Ad aprile scorso Sky ha dedicato un intero canale alle dieci stagioni di Beverly Hills 90210 (scritto e prodotto dallo stesso Darren Star di Sex and the city). Come dentro una capsula del tempo, anzi, come dentro la DeLorean DMC-12 di Back to the future del 1985, guidata da Marty e inventata da “Doc”, ho avuto la sensazione di essere stato catapultato indietro nel tempo, nell’ultimo ventennio del secolo scorso. Anni pervasi da un clima gioioso di speranza e ottimismo, che era stato capace di valicare le sponde dell’Atlantico e contagiare anche il Vecchio continente.
Un clima testimoniato dalle grandi produzioni degli Studiosdi Hollywood – da American graffiti del 1973 all’epopea di Star wars di George Lucas iniziata nel 1977, dallo spettacolare Superman del 1978 di Richard Donner fino a Raiders of the Lost Ark del 1981,E.T. the Extra-Terrestrial del 1982 e Jurassic Park del 1993, con i relativi sequel, di Steven Spielberg, fino alla saga di Back to the Future del 1985 di Robert Zemeckis – nonché, da serie televisive che vanno da The Love boat della ABC e The Cosby show della NBC a soap opera come Dallas della CBS, fino all’intramontabile e “favoloso” Sex and the city della HBO. Le stesse teen serie del tempo ne sono la rappresentazione più evidente, almeno a partire dall’iconica Friends, andata in onda dal 1994 al 2004, e Harlem contro Manhattan (ridenominata poi Il mio amico Arnold) andata in onda dal 1978 al 1985 e resa celebre dal suo piccolo protagonista, Arnold (interpretato da Gary Coleman) che con espressione corrucciata del viso rivolgeva al fratello un tenerissimo, ma assertivo, “che cavolo stai dicendo Willis”.
Le palme di Rodeo Drive e il tempo di una nuova speranza
Da allora le teen serie hanno occupato un ruolo centrale nell’immaginario di generazioni e generazioni, esattamente come aveva fatto Beverly Hills 90210 con la generazione X, esplorando l’universo variegato, controverso e spesso scintillante ma anche tragico, di emozioni in cui si consuma l’avventura adolescenziale, divenuta in brevissimo tempo un vero e proprio cult che ha spalancato le porte a spin off come Melrose Place, ma anche alle successive Dawson’s Creek, The O.C. e Gossip Girl.
Prodotta da Aaron Spelling e andata in onda per la prima volta negli Stati Uniti nell’ottobre del 1990, e a novembre del 1992 in Italia, con i sui 293 episodi, è diventata il manifesto di un’intera generazione che con un pizzico di gelosia si identificava nelle vicende della famiglia Walsh e di un gruppo di studenti, i gemelli Brandon e Brenda, Dylan e Kelly, Donna e Steve, Andrea e David, della “Beverly High” appartenenti all’invidiatissima upper class di Los Angeles. Eppure senza ipocrisie né falsi infingimenti, nelle forme di un racconto di formazione, la serie raccontava quanto difficile fosse crescere, anche vivendo tra le palme di Beverly Drive, Rodeo Drive o Sunset Boulevard e baciati dal sole californiano. Quelle vicende, infatti, pur snodandosi tra amori adolescenziali, amicizie travagliate e problemi familiari, svelavano il mondo reale in tutta la sua cruda e ineludibile autenticità, fatta di violenze familiari e abusi sessuali, di tossicodipendenze e alcolismo, di corruzione e tradimenti, di infanzia violata e aborto, di razzismo e omofobia, discriminazione ed emarginazione.
A questo proposito, vale la pena di ricordare che, oltre alla questione razziale che è ancora il grande “dilemma americano”, solo nel 1985 il Presidente Ronald Reagan prese atto dell’epidemia da HIV/AIDS, dopo ben cinque anni dalla sua esplosione e dopo quasi 25.000 morti accertati, oltre un’interminabile scia di dolore e sofferenze e un esecrabile attacco alla comunità gay da parte della politica, dell’opinione pubblica e, perfino, di predicatori e veggenti. Non a caso è il tempo in cui quel tanto vituperato “politicamente corretto” cominciava a far breccia nella discussione politico-culturale europea facendosi testimone di una nuova sensibilità. Proprio Brenda Walsh, nella quarta puntata della quarta stagione aveva pronunciato quell’epiteto oggi irripetibile, su cui grava l’anatema delle ultradestre sovraniste nel mondo, parlando con i suoi genitori, a proposito della decisione del suo gemello Brandon di entrare a par parte di un gruppo studentesco progressista.
