Come tanti, ho visto Naza di Yuval Abraham e Rachel Szor. Un docufilm che sconvolge e disorienta perché, come racconta Paolo Mereghetti sul Corriere della Sera del 10 settembre scorso, documenta, attraverso le testimonianze di 24 membri dei servizi segreti e dell’esercito israeliano, come Israele dopo l’attentato del 7 ottobre 2023 abbia pianificato la distruzione di Gaza e l’annientamento dei suoi abitanti.
Leggendo la notizia della decisione del segretario americano della guerra, Pete Hegseth, dell’esecuzione capitale mediante fucilazione e per di più in diretta streaming dell’autore della strage di Fort Hood del 2009, un brivido freddo mi ha attraversato la schiena. E pensare che l’evoluto e civile Occidente, con la retorica delle guerre, da quella del Vietnam fino a quelle dell’Iraq e dell’Afghanistan, avrebbe dovuto esportare la democrazia proprio in quei paesi. Nonostante il tardivo ripensamento sulla diretta streaming temo che, prima o poi, Amnesty International, che definisce la pena di morte “crudele, disumana e degradante”, dovrà aggiungere l’America di Trump alla lista di quei paesi che praticano le esecuzioni capitali in pubblico, dove per ironia della sorte si troverà in compagnia di Afghanistan, Iran e Yemen.
Secondo Amnesty International, l’Afghanistan e l’Iran sono gli unici due paesi noti ad aver eseguito condanne a morte in pubblico nel 2022, 2023, 2024 e 2025. Lo Yemen invece, sempre secondo l’organizzazione, ha giustiziato pubblicamente diverse persone nel 2021.
Carlo Ginzburg, scomparso quest’anno qualche mese dopo la pubblicazione de Il vincolo della vergogna, racconta che la mancanza di vergona che ci spinge a dire e a fare qualunque cosa ci passi per la testa indifferenti al dolore che possiamo provocare negli altri, è la testimonianza plastica del fatto che quel sistema di codici condiviso chiamato “cultura” non esiste più e le comunità umane in cui siamo cresciuti si sono definitivamente sgretolate, dissolte in una nube tossica di risentimento e rancore.
Eppure, leggendo e rileggendo la notizia del Premio Nobel assegnato il 9 ottobre scorso a Navanethem Pillay “… per i suoi sforzi volti a promuovere la pace e il diritto internazionale”, l’emozione è vibrante, quasi incontenibile. Con la sua storia, dalle battaglie in Sud Africa contro l’Apartheid condotte insieme a Nelson Mandela agli incarichi ricoperti nei tribunali internazionali fino alla presidenza di quella Commissione d’inchiesta indipendente su Gaza voluta dall’ONU che ha avuto la forza di accusare Hamas di crimini di guerra e Israele di genocidio, Pillay svela l’ipocrisia dell’intero Occidente e, soprattutto, della Commissione Europea e del suo irresponsabile, complice, silenzio. Anche se già quel velo di ipocrisia era stato squarciato, con disinvoltura disarmante, dal Cancelliere Merz che, in occasione del G7 di giugno del 2025, ha dichiarato che in Iran “Israele sta facendo il lavoro sporco per tutti noi”.
Non deve sorprendere la reazione furiosa di Donald Trump che sul suo Truth ha condiviso un post del legale David Schoen che ha etichettato Pillay come “un’odiatrice dichiarata di Usa e Israele” che “ha premiato Hamas”, e ha definito la scelta del Comitato una “vergogna irreparabile”. Addirittura il premier israeliano, Benyamin Netanyahu, memore del rapporto delle Nazioni Unite su Gaza del 2025, attraverso il suo account ufficiale ha dichiarato che “Il comitato del Nobel ha perso la sua bussola morale. Ha conferito il suo più alto onore a una donna che ha diffuso la demonizzazione degli ebrei e una parodia della giustizia”. Mentre, il ministero degli esteri, attraverso il profilo ufficiale su X ha dichiarato “Se esistesse un premio per le menzogne, l’odio e le calunnie sul sangue, Navi Pillay non sarebbe solo una candidata. Sarebbe una delle favorite … Conferire a Pillay il Premio Nobel per la Pace non è un riconoscimento della giustizia. È la grottesca strumentalizzazione di un premio per legittimare l’odio e il pregiudizio anti-israeliano”.
In un mondo che ormai gli Stati Uniti hanno piegato alle ragioni della forza e della prepotenza, risuonano le parole di Sabino Cassese che a L’aria che tira del 15 settembre scorso, ha dichiarato che abbiamo sopravvalutato la democrazia americana le cui contraddizioni, a causa del suo presidente, sono deflagrate.
Ancora in sala, sui titoli di coda accompagnati dal macabro e spettrale silenzio della morte, non sono riuscito a trovare le forze per alzarmi dalla poltrona. Perché, ne sono certo, come quei 400 mila spettatori che hanno visto Naza ero sprofondato in un pozzo di vergogna senza fondo. Perché come ha scritto Carlo Ginzburg proprio in quel libro:
[…] L’orrendo massacro del 7 ottobre avrà generato un senso di vergogna negli uomini e donne appartenenti a comunità palestinesi che non si sono riconosciute nelle violenze perpetrate da Hamas. Ma la feroce, criminale risposta del governo Netanyahu, segnata dalle stragi di bambini e di adulti ridotti alla fame nella striscia di Gaza ha suscitato un senso di vergogna sia in Israele sia nella diaspora ebraica: per esempio, in un italiano ebreo come il sottoscritto. Come porre fine a questa tragedia? Le soluzioni che vengono proposte dal governo israeliano sono ripugnanti e alimentano l’antisemitismo, ripugnante sotto qualsiasi forma […] La radice della vergogna è qui.






























