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DALLA REGIONE DELLA MUSICA AL CORPUS DIGITALE

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Nell’era del digitale, dove per diversi anni siamo stati abituati ad avere “tutto e subito”, gratuitamente – in un modo o nell’altro – e molto facilmente, stanno emergendo numerose criticità legate al mondo dell’arte e della produzione culturale. Criticità che, unitamente alla pandemia da coronavirus, sono esplose deflagrandosi alla loro massima potenza.

Tra le varie criticità vi è sicuramente l’unione del digitale – appunto – e della tutela del diritto d’autore. E nell’universo artistico sicuramente il comparto della musica è quello che probabilmente esprime il problema in maniera più evidente.

Una soluzione virtuosa in tal senso potrebbe arrivare dalla Campania Music Commission, associazione che si fonda sulla forza dei principali operatori privati del comparto musicale che, attraverso di essa, hanno deciso di “sbarcare” in Campania. Ne abbiamo parlato con l’avvocato Ferdinando Tozzi, uno dei tre “Giuristi Esperti” del Comitato Consultivo Permanente per il Diritto di Autore, massimo organo consultivo in materia insieme alla PDCM, tra i massimi esperti italiani di diritto d’autore non solo legato alla musica.

Come Campania Music Commission state lavorando ad una proposta di legge regionale sulla Musica. Di cosa si tratta nello specifico?

Con il mio lavoro di giurista esperto di diritto di autore ho potuto considerare una serie di criticità del sistema di produzione e fruizione della cultura e della conoscenza. Pur occupandomi di diritti di autore e di spettacolo a 360°, dall’audiovisivo alle nuove tecnologie, alle arti figurative, agli autori, eccetera, in merito alla musica sono convinto che la Campania dovrebbe essere una Regione della Musica, un po’ sulla falsariga delle “Music Cities”.

Quali dovrebbero essere i suoi elementi essenziali?

Presenza di artisti e musicisti, una scena musicale viva, spazi e location per prove, registrazioni e produzioni, per live, per formazione, anche non necessariamente palazzi ma la musica si può fare nelle città, nei suoi spazi; un pubblico ricettivo ed un “audience development”; presenza di professionalità dell’industria musicale – quali produttori, editori, tecnici, eccetera – ed un Hub di riferimento, tipo CMCommission.

In particolare è necessario creare un organismo che metta assieme l’istituzione, rappresentanti dell’industria – territoriale e nazionale – ed esperti del settore per una “music strategy development” ed un “music Advisory Board” e per mediare i “conflitti” tra i diversi players del comparto musica.

Ecco, anche per realizzare tutto questo, e mettere e fare sistema a tutto vantaggio del comparto musica, dell’enorme indotto e della società tutta CMC da tempo spinge per una legge regionale per la musica.

Qual è il trait d’union tra musica e territorio, e quali sono le potenzialità di sviluppo lavorativo sia diretto che indiretto?

Enormi sono le potenzialità. Come avvocato di diritti di autore assisto tanti artisti – non solo nel campo della musica ma anche dell’audiovisivo, influencer, attori, autori, creativi, esperti di tecnologia, che sono costretti ad abbandonare il nostro territorio perché trovano qualche sbocco solo sull’asse Roma/Milano. Le economie di Milano e Roma beneficiano in maniera esponenziale di questa massiccia presenza di creatività, sia per il comparto dell’industria dell’entertainment, sia per l’indotto, sia anche per l’immagine stessa di queste città. Sia ben chiaro, sono entrambe città che amo e frequento, dunque nulla contro di esse. 

Che risultati si potrebbero ottenere, quindi, in un territorio in cui sia forte e presente un “sistema musica”?

Basta guardare alle esperienze in Australia, a Liverpool, New Orleans, Londra, Berlino ed altre città mondiali. La dove è presente, nascono e si realizzano ottimi risultati, a partire da un impatto economico positivo, ad una forte presenza turistica legata alla musica ed alla diffusione del brand della regione e del territorio. In quei territori vi è un forte sviluppo culturale ed artistico e dunque sociale ed economico, perché diventano attrattivi per investimenti esteri ed extra regionali, con annesso lo sviluppo dei settori di tutto l’indotto, vedi ristorazione, alloggi, forniture varie, e molto altro.

Quanto è importante da parte delle istituzioni – anche locali – investire nel mondo dell’arte, della cultura e quindi della musica?

Importantissimo. Un territorio che non produce più cultura è un territorio che non ha futuro. Al contrario, una rinnovata gestione della Cultura – e penso, ad esempio, ai musei e teatri, come ai centri di produzione musicale, cinematografica, televisiva e di contenuti, come ad una Music Commission, come ad un incentivo alla realizzazione delle nuove tecnologie – porterà un maggiore sviluppo del mercato e dell’economia del territorio e dunque una maggiore competitività, a beneficio di tutti.

