Scrive Maya Phillips, sul New York Times (20 febbraio 2025), che il nuovo Captain America: Brave New World di Julius Onah, nonostante sia stato un successo al boxoffice (registrando a fine febbraio, 100 milioni di dollari negli USA e quasi 3 milioni di euro in Italia) “è un film mediocre”. Non a caso è stato stroncato dalla critica con una successione di recensioni impietose, dalla sceneggiatura alla regia. Sarà solo l’interpretazione dell’immenso Harrison Ford, nei panni del Presidente americano Thaddeus Ross, a salvare le sorti del film. In effetti, il plot che si ricollega alle complesse trame delle precedenti epiche battaglie degli eroi della Marvel Cinematic Universe, sembra proprio il tentativo estremo di riesumare un politically correct ormai vittima di quella culture war che, a colpi di ordini esecutivi, sta inesorabilmente riducendo in macerie quel progetto di comunità faticosamente costruito in Occidente in almeno 200 anni: la democrazia.
Del resto, la genesi del nuovo Captain America risale a un tempo precedente al nuovo ordine che Donald Trump sta imponendo al mondo per “rendere grande di nuovo l’America” – a partire dallo smantellamento dei programmi DEI (diversity, equity, inclusion) – in cui la Disney era ancora alfiere della diversità e del progresso. Basti pensare agli sguardi d’intesa tra LeTont e Gaston nel live action del La bella e la bestia del 2017 o ai due papà gay comparsi nel 2020 nella serie Duck Tales o, ancora, all’annuncio della presidente Karey Burke del marzo 2020 secondo cui nel giro di pochi anni il 50% dei protagonisti delle grandi produzioni sarebbero appartenuti alle minoranze e alla comunità LGBTQ+ per non parlare della causa presentata contro la cosiddetta Legge “Don’t say gay” del governatore della Florida Ron DeSantis. Oggi la Disney è accusata di “propaganda LGBTQ+” e “deriva woke” per non aver cancellato le politiche DEI. Sembra di aver fatto un salto quantico e di essere stati catapultati nel multiverso della follia di Doctor Strange dove, come racconta l’Associated Press, perfino la storica foto di “Enola Gay” (l’aereo che ha sganciato la bomba atomica sul Giappone durante la II Guerra mondiale) è stata oggetto di censura da parte del Dipartimento della difesa per il solo fatto di contenere la parola “gay” nel suo nome (in realtà Enola Gay Tibbets era la madre del pilota militare Paul Tibbets).
Il New deal trumpiano e il free speech delle ultradestre
Ma tant’è. Se l’America di Donald Trump sul piano politico-economico ripropone uno spregiudicato e prepotente imperialismo di matrice ottocentesca, sul piano socio-culturale svela una preoccupante violazione dei diritti delle persone, smantellando istituzioni sanitarie come i Centers for Disease Control and Prevention (CDC) o il National Institutes of Health (NIH) o calpestando leggi e norme e provvedimenti sia di carattere nazionale che internazionale: dallo sospensione delle politiche di accoglienza umanitaria allo smantellamento del programma UsAid fino all’ignominiosa ostentazione delle deportation di migranti in catene. E il New deal trumpiano, che si alimenta di quel free speech tanto rivendicato dalle ultradestre nel mondo, per assestare il colpo letale a quella che definiscono woke ideology, non tarderà a legittimare o, peggio ancora, ad alimentare, interventi normativi e politiche discriminatorie fino a oggi stigmatizzate e condannate da istituzioni democratiche, corti di giustizia e organizzazioni internazionali per i diritti umani. Basti pensare alla legge appena approvata dal Parlamento ungherese per vietare la manifestazione del 30° Budapest Pride, per non parlare degli oltre 60 paesi nel mondo dove l’omosessualità è un reato. Sembra tutto così novecentesco, eppure così drammaticamente reale…
La promessa tradita della Statua della libertà
Tutto questo in un’America dove, secondo le ultime rilevazioni dell’istituto Gallup, quasi il 10% delle persone (soprattutto appartenenti alla Gen Z e ai Millennials), si identifica in un genere non binario (LGBTQ+). Quello che è peggio è che questo accade proprio in un paese da sempre simbolo di libertà e accoglienza, definita come la più grande democrazia del mondo, luogo in cui realizzare se stessi, i propri sogni. Proprio la Statua della libertà, che si erge nella baia di Hudson e che ha accolto intere generazioni di esuli provenienti da ogni parte del mondo, compresa l’Italia, ne è l’incarnazione più vigorosa. Quella “Madre degli esuli” a cui Emma Lazarus, con il suo poema The New Colossus (1883) inciso alla base dell’imponente monumento, fa pronunciare le seguenti parole: «Tenetevi, antiche terre, la vostra pompa celebrata nella Storia! Date a me le vostre stanche, povere masse oppresse e soffocate, che bramano di respirare libere. I miserabili rifiuti delle vostre sponde brulicanti. Mandate costoro, i senza patria, sbattuti dai marosi a me. Io qui levo la mia fiaccola accanto alla porta d’oro»






























