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Rubrica nata dalla collaborazione tra AGIS e Università Telematica Internazionale Uninettuno che esplora le dinamiche del mutamento sociale nella contemporaneità a partire da riflessioni legate al mondo dello spettacolo, dell’arte e della cultura.

 

Responsabile Scientifico

Carmelo Guarino, docente di Mutamenti sociali, democrazia e patrimonio culturale presso la Facoltà di Beni Culturali dell’Università Telematica Internazionale Uninettuno

Un film fatto per bene - Foto da Biennale Cinema

ScenaRi

Da cinico tv a Spiderman

di Carmelo Guarino

Tempo di lettura: 5 minuti

Ho trascorso anni a discutere e ridere con Cinico tv e con il crudele e caustico cinismo con cui Daniele Ciprì e Franco Maresco hanno raccontato tutte le sere su Rai3, dal 1992 al 1996, il desolante paesaggio umano degli ultimi, dei più diseredati, in un Mezzogiorno d’Italia che non ha mai saputo riscattarsi ed emanciparsi da una pervasiva condizione di arretratezza e degrado sociale. Ma che, anzi, nel corso del tempo la nostra classe politica ha sfruttato, “normalizzandola”. Non a caso Giuseppe Carlo Marino in La Repubblica della forza del 1995 scriveva che “da Crispi in poi la Sicilia è stata terra di pericolo, se non di disgrazia”.

Le reazioni alla serie furono le più disparate nel dibattito italiano. Reazionario, conservatore, sovversivo, sadico, rivoluzionario, blasfemo, nichilista … Le condanne furono pressocché unanimi e sorrette dagli argomenti più disparati, in alcuni casi medievali. Molti addirittura sostennero che quel mondo non esisteva se non nell’immaginazione perversa dei suoi autori.

E, in effetti, i vari Pietro Giordano, Francesco Tirone, Giuseppe Paviglianiti che, puntata dopo puntata, hanno raccontato il degrado di un’esistenza irredimibile tra flatulenze fragorose e abbuffate compulsive di zuppe di fagioli, sembravano davvero arrivare direttamente dal teatro dell’assurdo. Cristallizzati in una dimensione senza tempo e in uno spazio della “non vita” dove perfino la morte sembra un privilegio.

Carlo Giordano, di cui memorabili sono le “macabre avventure” o le “squallide barzellette” che raccontava sbellicandosi dalle risate, lo incontravo quasi ogni giorno in una delle stradine ancora lastricate di pavé, di quella Palermo antica degli anni ’80, ancora disseminata delle macerie dei bombardamenti della II Guerra mondiale, a due passi dal Teatro Massimo, dove in un piccolo, anonimo magazzino, riparava ombrelli. Ed era esattamente come lo raccontavano Ciprì e Maresco con Cinico tv: umile, dimesso, trasandato, anonimo. Ostaggio inconsapevole di un destino impietoso, relegato nel retrobottega dell’umanità e che oggi avremmo definito come un loser senza speranza di riscatto.

Quel racconto cinico ed esilarante, eppure tragico ed estremamente attuale, di una (dis)umanità marginale, anche dopo la loro separazione artistica, ha mantenuto lo stile disorientante e disturbante di Ciprì e Maresco. Addirittura su Totò che visse due volte del 1998, si era abbattuta la scure medievale della Commissione censura cinematografica (abolita solo di recente, nel 2021) che ne aveva ravvisato una “forzatura deteriore di chi tende a degradare la dignità del popolo siciliano, del nucleo italiano e dell’umanità … palesi violazioni … offensivo del buon costume … disprezzo verso il sentimento religioso in generale e quello cristiano in particolare”. Fu ritirato dalle sale e ne fu vietata la visione. Fu perfino denunciato per vilipendio alla religione, con un processo durato tre anni che si concluse con l’assoluzione di entrambi, nel 2001. Non a caso fu definito “film maledetto”. 

“Un film fatto per Bene”, il nichilismo contemporaneo

Quella radicale rappresentazione del mondo, oggi più che mai, appare straordinariamente attuale. Una rappresentazione potentemente nichilista che Franco Maresco ripropone in Un film fatto per Bene del 2025 in cui si incontrano Carmelo Bene, il “frate volante” San Giuseppe da Copertino (interpretato da un immenso Bernardo Greco) e perfino la Morte con la falce (interpretata da Antonio Rezza) de Il settimo sigillo (1957) di Ingmar Bergman. Un’opera che Mymovies.it ha definito come “una ricerca del regista stesso e insieme una sorta di autobiografia in terza persona” in cui, secondo Comingsoon.it, “Franco Maresco è titanico, immanente, autodistruttivo e spietato: con il mondo del cinema italiano (e non solo), di cui certifica il decesso, con la tecnologia che permette a tutti gli inetti del mondo di prendere la loro rivincita nei confronti dei veri artisti, con un mondo che per lui – e forse non solo per lui – ha superato ogni idea possibile di degrado e oscenità”. E che, tuttavia, non sembra aver riscosso grande successo presso il pubblico, incassando, secondo Cinetel, poco più di 108 mila euro.

