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Rubrica nata dalla collaborazione tra AGIS e Università Telematica Internazionale Uninettuno che esplora le dinamiche del mutamento sociale nella contemporaneità a partire da riflessioni legate al mondo dello spettacolo, dell’arte e della cultura.

 

Responsabile Scientifico

Carmelo Guarino, Giornalista pubblicista e Professore associato di Sociologia generale presso l’Università Telematica Internazionale “Uninettuno” di Roma dove insegna Mutamenti sociali, democrazia e patrimonio culturale ed è direttore del Master in Patrimonio culturale, cibo e società

ScenaRi

Sempre più diversi

di Carmelo Guarino

Tempo di lettura: 6 minuti

Anche quest’anno siamo giunti al mese del Gay pride, marginalizzato e ridotto a puro folklore in un generale clima reazionario, agghiacciante e preoccupante. Pur evitando ogni tentazione complottista, il sospetto di una regia unitaria e ben pianificata appare particolarmente suggestiva. A marzo del 2025 il New York Times, ha raccontato dell’aggressiva battaglia condotta da Donald Trump contro il politically correct per “ripulire il governo federale dalle iniziative woke”. Una battaglia così radicale da diffondersi come una pandemia, oltreché nella pubblica amministrazione, nella società civile, nel mondo della scuola e dell’università, nel mondo del lavoro: oltre 200 parole sono state cancellate dalla discussione pubblica e dal dibattito culturale, bandite dalla discussione quotidiana, dai giornali, dalla televisione e perfino dalle sceneggiature e dai copioni delle grandi produzioni hollywoodiane di serie e film. E con successo. Basti pensare che perfino MTV Italia quest’anno si è limitata a un generico e poco riconoscibile Pride Month bumper, a differenza degli altri anni in cui l’intera programmazione del mese di giugno era sempre costellata di ident e campagne a tematica LGBTQ+. 

Di quel lungo e pericoloso elenco di oltre 200 parole di cui ha dato conto il New York Times nel 2025, fanno parte parole e concetti come “pregiudizi”, “stereotipo”, “barriere”, “inclusione”, “razzismo”, “disuguaglianze”, “equità”, “ingiustizia”, “diversità”, “preferenze sessuali”, “LGBTQ”, “biologicamente maschi o femmine”, “assegnati alla nascita”, “uomini che hanno rapporti sessuali con uomini”, solo per fare alcuni esempi. Una inquietante aggressione censoria a cui si è aggiunto, come ha raccontato Paolo Fallai nel giugno scorso sul Corriere della Sera, il divieto a partire dal 2021 nelle scuole pubbliche e sempre negli Stati Uniti di quasi 23 mila libri, di argomenti quali violenza sessuale, razza, genere, storia americana e identità LGBTQ+. Circostanze queste che hanno contribuito al clima di paura diffuso nei campus americani tra docenti, studenti e personale amministrativo e che, a sua volta, ha provocato una vera e propria autocensura, sia nell’insegnamento che nella ricerca. Come ha raccontato PEN America nel suo report America’s censored campuses 2025: expanding the web of control, il 2025 da questo punto di vista è stato “un anno catastrofico per l’istruzione superiore”. Insomma, sembra di essere dinanzi a un nuovo Index librorum prohibitorum, questa volta di matrice politica.

L’offensiva sovranista e la fragilità dei diritti

Dall’indice delle parola al bando, tra lo scetticismo e il benaltrismo, la supponenza e la saccenza di osservatori e studiosi di mezzo mondo, il presidente americano, da straordinario stratega dello spin – minacciando rappresaglie, firmando ordini esecutivi e intimando ultimatum – piegando la realtà per manipolarne la percezione a proprio vantaggio e a favore di una narrazione alternativa e surreale, distopica e fortemente estrattiva, intrisa di white power, suprematismo maschilista e di cultura straight, ha cambiato il mondo, svelandone il lato più oscuro. Anche se, curiosamente, come peraltro già notato nel 2020 da Savannah Walsh su Vanity fair in “Donald Trump, così l’ossessione per YMCA ha distrutto i Village People”, Trump accompagna le sue cerimonie, i suoi comizi e i suoi discorsi con il brano YMCA del 1978 dei Village people, autentico manifesto del movimento omosessuale americano, ormai parte del patrimonio culturale statunitense per volere della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti. In questo modo, dalla messa al bando del programma federale DEI per l’inclusione e l’equità nel mondo del lavoro alla delegittimazione dei movimenti per i diritti civili LGBTQ+, gli Stati Uniti di Donald Trump hanno fatto scuola nel mondo. Nel 2024, l’allora presidente peruviano Dina Boluarte ha firmato un decreto del ministero della salute che definisce il “transessualismo”, il “travestitismo” e “altri disturbi dell’identità di genere” come malattie mentali, aprendo di fatto alle terapie di conversione.

