Devo confessare che leggere del dialogo tra Carlo Rovelli e l’AI “Anna” del 30 novembre 2025 e poi di quello di Walter Veltroni con “Claude” il 1° maggio di quest’anno, pubblicati entrambi sul Corriere della Sera, mi ha sorpreso e disorientato. Non solo perché in entrambi i casi si tratta del dialogo tra un essere umano e un AI chatbot, ma soprattutto perché lo stesso chatbot, capace di spaziare tra i temi più disparati con discreta disinvoltura, ha rivelato capacità empatiche e conoscenze. Lo stesso disorientamento sembra aver colto Hollywood, ormai sempre più ostaggio di un inedito Freddy Krueger che, con le sembianze di una AI straordinariamente capace di riscrivere il senso delle nostre esistenze, scoraggia e disarma, e il pericolo appare ancora più esiziale soprattutto in un tempo di taglio ai finanziamenti, di concorrenza Bollywoodiana o delle pay per view. Si pensi che Sora 2, da un lato, prodotto da OpenAI e capace di creare video avvincenti e credibili con la possibilità di inserire personaggi nuovi o esistenti e, dall’altro, Tilly Norwood, avvenente e affascinante agente AI prototipo dell’attrice futura, si propongono come vere e proprie minacce esistenziali per i grandi Studios americani.
In un momento in cui l’industria dell’intrattenimento è già in crisi e aumentano le preoccupazioni della United Talent agency (che rappresenta gli artisti e ne tutela la proprietà intellettuale) oltreché del SAG-AFTRA (il sindacato che protegge i diritti di 160 mila iscritti tra attori hollywoodiani e professionisti del settore) come ha raccontato Sharon Waxman su The Atlantic a ottobre scorso, gli stessi uffici legali di Hollywood non sanno come muoversi in tema di diritto d’autore nell’imprevedibile e deregolamentato universo dei contenuti generati dall’AI. Certo è che al di là degli iniziali spaesamenti, qualcuno ha già ravvisato le opportunità offerte dall’AI. Non a caso il vice presidente della Lionsgate, Michael Burns, in un’intervista al New York Magazine a giugno 2025 ha annunciato che affiderà la produzione del prequel di Hunger games all’AI dell’azienda Runway, con tutti i vantaggi, economici e di tempo, che la cosa comporterà.
Il rischio di un mondo disumano
Il 15 maggio 2026 Papa Prevost ha pubblicato la sua prima Lettera Enciclica dal titolo Magnifica humanitas. Sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale. E già dalla sua introduzione emergono tutte le preoccupazioni, peraltro storicamente argomentate, degli esiti delle nuove tecnologie sul destino delle persone.
La Magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme. Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo: di far maturare la storia come luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile. Ma su ogni epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto.
Con la sua Enciclica Leone XIV affronta il tema dell’AI nelle forme di una questione sociale, così come aveva fatto Leone XIII con la sua Lettera Enciclica Rerum novarum del 15 maggio 1891 affrontando il tema della rivoluzione industriale, a fronte della colpevole assenza dei governi che con disinvolta complicità sembrano legittimare l’avidità già discussa da Leone XIII nella sua Enciclica. Dopo aver reagito in maniera risoluta agli attacchi di Donald Trump, contestato “la cultura della potenza” e la “normalizzazione della guerra”, sottolineando la rilevanza della “verità”, adesso Prevost discute dei pericoli esiziali che si annidano non nel progresso tecnico e scientifico, ma in quella tecnocrazia che mira alla deregolamentazione assoluta delle nuove tecnologie e, segnatamente, dell’AI.
Come ha scritto Massimo Gaggi il 27 maggio scorso sul Corriere della sera “Non potrebbe essere più chiaro il messaggio per Peter Thiel: il miliardario della tecnologia con ambizioni filosofiche e teologiche che individua l’Anticristo in chi parla di rischi esistenziali per l’uso e abuso dell’AI e vorrebbe introdurre regole”.
