Appassionato di serie televisive fin dagli anni ’80, quando vivevo nella continua attesa dei nuovi episodi di The love boat o Mork & Mindy, entrambi della ABC, di The Cosby show della NBC o dell’intramontabile e “favoloso” Sex and the city della HBO, da qualche mese ho deciso di dedicarmi a una nuova avventura “seriale”: Walking dead. Proprio il fortunatissimo e pluripremiato Walking dead del 2010 di Frank Darabont che, ispirato all’omonimo fumetto di Robert Kirkman, Tony Moore e Charlie Adlard, ha originato un cosmo infinito di spin-off, da Fear the walking dead a The walking dead: world beyond, da Tales of the walking dead a The walking dead: dead city, da The walking dead: Daryl Dixon fino a The walking dead: The ones who live. E che racconta di un mondo popolato da non-morti “erranti”, causati dalla pandemia da wildfire virus, e di superstiti che nascosti tra i boschi tentano di sopravvivere al contagio e resistere all’apocalisse zombie. Al di là del presagio sbalorditivo, seppur scontato, che la serie rivela rispetto alla pandemia da CoVid-19, il soggetto nella sua complessa articolazione sembra delineare il profilo di un’umanità ormai privata della sua anima, e irrimediabilmente votata al conflitto e all’incomunicabilità.
Sempre più spesso, mi torna in mente la mia maestra elementare Iolanda Miserendino, donna amabilissima e di grandi sentimenti il cui ricordo custodisco gelosamente nel mio cuore. Una delle ragioni che più frequentemente me la riportano in mente è il fatto che ai ricevimenti scolastici raccontava ai miei genitori che ero molto, molto chiacchierone. In effetti, adoravo chiacchierare con i miei compagni di classe delle più svariate questioni, e non solo per gli argomenti in sé – dai nostri mattoncini lego ai cartoni in tv, fino alla festa di carnevale che avremmo organizzato in classe – ma anche perché in quel modo creavamo un rapporto, un legame, in molti casi così profondo da perdurare nel tempo. Ancora oggi, parlare e discutere con le persone in qualunque posto, dal supermercato al lavoro, dei più svariati argomenti, non solo riesce a darmi una grande gioia ma mi pare anche la maniera migliore per creare rapporti e riscoprire la nostra umanità e, soprattutto, per dare forma a quel concetto di “empatia” tanto abusato nella discussione contemporanea. Ecco perché sempre più spesso, la mia maestra elementare Iolanda Miserendino mi torna in mente. Perché mai come adesso mi pare di vivere in un mondo dove le persone sono tutte fatalmente accomunate da una spiccatissima propensione all’isolamento, plasticamente rappresentato da un legame ossessivo-compulsivo con il proprio smartphone. Ovunque si vada, davanti a noi, si staglia un paesaggio antropologico che provoca un grande smarrimento. Ovunque, a ristorante, a teatro, per strada, in famiglia, in palestra, in auto, al supermercato, c’è un mondo popolato da pseudo-umani replicanti dove non ci si parla. Ovunque e in ogni momento, una massa informe di individui preferisce dedicarsi ai propri social, come privati di quell’anima che, secondo Cicerone, già nel 44 a.e.v. nel suo De officiis, ci rende “persone”. Essere teletrasportati nell’universo dell’apocalyptic and post-apocalyptic fiction è solo un attimo.
Un mondo di “non luoghi” popolato da zombie
Un vero deserto sociale. Così arido che probabilmente Marc Augé – ripensando al suo Non-Lieux. Introduction à une anthropologie de la surmodernité del 1992 – l’avrebbe definito come un nuovo, immenso, “non luogo” privo di identità, relazioni, storia. Un paesaggio condiviso da milioni di persone che, pur incrociandosi, non si accorgono mai l’una dell’altra, perché immerse in quella dimensione online della propria esistenza, così pervasiva ed esclusiva da comprometterne l’umanità. E tutto per un gesto compulsivo che segna irrimediabilmente le nostre vite: “scrollare” le pagine dei nostri social. Più recentemente Jürgen Habermas in Nuovo mutamento della sfera pubblica e politica deliberativa del 2023 ha discusso dell’“impatto distorcente” delle nuove tecnologie sulla sfera pubblica, che finiscono col privare gli individui della vitale consapevolezza e dell’essenziale impegno, oltre che dell’indispensabile capacità di pensiero autonomo e critico, necessari per dare un senso alla propria esistenza e a quella della comunità di appartenenza. Insomma, secondo Habermas, dopo quasi 30 anni di internet, l’homo sapiens ha preferito “permutare” la propria vita reale a favore di un universo online dove le comunità umane si sono dissolte e le persone sono state sostituite da “monadi isolate”, ostaggi di istinti primordiali, come rabbia e risentimento, e vizi antichi, come esibizionismo e voyerismo, barattando il sapere con la comunicazione e l’informazione con la conoscenza, alla spasmodica ricerca di un consenso effimero riassunto dal più alto numero possibile di “like”. Come scrive Katy Waldman sul New Yorker del 9 agosto scorso in “Our age of zombie culture”, scrolling e zombie vanno di pari passo. Lo scrolling, come verbo transitivo, rinvia a quel lento e inesorabile scorrere la successione infinita di nuovi post o tweet che popolano i nostri social; invece, gli zombie, come sostantivo, evocano non-morti che avanzano anch’essi lenti e inesorabili verso le proprie vittime. Entrambi possono essere evitati, ma non puoi liberartene. Sintetizzando la visione della Waldman potremmo dire che quell’universo onlinein cui siamo inesorabilmente immersi, c’ha ormai fatalmente zombizzati.