Se pensiamo che il 17 maggio del 1990 l’OMS ha rimosso l’omosessualità dal Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM) definendola come una “variante del comportamento umano” inducendo l’Occidente a riconoscere i diritti degli omosessuali (sulla cui condizione vige l’ineludibile “principio di non discriminazione”) nei quadri normativo-giuridici statali, quello peruviano sembra un pericolosissimo ritorno al passato. Infatti, a partire dall’Ordine esecutivo con cui Donald Trump appena insediatosi nel gennaio del 2025, ha eliminato il terzo genere dai documenti di identità, quel lungo percorso di riscatto ed emancipazione iniziato con i moti newyorkesi di Stonewall, scoppiati tra il 27 e il 28 giugno 1969, sembra essersi dissolto in quel magma mefitico, diffuso e pervasivo, di intolleranza e paura, violenza e rabbia, trasversale al comune sentire che lega conservatori e progressiti, uomini e donne, adulti e giovani, nativi e stranieri, élite e gente comune, politica e società civile, laici e religiosi. È difficile pensare a un sentimento più umano, potente e aggregante dell’avversione alle “diversità”, altra parola censurata dall’amministrazione Trump, secondo il New York Times. A essere messe in discussione sono, così, le libertà delle persone e, dunque, i loro diritti. E siccome i diritti sono prerogativa della democrazia, in assenza di democrazia, come in un circolo vizioso e perverso, le persone perdono i diritti. Basti pensare che durante la conferenza stampa successiva all’operazione del 3 gennaio 2026 in Venezuela, in cui le forze speciali degli Stati Uniti hanno arrestato e trasferito su suolo statunitense il Presidente venezuelano Nicolás Maduro e sua moglie, il Presidente degli Stati Uniti non ha mai utilizzato la parola “democrazia” (a differenza della parola “petrolio” che è stata pronunciata 27 volte). E così anche la parola “democrazia” è entrata a far parte del lungo elenco del New York Times. Perché, come ha scritto Marco Revelli in La democrazia è antiquata (2026), la diagnosi è infausta, anche se “come sonnambuli, continuiamo ad applicare lo stesso nome a una cosa che non esiste più, senza accorgerci della metamorfosi radicale che sta di fronte a noi”. O forse perché preferiamo non vedere quello che accade, derogando a quel principio di responsabilità collettiva che, almeno idealmente, dovrebbe chiamare in causa tutti noi. 

Il tardivo mea culpa della sinistra

Pier Luigi Bersani nella puntata di Otto e mezzo dell’11 giugno scorso, a proposito delle dichiarazioni di Roberto Vannacci sul fatto che “gli omosessuali non sono normali”, ha sottolineato che l’orientamento di genere è una “condizione” e ha rimproverato la sinistra, riconoscendo che “… in questi anni, noi, io stesso, quando abbiamo sentito delle enormità al bar, non abbiamo reagito … Perché non ci sarebbe Trump se non ci fosse l’ideologia MAGA. E non ci sarebbe stato neanche Mussolini se Marinetti dieci anni prima non avesse detto che le guerre sono l’igiene dei popoli”. Impossibile non condividere, perché non solo non abbiamo reagito al bar, ma non lo abbiamo fatto neanche in famiglia, con i nostri parenti, con i nostri amici quando, con irresponsabile e colpevole silenzio, abbiamo condiviso velenose, grasse risate mentre il dileggio e la denigrazione contro persone come noi, prendevano forma nel più volgare e osceno dei repertori camerateschi omofobi, carichi di stigma, disprezzo e condanna, degno del più ripugnante squadrismo fascista.