Ma tant’è, quei rischi nel corso della storia si sono trasformati in danni per gli esseri umani. E l’utilizzo della bomba atomica sganciata dagli Stati Uniti il 6 e il 9 agosto 1945 su Hiroshima e Nagasaki, determinando una tragedia mai vista prima di allora con la morte di oltre 110 mila persone e la devastazione di entrambe le città, ne è la rappresentazione icastica più tragica. Del resto la tecnologia non è neutrale, come sostiene ancora Prevost nell’Enciclica: come non riconoscere, se non a costo di tradire una bieca ipocrisia, che politica, scienza e tecnologia fanno parte integrante di un sistema complesso in cui tutte le parti sono intimamente connesse. Le une al servizio delle altre. Ne è convinto anche il premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi secondo cui, così come racconta al Corriere della Sera del 26 maggio 2026, ogni tecnologia esprime una concezione del mondo che è ancora più evidente nel caso dell’intelligenza artificiale, poiché veicola sistemi di valori e convincimenti ideologici, vizi e virtù, forze e debolezze umane, ma anche lo spirito del tempo, che le macchine poi amplificano. E le reti neurali profonde dell’AI, continua Parisi, configurano sistemi complessi che, paradossalmente, funzionano in maniera imprevedibile e, almeno per adesso, in maniera incomprensibile, al punto “che un giorno chi costruisce questi sistemi assomiglierà un po’ a uno psicologo: dovrà studiarne il comportamento osservandolo, con esperimenti, più che deducendolo dalle equazioni”.
Intelligenza artificiale e intelligenza naturale
Del resto, anche se la tecnologia del machine learning prevede il ricorso a enormi basi di dati e una straordinaria potenza computazionale, l’algoritmo dell’AI tende a perfezionarsi da solo per realizzare i suoi obiettivi. Tutto questo grazie ai Large language model che sono i sistemi linguistici generativi di intelligenza artificiale alla base di ChatGPT e di Claude. In particolare, si tratta di sistemi di AI addestrati su un’enorme quantità di dati che ripropongono risultati originali basati su calcoli statistici e probabilistici ed espressi in linguaggio naturale e, proprio per questo, comprensibili dagli esseri umani. Ma pur generata da quei modelli linguistici l’AI non si limita a fornire spiegazioni o interpretazioni su basi probabilistiche. Anzi, proprio alla luce dell’enorme quantità di dati su cui quei modelli linguistici sono addestrati, l’algoritmo poi ricompone dati e parametri in maniera imprevedibile, diversi in relazione ai contesti e con livelli crescenti di astrazione. Insomma, veri e propri neuroni artificiali la cui dinamiche di attivazione e funzionamento replicano il funzionamento delle nostre menti, come scrive Nello Cristianini in Forma mentis. La corsa per decifrare i pensieri delle macchine (2026), altrettanto imprevedibili e, talora, incomprensibili quanto quelle umane.
Come non essere d’accordo con Maurizio Ferraris secondo cui, come racconta in La pelle (2026), l’intelligenza naturale è qualcosa di più ampio e più complesso dell’intelligenza artificiale. Basti pensare che grazie al fatto che l’intelligenza umana è corporale, visto che “sentiamo” attraverso i nostri sensi e “pensiamo” grazie alla nostra corteccia cerebrale, possiamo elaborare e attribuire significato e valore alla nostra realtà quotidiana. Una capacità resa ancora più sofisticata dalla riflessività, ossia dalla capacità di riflettere su noi stessi e su ciò che pensiamo, rimettendo, ove necessario, tutto in discussione. Insomma stiamo parlando di coscienza che, in un intreccio inestricabile, intimo e neurofisiologico con l’intelligenza naturale, restituisce senso e finalità alle nostre vite. Ma siamo certi, alla luce della velocità con cui si registrano i progressi nel campo delle nuove tecnologie, che l’intelligenza artificiale prima o poi non si riscopra in grado di ragionamenti sofisticati, sentimenti profondi, desideri inconfessabili ed emozioni complesse?
Quali futuri possibili
Ma l’AI non ha a che fare con il nostro futuro, bensì con il nostro presente. In quanto metamorfosi di tutte le tecnologie, e non semplicemente uno dei progressi della scienza, è ormai talmente pervasiva da plasmare le nostre identità individuali e i nostri stili di vita, i tratti delle nostre relazioni e il profilo della nostra vita privata. Insomma, come scrive Anthony Elliott in The culture of AI. Everyday life and digital revolution (2019), “l’AI è diventata mainstream” e relegarne azioni ed effetti ad ambiti ristretti, ancorché pubblici o privati, è quanto meno approssimativo e fuorviante. Certo è che la spettacolare esibizione di arti marziali messa in scena in occasione del Festival di Primavera in Cina con un team di robot umanoidi straordinariamente agili, coreografici e sincronizzati, ha tolto il fiato al mondo intero, promettendo futuri imprevedibili e sorprendenti. E forse anche molto preoccupanti. Intanto, mentre noi discutiamo dei futuri possibili, c’è già un presente con cui fare i conti: a fine agosto scorso, l’umanoide cinese Lightning, ha stabilito un nuovo record correndo in 9 secondi e 32 i 100 m, battendo l’uomo più veloce del mondo, Usain Bolt, che nel 2009 aveva corso i 100 m in 9 secondi e 58.






























