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Liliana Cosi - Foto via il Giornale della Danza

Danza

Liliana Cosi, “l’antidiva”: presentato il documentario di una sua ex allieva che ne racconta la storia, in linea con il Piano Olivetti

di Maria Rita Parisi

Tempo di lettura: 4 minuti

L’immagine che più di tutte ha confermato la veridicità e l’importanza dei concetti più volte ribaditi durante l’evento svoltosi una settimana fa alla Sala Spadolini del ministero della Cultura è quella delle sedie occupate per la maggior parte da giovani danzatrici e danzatori, venuti con interesse ed entusiasmo (che ho colto osservando la loro attenzione e scambiando qualche parola con alcuni di loro) ad approfondire la conoscenza della meravigliosa storia di Liliana Cosi. A restituirla il documentario realizzato da Camilla Ferranti, una sua ex allieva che, quando ha avuto la fortuna di incontrare l’insegnamento della grande étoile, aveva un’età ormai avanzata per poter fare della danza una professione, ma non per poter vivere quell’incontro come una scuola di vita, oltre che di tecnica. Lo ha raccontato, con le lacrime agli occhi per la commozione, la stessa regista, a tutte quelle ragazze e quei ragazzi, al pubblico di operatori e ai rappresentanti delle istituzioni, presenti insieme a lei al tavolo di presentazione del suo documentario. 

Da questi ultimi è stato ribadito quanto sia il film che l’evento organizzato per presentarlo siano fortemente in linea con il piano del ministero ispirato alla figura di Adriano Olivetti (che fa capo al provvedimento, stabilito col decreto legge 201/2024 – e convertito, con modificazioni, nella legge 16/2025 -, per incentivare le azioni che favoriscano il ritorno delle forme culturali e artistiche – tra cui quelle performative – alla loro natura di “bene comune” e integrato nella vita delle comunità), vista la considerazione della danza e delle scuole in cui questa si apprende come un “avamposto culturale” se fatta uscire dai luoghi centrali per condurla nelle aree svantaggiate (periferiche o interne), come ha fatto l’“antidiva” – ha spiegato il danzatore e coreografo Mvula Sungani, consigliere sulla danza per il Ministro – portando avanti con coraggio “la sua battaglia” in tal senso. 

La danza come emancipazione ed educazione alla bellezza

E’ infatti evidente come quest’arte – ha sottolineato il sottosegretario alla cultura on. Gianpiero Cannella – sia “pervasiva” e come tale potenziale veicolo – soprattutto se imparata e praticata oltre che fruita -, non solo dei princìpi fondamentali che la caratterizzano – l’abnegazione, il rispetto, l’armonia, l’equilibrio… – , ma anche di “emancipazione e mobilità sociale”, in quanto capace naturalmente di coinvolgere e implementare la crescita umana e spirituale di coloro cui sono in genere precluse le occasioni di essere “educati” alla bellezza autentica – quella che “rigenera” e crea competenze e legami – e che al contrario sono fin troppo pervasi/e e condizionati/e, complici i social, da quella superficiale, posticcia e omologata – nonché fintamente sociale ma in realtà solipsistica – , legata all’apparire.

E proprio su questa distinzione fondamentale ha posto l’accento Stefano Lanna, direttore del piano Olivetti, che ha parlato delle misure previste dal piano (tra cui rientra l’incentivazione delle scuole di danza nei luoghi decentrati) – concepite per contribuire alla “creazione di comunità, generare consapevolezza e ridare dignità alle persone” – come di un intervento necessario in “un tempo in cui il successo è separato dall’impegno”; ed è tornata poi  la protagonista del documentario, spiegando come lei stessa abbia messo tanta dedizione, fatica, sacrificio e disciplina nel “modellare” il proprio corpo, attraverso un lavoro di perfezionamento dei propri difetti, per adeguarlo alla leggerezza insita nella musica, con l’idea non di esibirlo nella sua perfezione estetica in delle performance che la consacrassero come “vincente” rispetto ad altre danzatrici, ma, al contrario, di “asservirsi” a uno scopo ben più nobile: quello di rendere utile agli altri il dono ricevuto del proprio talento, attraverso il prendersene cura (e non a caso nel documentario Cosi viene descritta dal critico di danza Michele Olivieri come una che “si è messa in competizione tutta la vita ma solo con se stessa”).

Spirito e altruismo raccontati con un linguaggio filmico “giovanile”

Se gli atti con cui Liliana è riuscita portare a termine questa missione – che non si fermano al continuo e umile studio coreutico con i più grandi maestri, da quelli della Scala a quelli del Bol´šoj di Mosca, che la fecero assurgere a stella di entrambi i palcoscenici – non fossero noti a chi non ha vissuto negli anni ’60 e ’70, ci pensa l’opera di Camilla a porvi rimedio, utilizzando un linguaggio “che arrivi ai giovani”: attraverso un montaggio dal ritmo incalzante, che punta su un trattamento quasi da “reel” di immagini e filmati in gran parte realizzati in super 8, alternati a momenti di auto-racconto della protagonista e a interviste a chi con lei ha lavorato e interagito profondamente – e in particolare (riprendendo un format usato in alcune trasmissioni televisive molto seguite dagli adolescenti) alle compagne con cui la danzatrice ha condiviso l’esperienza della residenza artistica in Russia -, viene restituita l’essenza “spirituale” e altruistica della sua danza e della sua stessa concezione di quest’arte. 

La doppia missione: diffusione e insegnamento

Un’essenza che l’ha spinta anche, dopo i successi internazionali, dapprima a licenziarsi da prima ballerina della Scala per formare una compagnia con cui portare nei piccoli centri di tutta Italia il balletto classico (con 25 spettacoli al mese!) e renderlo quindi accessibile a quanti/e non l’avrebbero mai potuto scoprire altrimenti (perché impossibilitate anche solo a pensare di partire per Milano e comprarsi un biglietto per uno spettacolo nel prestigioso teatro); e, più in là, a interrompere la sua carriera di danzatrice – quando ancora avrebbe potuto continuare ad alti livelli – per fondare, insieme al suo collega Stefanescu (con cui condivideva profondamente sentire e visione) la scuola di Reggio Emilia, in nome di una passione per un insegnamento rigoroso e volto a formare dei danzatori eccellenti, da accompagnare fino al professionismo, ma che passasse innanzitutto dalla trasmissione dello “spirito della danza” e dalla creazione di uno spazio di relazione e di aiuto per ciascuna/o alla formazione di un’identità extra-scolastica e all’espressione del proprio essere, e sempre in un’ottica cooperativa e non esibizionistica.

E tutto questo non smettendo mai di pensare – lo ha ribadito lei stessa rivolgendosi alle giovani e ai giovani presenti in Sala Spadolini – che tanto al ballo quanto al rapporto con i suoi allievi sono legati i momenti di massima felicità della sua vita. Dimostrando loro con l’esempio come dimensione estetica e dimensione sociale della danza siano tutt’altro che disgiunte.

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