Bisogna però che chi governa prenda atto, con convinzione, che il comparto musica sia impresa, una impresa culturale, e come tale ha bisogno di un substrato fertile sul quale operare e svilupparsi e non eventi o finanziamenti occasionali ma scelte strategiche di sistema e pluriennali.

Il mondo è in continua evoluzione. In che direzione stanno andando gli artisti oggi? Si sta perdendo l’attaccamento alle proprie radici territoriali a favore di un sistema sempre più globale e interconnesso? Quali, a suo parere, sono i punti di forza e quali di debolezza?

Il Covid è certo stato e continuerà, purtroppo, ad essere una tragedia. Ha messo e sta mettendo in ginocchio tanti comparti e le conseguenze sull’economia, a mio avviso – ma non sono certo un esperto – arriveranno a breve, ma ancora non si sono palesate in tutta la loro drammaticità.

Però come si suol dire, di necessità virtù. Dunque sicuramente abbiamo compreso come le distanze, grazie alle tecnologie, possono quasi azzerarsi. Non dico che gli incontri personali non vadano più fatti, anzi… dico però che oggigiorno un artista attraverso le varie piattaforme tecnologiche può presentare e promuovere la sua arte ed il suo ingegno potenzialmente senza limiti, certo deve usare un linguaggio internazionale o comunque deve essere capace di arrivare a tutti, però lo strumento che ha in mano è formidabile.

La forza di questo sistema è soprattutto in questo, il rischio – e dunque la debolezza – risiede nel fatto che molti artisti rischiano di omologarsi e perdere in originalità. Come CMC organizzo incontri dal vivo fra artisti emergenti e A&R – le divisioni di un’etichetta discografica responsabili della scoperta di nuovi artisti da mettere sotto contratto – e talvolta è capitato di vedere dei “cloni” di artisti famosi.  Quello che dico sempre a tutti gli autori ed artisti è di coltivare sempre una loro peculiarità, delle caratteristiche che nessun altro ha.

A proposito di musica e territorio, la pandemia che ha sconvolto tutto il pianeta sta spingendo gli artisti verso lo streaming come “alternativa” allo spettacolo dal vivo. Come vengono tutelati gli artisti oggi e come sarà possibile tutelare tutti gli artisti “nativi digitali”?

Ritengo che lo streaming non possa mai sostituire lo spettacolo dal vivo. Certo, abbiamo compreso come può essere un modo di fruizione alternativo, che in futuro potrà essere usato per espandere il pubblico unendo a quello in presenza una fascia di pubblico da remoto.

Ci sono però una serie di criticità proprio legate ai diritti di autore. Fissare ad esempio una interpretazione canora per metterla poi a disposizione, on demand, on line significa andare ad interessare i diritti del discografico che avrà una esclusiva canora, ma anche dell’editore – non ne parliamo se si passa alla sincronizzazione – e volendo, ma tutto dipende dal caso concreto, del produttore dell’evento dal vivo, e così via.

Ritengo che i contratti debbano cambiare. Ad esempio, personalmente da tempo chiedo, a tutela dei miei clienti, di non considerare le fissazioni effimere, cioè che non restano poi su di un supporto ma sono usate solo per diffusioni streaming, tendenzialmente in simulcasting con lo show dal vivo, sotto il vincolo della casa discografica.    

Ma passando ad altre forme di spettacolo, ad esempio un’opera audiovisiva o un format potrebbero trovare una forma di tutela, per quanto nei limiti della marcatura temporale, proprio con la immissione on line. Inoltre c’è tutto il tema degli UGC. Ma ormai anche le opere dell’arte figurativa devono affacciarsi alle piattaforme on line, si pensi al Google Arts&Culture.

Quanto sarà importante, nell’arte e nella cultura del presente/futuro “digitale” la tutela del diritto d’autore e la salvaguardia quindi della creatività?

Fondamentale. Siamo ormai passati da un po’ di anni dalla società del possesso a quella dell’accesso. Coniai con un certo successo, alcuni anni orsono, un termine: corpus digitale, da affiancare ai classici corpus mystichum ovvero l’opera dell’ingegno e corpus materiale ovvero il supporto, che si caratterizza per essere un diritto di godimento a tempo. Ecco in questa ottica dobbiamo ragionare come se vi fossero diverse declinazioni del diritto di autore ed infatti da tempo preferisco parlare di diritti di autore al plurale; tutti ovviamente accumunati dalla disciplina base e dai principi fondanti della legge 633/’41 per me, nei suoi principi, straordinario strumento di tutela.

Ma il diritto di autore non va vissuto come un balzello ma come l’unico strumento di tutela degli autori e degli artisti che permette a tutti di vivere della propria arte. La Direttiva 790 del 2019 va in questa direzione.

Silvio Cacciatore
Lavoro nel campo della comunicazione e mi occupo di teatro come regista e attore e di radio come speaker e conduttore. Ho scritto e scrivo su numerose testate.

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