Convinto che la questione LGBTQ+ non sia né di destra né sinistra ma che appartenga all’universo dei diritti delle persone, penso che Pierluigi Bersani avrebbe fatto bene anche a ricordare che quest’anno ricorre il decennale della legge che ha istituito le unioni civili, restituendo dignità a tanti italiani, uomini e donne, giovani e meno giovani, che in questo modo hanno visto riconosciuto il loro diritto a esistere. La legge 76 del 20 maggio 2016, nota come “Legge Cirinnà”, voluta dall’allora Presidente del Consiglio Matteo Renzi, infatti, ha accolto entro il perimetro giuridico-normativo una comunità di persone che, storicamente esclusa per i propri orientamenti sessuali, ogni giorno fa la sua parte, lavorando e pagando le tasse, contribuendo alla tenuta di un Paese in cui, secondo i dati del Ministero dell’economia e delle finanze, l’evasione stimata supera i 100 miliardi l’anno. Eppure mi torna in mente il clamore suscitato dall’intervista rilasciata da Guido Barilla a La zanzara di Radio 24 a fine settembre 2013. Alla domanda su perché non facesse uno spot con una famiglia gay, Barilla aveva dichiarato “… noi abbiamo una cultura vagamente differente … per noi il concetto di famiglia sacrale rimane uno dei valori fondamentali dell’azienda … no, non lo faremo perché la nostra è una famiglia tradizionale … se gli piace la nostra pasta e la nostra comunicazione la mangiano, se non gli piace e non ci piace, faranno a meno di mangiarla e ne mangeranno un’altra … gli omosessuali hanno diritto di fare quello che vogliono senza disturbare gli altri …” parole cariche di disprezzo che risuonano ancor’oggi come lame capaci, tuttavia, di squarciare quel velo di ipocrisia che attraversa la società italiana. Ecco perché penso che la retorica della società italiana che è “più avanti della politica” mi pare lunare e priva di fondamento. Ma giusto per restare ai giorni nostri, come scordare le esternazioni di candidati di centro-destra alle elezioni amministrative del 2024 che rievocavano camere a gas e forni crematori per “i ricch …”, o di epiteti esecrabili e irripetibili, degni solo della peggiore tradizione inquisitoria, come “frociaggine” da parte di un papa, nel corso di un incontro con i vescovi italiani, come racconta su la Repubblica Iacopo Scaramuzzi il 27 maggio dello stesso anno. E che dire del titolo di apertura de La Verità diretta da Maurizio Belpietro che, a proposito di una mostra affine al mondo LGBTQ+ in Fontana di Trevi, nell’edizione del 19 giugno scorso, ha titolato “Fanno i froci col ministro degli altri”. A raccontarlo su Prima pagina dello stesso giorno, di Rai radio 3, è stato Luca Bottura che con comprensibile indignazione ha commentato “… io non so se esistono ancora porte da abbattere, muri da sventrare e confini da superare nell’informazione italiana ma, secondo me, oggi Belpietro, il suo l’ha fatto”.

“La società è più avanti della politica”: falso!

Parole irresponsabili e sconsiderate, benzina sul fuoco di un Paese già in fiamme. Secondo il sito Omofobia.org dal 2013 a oggi, in Italia, le vittime di omotransfobia sono 2105, con un trend in crescita che ha visto il 2025 concludersi con 162 vittime, mentre l’anno in corso ne ha già registrate 150. Secondo la Rainbow map 2026 di ILGA Europe (International lesbian and gay association), in una classifica di 49 Paesi, l’Italia è passata dal 33° posto del 2022 al 36° del 2026 con un significativo e costante arretramento nella tutela dei diritti rispetto al resto dell’Unione Europea. Vale quello che ha raccontato Stefano Feltri nel suo podcast Revolution, nella puntata del 5 giugno scorso sul decennale dall’approvazione della Legge Cirinnà, secondo cui “… l’ossessione di distinguere l’unione tra persone dello stesso sesso da un matrimonio finisce spesso per generare conseguenze incompatibili con l’articolo 3 della Costituzione che garantisce a tutti pari dignità sociale qualunque sia l’orientamento sessuale”. Ma che nei fatti finisce con l’evidenziare come, in questo Paese, qualcuno è sempre più diverso di altri e, dunque, meritevole di stigma e condanna.

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