Il meccanismo specchio e la rilevanza sociale dell’empatia
Da qualche anno un robusto e corposo filone di ricerca mostra come queste dinamiche abbiano un fondamento biologico. Recenti evidenze scientifiche rivelano come il nostro “software biologico”, nonostante le numerose spinte disgregative, ci costringa all’integrazione, alla cooperazione e, perfino, alla comprensione reciproca. Stiamo parlando di intelligenza emotiva o, meglio ancora, di “empatia” che investe e plasma l’universo delle nostre relazioni, siano esse amicali, sentimentali o professionali. I presupposti biologici di questo “meccanismo specchio” risiedono proprio nei cosiddetti “neuroni specchio” che, scoperti oltre 30 anni fa da Giacomo Rizzolatti dell’Università di Parma, entrano in funzione sia quando agiamo che quando osserviamo, producendo un meccanismo imitativo di “simulazione dell’esperienza altrui”. Si tratta di un meccanismo essenziale per “leggere” gli altri, le loro intenzioni, i loro convincimenti, le loro emozioni, tentare di comprenderli e interagire con loro nella maniera più adeguata. Nel 2017, Bethlehem et al. ricercatori di Cambridge, in un articolo dal titolo “Does empathy predict altruism in the wild?”, pubblicato su Social Neuroscience, affermano che l’empatia svolge il suo ruolo “prosociale” grazie a due componenti: la prima, quella “cognitiva” che si concretizza nella capacità di riconoscere o dedurre ciò che le altre persone stanno provando, dal risentimento alla gioia, fino alla sofferenza; la seconda, quella “affettiva” che – come scrivono più recentemente Heyes e Catmur in “What happened to mirror neurons?” pubblicato nel 2022 su Perspectives on psychological science – assume consistenza nella capacità di rispondere ai pensieri, alle intenzioni e ai sentimenti degli altri in maniera adeguata.
Ma perché l’empatia come meccanismo di simulazione, compenetrazione e adattamento sociale funzioni è necessario che le relazioni siano reali, cosicché tutti i sensi deputati alla percezione del mondo possano contribuire all’attivazione di quel complesso e sofisticato “meccanismo specchio”. Ed ecco perché la realtà online, nell’assenza di relazioni umane reali, rischia di indebolire il funzionamento dei neuroni specchio, desensibilizzandoci, rendendoci apatici e indifferenti alle ragioni o ai sentimenti altrui. In sintesi, come scrivono Francisco et al. dell’Università di Lisbona in “Measuring empathy online and moral disengagement in cyberbullying” pubblicato nel 2023 su Frontiers in psychology, si tratta di un vero e proprio “disimpegno morale” che – probabilmente alla base di tutti quei fenomeni di emarginazione e isolamento sociale ma anche di cyberbullismo e aggressività online – rischia di dissipare tutto ciò che ci rende umani. Per estensione del concetto, e ampliando l’ambito del ragionamento nella vita offline, oltre i confini del web, tanto maggiore è la distanza che ci separa dagli altri popoli, tanto più irrilevante e insignificante è il valore delle vite umane. Ed ecco perché, per effetto dello stesso meccanismo biologico, finiamo per occuparci solo dei nostri bambini, le cui foto sotto l’albero di Natale esponiamo in bella mostra sui nostri social per ostentare di quanto amore siamo capaci, perdendo completamente di vista quelli lontani dal nostro sguardo a cui in sorte sono toccate solo guerra, morte, fame.






