Dall’età della gioia all’età della prepotenza
Quel civico, il 90210, ha dominato l’immaginario di milioni e milioni di adolescenti. Ma ha raccontato anche l’avvento di un mondo nuovo che faceva propria l’idea di una democrazia sempre più ampia, animata da una profonda speranza e da un grande ottimismo, soprattutto dopo l’abbattimento di quella “cortina di ferro” che aveva governato le relazioni internazionali per oltre 50 anni. Nell’immaginario politico, oggi quel civico è stato soppiantato da una data, il 6 gennaio 2021, che al pari di quel numero racconta dell’avvento di una nuova epoca. Così siamo passati dall’età della gioia all’età della prepotenza.
Non a caso lo scorso 7 maggio, in occasione dell’ottava edizione della “Milano civil week”, il cardinale Pierbattista Pizzaballa ha dichiarato che “Dopo il 7 ottobre e quel che ne è seguito sembra che il dialogo non conti nulla, che chi ha soldi e potere possa fare quello che vuole. Ma questo deve provocare, a tutti i livelli, una presa di coscienza più forte. Non dobbiamo permettere che siano solo alcuni a decidere per tutti. E questo vale per tutti gli ambiti della gestione del potere, compresa l’intelligenza artificiale”. Soprattutto nella consapevolezza che, come scrive Ezio Mauro su la Repubblica del 26 aprile scorso in “Trump, la follia e l’ideologia”, “Donald Trump ha fatto irruzione nel sistema politico mettendolo a soqquadro e rendendo inutili le categorie interpretative, i meccanismi di salvaguardia, il richiamo alle regole … un ribaltamento dei punti cardinali che sconvolge ogni mappa, e invita a cercare una logica in ciò che sta accadendo non solo fuori dalla politica ma fuori dalla tradizione, dal costume, dal vocabolario … dalla ragione”. E poiché il fenomeno Donald Trump ha generato una mutazione della politica tale da delineare una vera e propria nuova antropogenesi, anche dopo gli auspicabili risultati delle elezioni di midterm o la tanto agognata fine del suo mandato, tornare indietro al punto di partenza non sembra possibile né plausibile, perché quella mutazione ha segnato in maniera irreversibile, oltreché esiziale, non solo la destra americana, ma anche la politica e le relazioni internazionali.
E che dire dell’economia i cui scenari previsti da Bruxelles per il prossimo anno sono drammatici, del solco insanabile creato tra l’America e gli alleati, delle divisioni generate tra i Paesi del golfo di cui la cui recente uscita degli Emirati Arabi dall’OPEC ne è un esempio, o degli attacchi alzo zero sferrati contro il Papa. Insomma, un terremoto destinato a produrre refluenze in tutti i settori perfino in quello agricolo e alimentare, visto che attraverso lo stretto di Hormuz, non passa solo il 20% del petrolio mondiale, ma anche un terzo dei fertilizzati indispensabili alle agricolture mondiali.
E le cose non vanno meglio negli States dove la guerra sta pesando più del previsto producendo effetti regressivi dalla crescita all’inflazione, fino all’occupazione e che stanno costringendo la Federal Reserve a rivedere le proprie stime al ribasso. Scrivono Myles McCormick e Kate Duguid sul Financial times del 12 maggio scorso che “l’inflazione statunitense ad aprile è balzata al 3,8%, il livello più alto degli ultimi tre anni, a causa della guerra in Iran scatenata dal presidente Donald Trump … superando le aspettative di Wall Street”.
Una roba da “Nobel capovolto”, come ha scritto recentemente Giuseppe Sarcina sul Corriere della Sera, altro che Nobel della pace. E tornare indietro non sarà possibile, neanche viaggiando in quella DeLorean DMC-12 con Marty e Doc.






