Eppure il film di Franco Maresco si inserisce prepotentemente nella discussione politico-culturale contemporanea su quel nichilismo considerato ormai come il vero spettro che aleggia sull’intero Occidente e che già in Friedrich Nietzsche, a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, aveva avuto il suo teorico di riferimento.

Nel 1882, annunciando che “Dio è morto”, ne La gaia scienza, Nietzsche raccontava di una modernità lacerata dalla scomparsa della verità, dalla dissoluzione della realtà, dalla frantumazione dei valori e dalla dissoluzione di ogni senso possibile. Una vera crisi esistenziale che concretamente si traduceva in un atteggiamento di scetticismo cinico e brutale rispetto alla verità. Oggi parleremmo di “post-verità”, alla luce della quale perfino la scienza diventa oggetto di opinione, le menzogne sono considerate legittime e i fatti sottovalutati. Tutto questo, nello spazio online ha trovato il suo terreno più fecondo, spostando quel nichilismo di nietzscheana memoria dal mondo dell’essere al mondo del digitale.

Vale la pena di ricordare quel 10 giugno 2015 quando Umberto Eco, dopo aver ricevuto la Laurea Honoris Causa in “Comunicazione e cultura dei media” dall’Università di Torino, intrattenendosi con i giornalisti nell’Aula Magna della Cavallerizza Reale, dichiarava: “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli”.

Un vero e proprio “oblio dell’essere” che testimonia la disintegrazione in corso delle società umane, le cui dinamiche sono impietosamente governate da quel free speech – che già secondo Zygmunt Bauman non prova vergona, anzi “mena vanto” – che legittima chiunque a dire tutto quello gli passa per la testa, su qualunque questione, in piena libertà, in qualunque momento, nella totale violazione di quel principio di responsabilità di Hans Jonas che, invece, imporrebbe il rispetto per le persone. Del resto, nel tempo in cui, il presidente americano dileggia i disabili e denigra gli immigrati e, nel nostro paese, i partiti di destra e di sinistra si contendono il copyright ideologico di J. R. R. Tolkien, e Spider-Man con il suo “da un grande potere derivano grandi responsabilità” diventa riferimento ideale da citare nel dibattito politico, lo spazio del pensiero razionale si è ridotto a un arido terreno, incolto e sterile. E quell’oblio dell’essere che si insinua in maniera pervasiva nelle nostre vite non sembra escludere nessun ambito delle nostre vite. Dio è morto, certo. Ma anche il cinema. Come racconta Maresco a un certo punto del film, mentre la macchina da presa corre lungo una parete di loculi, rievocando un incontro con Carmelo Bene avvenuto a Palermo nel 1995, 

“… improvvisamente pensare al cinema mi dava la nausea. L’idea di dove andare tutte le mattine sul set mi angosciava. È che a un certo punto ho avuto la consapevolezza assoluta che non aveva alcun senso continuare a fare film. Da giovane sapevo già che la bellezza non avrebbe mai salvato il mondo. Eppure pensavo ancora che il cinema, così come l’arte in genere, una sua ragion d’essere ce l’avesse, che un film potesse servire a qualcosa. Oggi nell’era dell’onnipotenza tecnologica, niente rimane, niente conta, niente ha alcun senso. Secondo me la tecnologia rappresenta il riscatto di tutti i mediocri e i senza talento del mondo. Forse la loro definitiva vendetta contro i veri artisti.  Ecco perché chi non sa fare niente, può sperare nel cinema. Un film, di questi tempi, non si nega a nessuno”.

Da visionario geniale qual è, Maresco sembra cogliere il significato più profondo di quello Zeitgeist che, tuttavia, temo riserverà ancora grandi sorprese. Tornando a Nietzsche, quella “tragedia”, espressione della volontà dionisiaca, incarnata dal dio dell’eccesso, a cui avrebbe dovuto far seguito la “filosofia”, cuore palpitante del pensiero razionale, del ragionamento apollineo, incarnato da Apollo, piuttosto che placarsi è diventata il contrassegno identitario delle nostre esistenze. Nessuna trasvalutazione dei valori, nessun superuomo. E, nonostante, quell’urgenza oggi sia avvertita sempre più potentemente, sia da un lato che dall’altro dell’Atlantico, continuano a mancare i riferimenti, umani e ideali, necessari. Anzi, no. Ci resta Spiderman.

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