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#SCIASCIA100; DIALOGO CON FABRIZIO CATALANO

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L’8 gennaio del 1921 a Racalmuto nasceva Leonardo Sciascia. Occhi puntati sulla Sicilia, sulle antinomie di un’isola ove crimine e giustizia hanno tenuto desta quella classe intellettuale di cui Sciascia fu una delle voci più autorevoli. Una mole gigantesca di scritti, l’impegno civile e politico oltre le anguste logiche di partito, l’audacia di esibire il male senza orpelli che non fossero l’eleganza e l’accuratezza del suo stile letterario asciutto: questi i perimetri entro cui si è mosso Leonardo Sciascia. Alle spalle la crisi delle utopie da Verga a Tomasi di Lampedusa, innanzi l’illuminismo pessimistico e senza spiragli di matrice francese che ben si accomodava sull’isola.  Nel centenario della sua nascita, l’intervista al nipote Fabrizio Catalano, drammaturgo e regista che dai romanzi del nonno ha già tratto numerosi spettacoli teatrali. Da oggi in libreria “IL TENACE CONCETTO. Leonardo Sciascia: la letteratura, la conoscenza, l’impegno civile” (Rogas Edizioni), scritto da Fabrizio Catalano, Alfonso Amendola ed Ercole Giap Parini. Alla base del saggio la lettura dell’attualità sulla scorta del pensiero sciasciano. 

Manca uno scrittore e manca un intellettuale, scomodo per certi versi. I vuoti culturali, intanto, sono diventati voragini…

L’intellettuale, per sua natura, è sempre scomodo. Mio nonno e Vincenzo Consolo dicevano spesso che il dovere dell’intellettuale è quello di opporsi al potere. Del resto, nel mondo irrazionale in cui viviamo e del quale i fatti odierni accaduti in America costituiscono un’ulteriore prova, il potere continua a credersi invincibile. Si arriva alla condizione di scarsa rappresentatività, nella dilagante gerontocrazia che fino a poco tempo fa si riconosceva solo all’Unione Sovietica, proprio quando il sistema non è più credibile.  In Italia o in Sicilia ogni tanto salta qualcuno che vuol essere l’erede di Sciascia, ma mio nonno fu lo scrittore, e l’uomo, capace di rifiutare l’offerta di cinque miliardi alla Mondadori per l’esclusiva dell’opera omnia senza battere ciglio, come se bevesse un caffè. Quanti, al suo posto, lo avrebbero fatto? Stava lì, a discutere serenamente della carta e dei caratteri Adelphi, rifiutando un’offerta da panorama calcistico. Si confrontò con la moglie, certo, ma in cuor suo aveva già deciso. Oggi manca chi dice cose scomode. Mio nonno affermava di continuo il diritto di rivendicazione. E rivendicare vuol dire anche saper comunicare, con razionalità, coi tempi che occorrono. Dall’ascolto, dalla necessità di informarsi, dal dialogo e dalla possibilità di ricorrere a una corretta informazione deriva la consapevolezza. Senza consapevolezza la società rimane priva di anticorpi. 

Che cosa immagina avrebbe pensato Leonardo Sciascia dell’attuale scenario politico italiano?
Chi ha visto mio nonno aggirarsi, agli inizi degli anni Ottanta, per i corridoi della Camera dei Deputati lo ricorda a disagio. Non oso immaginare cosa avrebbe pensato della desolazione attuale!

Molti eroi dello scrittore Sciascia risultano sconfitti. L’insensatezza e la ferocia della storia di matrice giansenista, secondo la lezione manzoniana o, più semplicemente, uno sguardo rassegnato sulla realtà?
Più che rassegnato, direi disilluso. Mio nonno ha vissuto gli anni dopo le due guerre, quelli di un Paese che stava rinascendo. Si contava sulla nuova ricchezza, sui nuovi diritti; si coltivavano speranze. E dalla speranza tradita alla disillusione il passo è davvero breve.  Sciascia diceva sempre che continuare a scrivere significa tutto sommato sperare. Anche l’indignazione è una forma di speranza. Penso a “Il giorno della civetta”: un finale consolatorio non sarebbe stato efficace. Occorreva indurre alla riflessione, educare allo spirito critico, rendere consapevoli i lettori.

Un ricordo del nonno Leonardo.
Il bello dei “grandi” è quello di saper essere anche “normali”. E mio nonno si è sempre comportato come un normale nonno: qualche volta mi prendeva a scuola, passeggiava con me. Custodisco, per esempio, il lungo viaggio in treno insieme a lui e a mia nonna fino in Friuli. Sosta a Venezia, a Milano e in varie altre città. 

Sciascia scriveva tenendo aperta la porta del suo studio e noi, come è normale che accada nelle case dove ci sono bambini, capitava che facessimo baccano. Non se ne lamentò mai. Piuttosto capitava che, uscendo dallo studio, riprendesse uno dei nostri discorsi, quelli che aveva sentito mentre scriveva.  Mio fratello aveva persino l’abitudine di osservarlo, immobile, mentre era impegnato a scrivere.  Era semmai intollerante quando si trattava di capricci alimentari. Allora sì che ci richiamava, ma sempre con ironia. Ricordo fossimo a tavola una volta che si lamentò per “intere fette di carne alla pizzaiola date al cane”. Però, per amore della mia infanzia priva di particolari capricci, ci tengo a precisare che quelli che rifiutavano la carne alla pizzaiola erano i miei cugini. A me la carne alla pizzaiola piaceva, e piace, parecchio.

