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Rubrica nata dalla collaborazione tra AGIS e Università Telematica Internazionale Uninettuno che esplora le dinamiche del mutamento sociale nella contemporaneità a partire da riflessioni legate al mondo dello spettacolo, dell’arte e della cultura.

 

Responsabile Scientifico

Carmelo Guarino, docente di Mutamenti sociali, democrazia e patrimonio culturale presso la Facoltà di Beni Culturali dell’Università Telematica Internazionale Uninettuno

Foto via ISPI - Istituto per gli studi di politica internazionale

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L’uomo coniglio di Donnie Darko e il futuro del mondo

di Carmelo Guarino

Tempo di lettura: 3 minuti

Come in tanti, in tante parti del mondo, ho vissuto con grande ansia a preoccupazione le settimane tra fine marzo e i primi di aprile, con la sensazione angosciante di vivere in una dimensione onirica e beffarda in cui l’immagine di Donnie Darko (interpretato da Jake Gyllenhall nel 2001) – guidato dalla voce di un macabro uomo coniglio, foriero di futuri apocalittici, che si risveglia in un campo da golf – fosse drammaticamente vera. In effetti, dopo giorni caratterizzati da tensioni e immagini della festa di Pasquetta alla Casa Bianca con il Presidente americano affiancato da un coniglio gigante, mi è sembrato di vivere un déjà-vu. Una sensazione sinistra rafforzata da una sequenza interminabile di minacce e ultimatum postate da Donald Trump sul suo Truth social che hanno innescato un’escalation delirante di preoccupazioni politiche e terremoti finanziari culminati, come ha titolato il Corriere della sera del 14 aprile scorso, in un “attacco choc a Leone XIV”.

Già nel discorso alla nazione tenuto mercoledì 1° aprile Trump aveva annunciato a proposito dell’Iran: “li riporteremo all’età della pietra, dove è giusto che stiano”. Minacce che sono culminate – solo per restare a queste ultime settimane – nel primo aut aut per la resa e la riapertura dello stretto di Hormuz del 21 marzo scorso, a cui ne è seguito un altro il 4 aprile successivo (con cui rinviava la scadenza al 6 aprile con un post lapidario “Martedi, ore 20 eastern time”), fino al post del 7 aprile scorso quando ha annunciato: “un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita. Non voglio che accada, ma probabilmente accadrà. Tuttavia, ora che abbiamo un cambio di regime completo e totale, dove prevalgono menti diverse, più intelligenti e meno radicalizzate, forse qualcosa di rivoluzionario e meraviglioso potrà accadere, CHI LO SA? Lo scopriremo stanotte, in uno dei momenti più importanti della lunga e complessa storia del mondo. 47 anni di estorsioni, corruzione e morte, finalmente finiranno. Dio benedica il grande popolo dell’Iran!”

Scrive Matteo Persivale sul Corriere della Sera dell’8 aprile, “nel corso di una giornata convulsa, senatori e deputati democratici avevano usato termini come «crimini di guerra», parlando del presidente americano come di un «omicida psicopatico»”. Ecco perché Hakeem Jeffries, deputato democratico di New York che guida la minoranza alla Camera ha affermato che “il Congresso deve votare subito per impedirgli di trascinarci nella Terza guerra mondiale”. 

Trivialità e insulti nel dibattito pubblico

Come racconta Massimo Gaggi “davanti al linguaggio sempre più estremo di Trump – insulti, invettive a sfondo religioso, minacce apocalittiche – tanti che lo osannavano, oggi temono follie tipo il ricorso all’arma nucleare mentre altri, come la sua ex pasionaria Marjorie Taylor Greene, chiedono addirittura la sua destituzione per incapacità in base all’articolo 25 della Costituzione e la sostituzione col vicepresidente, JD Vance. E la preoccupazione del ricorso alle armi atomiche, così come temuto anche dal politologo Charles Kupchan, docente della Georgetown University ed ex consigliere di Barack Obama, ha tenuto il mondo per un giorno intero col fiato sospeso. Sorprende che, a parte leader meritevoli di questa definizione come Mark Carney o Pedro Sánchez, l’unico ad aver alzato la voce senza mezzi termini sia stato Papa Leone XIV che ha definito “inaccettabili” le minacce di Trump, per una “guerra ingiusta”, a fronte di chi non condanna anche se non condivide questa guerra e fino a qualche mese fa auspicava che un giorno potesse essere consegnato il premio Nobel per la pace a Donald Trump. Lo stesso Donald Trump che il 5 aprile scorso, sempre attraverso il suo Truth intimava, al regime iraniano “Aprite il maledetto stretto, pazzi bastardi, o vivrete all’inferno, vedrete! Sia lode ad Allah”, abbattendo il limite dell’accettabile e imboccando il pericoloso, stretto e tortuoso sentiero del non ritorno.

È proprio vero, “l’insulto e il trivio non sono più incidenti di percorso ma il lessico quotidiano di politici e alti funzionari. Il dialogo è morto ed è nata la caccia all’uomo”, per citare Aldo Grasso nel suo Padiglione Italia di qualche settimana fa, in un clima di isteria collettiva pervasa da un’aura di barbarie umana intrisa di violenza e crudeltà lessicale senza fine. Nel suo gustosissimo Caffè il 14 marzo scorso, Massimo Gramellini scriveva che “Forse un giorno ci diranno che era un esperimento. Una specie di stress test: per quanto tempo la democrazia più importante del mondo può reggere un Presidente che parla come Cetto La Qualunque? La solennità drammatica della guerra – di ogni guerra, persino di questa fatta di armi, vittime e macerie invisibili – ha reso ancora più stridente il tono cialtronesco con cui Trump si rivolge all’umanità … E con la civettuola immagine di una petroliera che esibisce gli attributi possiamo congedarci dal sommo conferenziere, almeno per oggi”. Quel linguaggio fuori dalle righe, per usare un eufemismo, fatto di volgarità, insulti, minacce e ultimatum, che attraversa le due sponde dell’Atlantico, in alcuni casi con grande successo, ormai si è trasformato in un cortocircuito inarrestabile che, alimentato da una sindrome ego-monomaniacale, sembra ormai deflagrato in una crisi planetaria dagli esiti imprevedibili. Anzi, no. Un fatto è certo: siccome attraverso il settore dell’energia le tensioni geopolitiche si riflettono impietosamente sulle dinamiche dell’inflazione, la crisi dello stretto di Hormuz la pagheremo tutti noi cittadini comuni, dal dissolvimento di miliardi e miliardi di risparmi all’aumento dei prezzi dei prodotti al consumo.

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