida la diabolicità dell’essere umano, dopo aver esportato la democrazia in Iraq nel 2003, adesso bisognava esportarla anche in Iran.
È proprio vero: l’Angelus novus di Walter Benjamin non indugia sugli orrori di cui l’umanità nel passato è stata capace, poiché il vento del tempo e del progresso lo trascina via suo malgrado. Ma se la memoria per Benjamin è l’unico mezzo di redenzione, temo che neanche questa ci sarà d’aiuto.






























