Come ha scritto Vincenzo Trione sul Corriere della Sera, del 4 gennaio scorso, “un museo non è solo un museo”, ma una macchina capace di mescolare differenti creazioni e stili innovativi, ricomporre tempi e mondi diversi, proporre linguaggi passati e nuovi discorsi, restituendoli in una visione d’insieme, in un’opera d’arte totale, capace di reinterpretare il concetto stesso di intrattenimento. Il progetto “Mother”, proposto al MAXXI di Roma tra dicembre e gennaio scorsi (ma rappresentato la prima volta al Castello Sforzesco di Milano, durante il Salone del Mobile 2025), ideato dall’americano Robert Wilson (scomparso di recente, a 83 anni) e narrato attraverso le musiche dello Stabat Mater di Arvo Pärt, ne è un prezioso esempio. Infatti, l’installazione racconta di quanto l’arte, attraverso la sperimentazione, l’innovazione o la contaminazione tra stili e linguaggi differenti, sia capace di raccontare lo spirito del tempo e la natura più profonda dell’essere umano. Combinando arti visive, musicali e performative, Wilson, disorienta e destabilizza il pubblico, ipnotizzandolo e costringendolo a un’esperienza immersiva e totalizzante che restituisce il valore del tempo. Così Wilson e Pärt, attraverso una visionaria combinazione ingegneristica di musica e luce che sembra dare vita alla Pietà Rondanini e scandisce con lentezza impercettibile i tempi della rappresentazione, restituiscono compiutezza all’opera di Michelangelo, ma anche forma al dolore e alla sofferenza.
Per anni ci è stato raccontato che per vivere bene bisognasse adottare uno stile di vita slow proprio per riappropriarsi dei propri tempi e restituire il giusto valore alle cose della vita, oltreché per invecchiare bene. Perfino in medicina, nel primo decennio del 2000, era stata inaugurata una slow medicine intesa come nuova filosofia di cura volta a promuovere processi di assistenza basati sui principi dell’appropriatezza e dell’adeguatezza, dell’ascolto e del dialogo, della misura e della moderazione, della sostenibilità e, soprattutto, della dignità e dei valori delle persone. Del resto la filosofia dello slow living proponeva un’idea di vita e di relazioni, oltreché di salute e malattia, come fenomeni molto complessi, e non semplici reazioni chimiche, in cui il tempo è centrale per restituire il senso alle cose della vita, dagli affari più contingenti alle emozioni. Eppure, ancora una volta, a delineare il destino del mondo sono quegli autocrati che ciclicamente la storia ci ripropone, con le loro strategie macroeconomiche e le loro politiche dell’arroganza, giustificate da presunti intenti ideali e sedicenti interessi supremi, da quelli nazionali (America first) a quelli religiosi (messianismo). Ormai privi di freni e mossi da intenti predatori, decidono e agiscono nottetempo, piegando le ragioni del diritto internazionale a quelle di una politica della forza e dell’arroganza che ha sostituito il dialogo e la persuasione con l’intimidazione e le minacce, trasformandole in drammatica consuetudine. Con buona pace per la democrazia, come ha dichiarato il presidente americano Donald Trump in un’intervista al New York Times dell’8 gennaio scorso dal titolo “Trump lays out a vision of power restrained only by My own morality”, alla domanda se vede limiti ai suoi “poteri globali”, Trump ha replicato: “La mia moralità. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi. Non ho bisogno del diritto internazionale. Non sto cercando di far del male alla gente”.
Vince chi è più veloce
A parte la sterminata saggistica di elogio della lentezza, nel 2009 nel nostro Paese, per fare un esempio, è stata istituita “La Giornata mondiale della lentezza” e, addirittura, nel 2015 un “Festival della lentezza” proprio per promuovere lo slow living. Eppure già nel 2015, Klaus Schwab, fondatore del World economic forum (di cui è stato presidente esecutivo fino al 2025), nel suo discorso, tenuto in occasione dell’apertura dei lavori del Government summit 2015 affermava che “Nel nuovo mondo, non sarà il pesce grosso a mangiare il pesce piccolo, ma il pesce veloce a mangiare il pesce lento”.
