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Rubrica nata dalla collaborazione tra AGIS e Università Telematica Internazionale Uninettuno che esplora le dinamiche del mutamento sociale nella contemporaneità a partire da riflessioni legate al mondo dello spettacolo, dell’arte e della cultura.

 

Responsabile Scientifico

Carmelo Guarino, docente di Mutamenti sociali, democrazia e patrimonio culturale presso la Facoltà di Beni Culturali dell’Università Telematica Internazionale Uninettuno

Mountainhead - foto via Wired

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Broligarchy. Nuovi protagonisti sulla scena internazionale

di Carmelo Guarino

Tempo di lettura: 2 minuti

Nel mese di settembre, Sky Cinema ha reso disponibile la visione del nuovo film scritto e diretto da Jesse Armstrong, già creatore della serie cult Succession. Si tratta di Mountainhead, un film un po’ modesto ma che nei fatti, grazie a un sofisticato Steve Carrell e alla brillante interpretazione di Jason Schwartzman, Cory Michael Smith e Ramy Youssef, ha superato ogni aspettativa. Il soggetto è davvero semplice, al limite del banale, poiché racconta di un mondo manipolato da una broligarchy composta dai ceo delle quattro big tech più potenti e ricche del pianeta che si fanno chiamare Brewsters. Inevitabile il riferimento ai ceo delle grandi aziende tecnologiche statunitensi che, come raccontava Aldo Grasso nella sua rubrica sul Corriere della Sera del 14 settembre scorso, a Washington hanno preso “casa (bianca)”, “sono lì a omaggiare il Capo … hanno una capitalizzazione di mercato che supera il Pil di interi Stati” e hanno anche “… mano libera contro i Paesi concorrenti …”. 

Il plot è agile nei suoi intrecci e asciutto nella sua narrazione. Ma, soprattutto, è sorprendente nei suoi risvolti. Infatti, sullo sfondo di una crisi internazionale determinata dalla diffusione di deepfake generate dagli algoritmi dell’AI che proprio gli stessi Brewsters hanno creato, ciò che colpisce non è solo l’infantile goliardia che scandisce la loro rimpatriata in una maestosa baita sulle montagne innevate dello Utah, tra grasse risate e sfarzosi banchetti, né tanto meno la disarmante e crudele disinvoltura con cui i quattro Brewsters, privi di alcuna capacità empatica o sensibilità morale, tentano di disfarsi di uno di loro, per il solo fatto di aver posto alcuni dilemmi etici sulle loro aziende o sul tentativo di rovesciare interi governi. Quello che veramente appare sinistro è che quella broligarchy, nel tentativo di mettere in atto un piano eversivo dell’intero pianeta, abbia come principale obiettivo l’annientamento dello Stato-nazione. Tutto questo appare ancora più inquietante alla luce del recente Corporate underminers of democracy 2025 pubblicato dall’International trade union confederation (ITUC) e che in alcune delle più grandi Big tech individua una vera e propria “crescente minaccia” per le democrazie contemporanee. In effetti, concetti come “democrazia”, “diritto” o “diritti”, sembrano irrimediabilmente destinati all’irrilevanza, per il progressivo svilimento condotto assai efficacemente dalle democrature contemporanee con la complice responsabilità e la scoraggiante debolezza dell’UE. Proprio per questa ragione quelle parole non vengono mai pronunciate dai Brewsters. Il loro vero obiettivo è lo Stato-nazione, quell’entità istituzionale, figlia della modernità, che ha creato le precondizioni per i diritti di cittadinanza che faticosamente hanno accompagnato nel corso degli ultimi due-tre secoli la nascita travagliata della democrazia, e che ormai rappresenta l’unico spazio possibile per salvare il salvabile. Del resto come ha scritto Walter Veltroni sul Corriere della Sera del 12 giugno scorso, in “Se la democrazia è un fastidio”, le istituzioni democratiche e i relativi sistemi di checks and balances, che hanno garantito la tenuta del sistema nel suo complesso, sono “escrescenze fastidiose”. E rispetto a questo tutto sembra diventare drammaticamente possibile.

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