Noi con lui abbiamo anche imparato a sparare. Teneva carabina e Calibro 12. Così capitava che sparassimo a barattoli o a pale di fico d’India. Il fucile non era uno strumento per esercitare violenza: ogni oggetto è sempre quello che tu lo fai diventare. 

Dalla letteratura al teatro, due mondi peraltro intimamente legati. Nel caso de “Il giorno della civetta”, quanto ha condizionato l’adattamento la popolarità dell’omonimo film di Damiano Damiani?

Dalla pellicola di Damiani, come peraltro dal primo adattamento teatrale del romanzo curato da Giancarlo Sbragia per il Teatro stabile di Catania nel 1963, trassi qualche utile lezione funzionale all’idea di spettacolo che avevo in testa. Don Mariano aveva acquisito un fascino eccessivo e occorreva ridimensionarlo, pur nella consapevolezza che i “cattivi” sono sempre personaggi affascinanti. Rosa Nicolosi, interpretata al cinema da Claudia Cardinale, occorreva diventasse metafora della presa di coscienza del fenomeno mafioso.  La mia generazione, cresciuta al tempo di Falcone e Borsellino, sa cosa significhi prendere coscienza della Mafia. 

Quando ci si accosta ai romanzi di Sciascia o di altri autori siciliani per eventuali adattamenti ci si domanda se sia opportuno riprodurre fedelmente il dialetto. Taluni sostengono addirittura che la Sicilia, la Mafia de “Il giorno della civetta” siano ormai troppo distanti dalla nostra realtà. 

In verità quelle dinamiche mafiose, con quel vernacolo, riproducono una Sicilia intesa come metafora e sono dinamiche, magari trasfigurate nel tempo dalla forma, identiche a quelle attuali nei contenuti.  

Oggi ricorre il centenario della nascita di Leonardo Sciascia.
Ho coordinato, in occasione del centenario, le manifestazioni della Fondazione. Questa pandemia ci sta fornendo strumenti alternativi e noi abbiamo voluto sfruttarli. Negli anni passati molte scuole siciliane sceglievano un romanzo e ci lavoravano, in vista di una restituzione formalmente variegata: dai filmati alle arte figurative, alla scrittura stessa. Venivano sempre fuori lavori interessanti. Quest’anno la scelta è caduta su “Candido” e il fatto che la restituzione sia a mezzo video amplierà di fatto il coinvolgimento. 

La Fondazione Sciascia si appresta dunque a una mini maratona per il centenario, ma non limita a questa ricorrenza il suo lavoro. Nelle prossime settimane saranno disponibili rubriche su Leonardo Sciascia. Il primo intervento sarà quello della traduttrice thailandese dei suoi romanzi, per capire come si intersechino e comunichino lingue e immaginari così dissimili.  La Fondazione possiede inoltre tanti gioielli: ritratti di scrittori collezionati da mio nonno, di cui sarebbe appassionante raccontarne la storia. Tra gli altri, c’è un piccolo ritratto di Erasmo da Rotterdam di Van Dyck. È in cantiere anche una mostra virtuale, a mo’ di viaggio, sulle opere d’arte citate nei romanzi di Sciascia. 

L’uscita, oggi, del volume realizzato per il centenario della nascita di Leonardo Sciascia. Partiamo dal titolo: IL TENACE CONCETTO…
Il titolo traduce il coraggio di avere idee e di difenderle, con tenacia appunto. Il libro è un esercizio per leggere l’attualità attraverso la lezione di Leonardo Sciascia scrittore. 
Nel romanzo “Il cavaliere e la morte”, c’è un dialogo altamente significativo tra il commissario di polizia protagonista e un ex agente dei servizi segreti. Il primo afferma, chiamando in causa una ipotetica Carta Costituzionale, che “La sicurezza del Potere si fonda sull’insicurezza dei cittadini”. Il secondo replica: “Di tutti i cittadini in effetti. Anche di quelli che, spargendo insicurezza, si credono sicuri”. La prima affermazione parafrasa una verità, quantunque orrenda. La seconda lascia le porte aperte alla speranza, alla possibilità di un cambiamento.
Mi si chiedeva di scrivere un libro su mio nonno, ma a me sarebbe sembrato in un certo senso di sfruttarne la fama. Per questa ragione ho preferito che fosse un’intervista capace di fornire strumenti per leggere la società, questa società. Da qui la scelta di lasciare ampio spazio ai due sociologi della letteratura, Alfonso Amendola ed Ercole Giap Parini, che ne hanno curato la parte iniziale e finale. 

Questa società è ingiusta, da qualunque parte la si guardi. Ci dicono che non v’è un sistema sociale alternativo. Eppure la lezione di Sciascia, Pasolini, Sartre e altri intellettuali ce ne ha fornito più d’uno.

Giusi Arimatea
Giusi Arimatea è giornalista e critico teatrale iscritta all’ANCT. La sua formazione umanistica si pone al servizio d’ogni esplorazione e lavoro in ambito artistico-culturale. Nel settore giornalistico (cartaceo e online) si occupa prevalentemente di teatro, cinema, letteratura, arte, cronaca e sport. Prolungamento accademico specifico dei settori cinematografico e teatrale sono i percorsi di sceneggiatura, scrittura per corti e drammaturgia. Ha scritto saggi storici, testi per il teatro, soggetti, sceneggiature, dialoghi di cortometraggi e film.

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