In effetti, la sensazione di restare indietro e di perdere qualcosa è talmente potente e pervasiva da ingenerare una cronica condizione di tensione psicoemotiva nelle persone, pronta a esplodere al minimo pretesto. E se nella vita reale c’è sempre una ragione per andare di fretta – fare la spesa, lasciare i bambini a scuola, arrivare in ufficio, consegnare un lavoro, sostenere un esame – nella vita online, quella frenesia del vivere, si accompagna alla sua versione social, una vera e propria sindrome ansiosa definita Fear of missing out (FOMO). Perfino il tempo libero e lo svago non sono immuni alla sindrome sfibrante e sfiancante di una turbo-esistenza che ci toglie il fiato: se siamo in vacanza non entriamo più nei musei perché è troppo il tempo richiesto, dall’attesa per entrare fino alla “contemplazione” delle opere (meglio scattareselfie con i monumenti sullo sfondo), lo stesso aperitivo sembra diventato un rito desueto, piuttosto è preferibile uno spritz, anche se mortificato in un bicchiere di plastica che ci segue nei nostri deliri frettolosi. Per non parlare dello spasmodico ricorso a programmi dimagranti, ossessivamente pubblicizzati, che con cibi pronti e preconfezionati, consegnati a domicilio, promettono la perdita di peso e il recupero della forma fisica in men che non si dica. La tentazione di rievocare quel nichilismo ottocentesco di matrice nietzschiana, secondo cui “Dio è morto” è davvero forte. In effetti, di recente il dibattito internazionale sul cosiddetto new nihilism ha ripreso vigore, anche in versioni apocalittiche – grazie intellettuali come Peter Unger, Gillian Russell, Nolen Gertz o Byung-chul Han – secondo cui la cultura contemporanea si caratterizza per la totale assenza di verità, di valori e di senso. Una vera e propria fuga dalla realtà che affligge le giovani generazioni, da quella digitale in poi, ostaggi consapevoli delle ragioni del multitasking e dell’iperproduttività che sfidano le leggi del tempo, oltreché dello spazio e dei ritmi imposti dai social.
Apocalittici, integrati e frettolosi
Proprio in questo contesto le parole di Milan Kundera ne La lentezza del 1995, sono quantomai profetiche: “quando gli eventi accadono troppo rapidamente nessuno può essere sicuro di niente, assolutamente di niente, neppure di se stesso”. In un tempo di in cui all’orizzonte del dibattito politico-culturale contemporaneo si rifà strada la l’idea della “malattia storica” di Nietzsche – che nei mass media e, soprattutto in certa stampa, ossessionati dalla corsa a dare per primi le notizie anche se non verificate o infondate, intercetta le sue forme più evidenti – vale la pena di ricordare quanto scriveva Umberto Eco nel 1964 in Apocalittici e integrati, a partire dal presupposto che la cultura di massa già allora, stava determinando una vera e propria mutazione antropologica:
[…] I mass media, immessi in un circuito commerciale, sono sottomessi alla legge della domanda e dell’offerta […] anche quando diffondono i prodotti della cultura superiore li diffondono livellati e condensati in modo da non provocare alcuno sforzo nel fruitore; il pensiero viene riassunto in formule […] Incoraggiano perciò una visione passiva e acritica del mondo. Viene scoraggiato lo sforzo personale per il possesso di una nuova esperienza […] Incoraggiano una immensa informazione circa il presente e intorpidiscono perciò ogni coscienza storica […] I mass media si presentano quindi come lo strumento educativo tipico di una società a sfondo paternalistico, in superficie individualistica e democratica, sostanzialmente tendente a produrre modelli umani eterodiretti. Visti più a fondo appaiono una tipica sovrastruttura di un regime capitalistico usata a fini di controllo e di pianificazione coatta delle coscienze.
E così, ostaggi arrendevoli dei ritmi e dei tempi imposti dal mondo del lavoro, della politica, della stampa non solo offline, ma soprattutto online, a soffrirne sono soprattutto i nostri rapporti e le nostre connessioni con il mondo, con le nostre comunità, con le nostre famiglie, di cui non cogliamo più né senso né valore, diventando attori protagonisti di un vero e proprio fenomeno emergente di autoisolamento ed emarginazione sociale.






























