Mentre la bozza della legge di bilancio 2026 approda all’esame del Parlamento, il mondo del cinema e dell’audiovisivo italiano chiede al governo di aprire un tavolo di confronto per rivedere le nuove regole sul credito d’imposta e definire tempi di applicazione sostenibili, evitando un blocco delle produzioni.
Le principali associazioni di categoria – ANICA, APA e CNA Cinema e Audiovisivo – riunite oggi in conferenza stampa, hanno parlato di un rischio concreto di “crisi produttiva e occupazionale senza precedenti” a partire dal 1° gennaio 2026, se le misure resteranno invariate.
Credito d’imposta e rischio per la crescita
«Siamo qui per sollevare un allarme serio – ha dichiarato Alessandro Usai, presidente di ANICA –. L’applicazione delle nuove norme sul credito d’imposta, così come scritte, rischierebbe di causare una crisi produttiva e occupazionale senza precedenti negli ultimi quarant’anni. Non parliamo di un settore in difficoltà, ma di una filiera che negli ultimi anni ha conosciuto una crescita costante, grazie anche a strumenti di incentivo che hanno attratto investimenti e creato occupazione qualificata».
Usai ha ricordato come il credito d’imposta introdotto nel 2016 sia stato una “leva fondamentale di sviluppo”, adottata e poi imitata da diversi Paesi europei: «Francia, Spagna, Regno Unito e Germania hanno seguito il nostro esempio. Questo strumento ha contribuito a rendere l’Italia competitiva e attrattiva per le produzioni internazionali».
Secondo ANICA, la revisione prevista nella manovra – con l’introduzione di un plafond annuale non ancora definito e la conseguente incertezza sulla copertura – rischia di bloccare le produzioni, dato che le imprese devono sostenere i costi prima di ricevere il beneficio fiscale: «Non possiamo produrre se non sappiamo se e quando arriverà il credito. Così si ferma tutto: le produzioni, i set, i lavoratori. È un rischio che il Paese non può permettersi».
Usai ha ricordato anche il valore economico e sociale del comparto: oltre 200 imprese con un fatturato complessivo superiore a 2,5 miliardi di euro e un indotto che coinvolge turismo, servizi e professioni tecniche.
Le ricadute occupazionali
Sul versante delle imprese artigiane e delle maestranze, Gianluca Curti, presidente di CNA Cinema e Audiovisivo, ha evidenziato le conseguenze occupazionali di un blocco delle produzioni: «In Italia operano più di 2400 aziende del settore, concentrate soprattutto in Lazio, Campania e Lombardia. Se non ci sarà il tempo di discutere con il governo e il Parlamento tempi e modalità di attuazione dei tagli, potremmo perdere tra i 70 e i 75mila posti di lavoro».
Curti ha sottolineato come il comparto rappresenti un raro esempio di crescita industriale in un Paese segnato da processi di delocalizzazione e deindustrializzazione: «Siamo in controtendenza. Creiamo occupazione qualificata e tratteniamo competenze nel territorio. Ma il nostro è un mondo fragile, che va accompagnato e protetto, non lasciato nell’incertezza».
Da CNA è arrivata anche la richiesta di un confronto istituzionale con il governo per concordare tempi graduali di applicazione e salvaguardare la capacità di programmazione delle imprese.
Il valore culturale e industriale del settore
La presidente di APA, Chiara Sbarigia, ha messo in evidenza il contributo economico e culturale del tax credit, definendolo «l’unico vero sostegno strutturale al settore dal 2017». Secondo i dati dell’associazione, il mercato delle serie audiovisive in Italia vale 783 milioni di euro, di cui circa 250 milioni derivano dal credito d’imposta, mentre il resto proviene da investimenti privati e committenti.
«Grazie a questo meccanismo i produttori hanno potuto mantenere i diritti sulle opere, patrimonializzandosi e diventando più competitivi sul mercato internazionale», ha spiegato Sbarigia. «Negli ultimi anni il settore audiovisivo è cresciuto del 9,3%, a fronte di una media nazionale del 2,9%. Bloccare questo slancio significherebbe interrompere un percorso di sviluppo che genera occupazione, innovazione e immagine positiva del Paese».
Sbarigia ha inoltre ricordato il ruolo delle produzioni nel racconto del territorio: «Le serie televisive raccontano un’Italia plurale, moderna, e contribuiscono a valorizzare regioni e comunità, generando anche un indotto turistico e culturale rilevante».
L’appello al governo
Le tre associazioni hanno ribadito la disponibilità al confronto con il governo e auspicano un’audizione parlamentare già nei prossimi giorni. L’obiettivo è rivedere la norma prima della sua entrata in vigore, preservando un sistema che – sottolineano – ha sostenuto la crescita di un comparto industriale, culturale e occupazionale in controtendenza rispetto agli altri settori dell’economia italiana.





























