Quando era ancora viva l’indignazione del mondo per gli omicidi di Renée Nicole Good e Alex Pretty, in quel gennaio 2026 che ha insanguinato le strade di Minneapolis svelando il volto più aggressivo e crudele dell’America post-democratica, il 28 gennaio scorso Bruce Springsteen ha pubblicato online il brano Streets of Minneapolis. Un vero e proprio urlo di dolore, una denuncia contro “L’armata privata di Re Trump”, un racconto drammatico di “impronte insanguinate dove avrebbe dovuto esserci pietà … e due morti, lasciati a morire su strade coperte di neve: Alex Pretti e Renee Good”. Già il 17 gennaio scorso, dal palco del Light of the Winterfestival nel New Jersey, l’artista aveva dedicato The promised land proprio a Renée Nicole Good, uccisa da un agente dell’ICE a Minneapolis: Questa canzone è per te e per la memoria di una madre di tre figli, l’americana Renee Good. Diversamente da come lo aveva definito il presidente statunitense lo scorso anno, Springsteen non ha nulla di una “prugna secca”, anzi la sua è la storia di un artista di grandi sentimenti e sensibilità umane.
Nel 1985 era già stato protagonista del più potente progetto benefico per l’Africa – dopo Do they know it’s christmas? della Band Aid, voluta da Bob Geldof e Midge Ure – ossia lo USA for Africa. Il progetto era di Harry Belafonte, la canzone, scritta da Lionel Richie e Michael Jackson, era We are the world e gli anni erano quelli in cui la musica pop emergente, dialogando tra le due sponde dell’Atlantico, combatteva una battaglia ideale, canzone dopo canzone, album dopo album, videoclip dopo videoclip, per una maggiore giustizia sociale e i diritti di tutte le persone. Lo facevano in perfetta sintonia con lo spirito del tempo, nell’ultimo scorcio di quel secolo breve in cui le socialdemocrazie, dopo i riflussi autocratici del periodo compreso tra gli anni ‘60 e ’70, cominciavano a vivere un momento di diffusione e consolidamento: dal Portogallo alla Spagna, dalla Grecia alla Germania Orientale, dalla Cecoslovacchia alla Romania, dalla Polonia alla Bulgaria, dalla Corea del Sud a Taiwan, dal Pakistan alla Russia fino all’America Latina.
Rivedere quel video registrato nella notte del 28 gennaio 1985, presso l’Hollywood’s A&M Studios di Hollywood, in maniera improvvisata, con tutti i cantanti coinvolti diretti da Quincy Jones, e sentire quella canzone, oggi a distanza di oltre quarant’anni, è un’esperienza etica ed estetica, che disorienta e commuove ancora per la forza del suo messaggio. Perché un gruppo di persone, fatto di uomini, donne, bianchi, neri, indipendentemente dagli orientamenti personali, che avevano conosciuto l’America della discriminazione e della violenza e che nella musica avevano trovato un’occasione di riscatto ed emancipazione, aveva deciso attraverso quella stessa musica, di lavorare insieme per aiutare proprio quei paesi piagati dalla fame e dalla carestia che l’Occidente da sempre aveva depredato. Che gioia rivedere Bob Dylan e Lionel Richie, Michael Jackson e i suoi fratelli, Huey Lewis e Paul Simon, Dionne Warwick e Diana Ross, Tina Turner e Ray Charles, Stevie Wonder e Cindy Lauper, lavorare insieme per un mondo più giusto.
Il progetto ebbe un successo planetario, scalando le classifiche della prestigiosa Billbord, vendendo 20 milioni di copie e raccogliendo oltre 100 milioni di dollari. Quel messaggio era passato. E io che al tempo ero appena un adolescente e che, come molti miei amici e coetanei, trascorrevo le mie giornate tra “Discoring”, “Festivalbar” e “DeeJay Television”, ne avevo colto lo spirito più profondo: facciamo tutti parte della grande famiglia di Dio e tutti dobbiamo dare una mano contro le ingiustizie e le disuguaglianze che affliggono il mondo. E quel messaggio incarnava gli sforzi e le politiche dell’ONU, dell’OMS, dell’UNESCO, dell’UNICEF.
In sequenza
Quarantacinque anni dopo, sembra di essere finiti su un altro pianeta. E l’istantanea del nuovo Rapporto Oxfam 2026 dal titolo Resisting the rule of the rich. Protecting freedom from billionaire power, è impietosa. Secondo il report, per la prima volta, il numero di miliardari ha superato quota 3 mila, e il loro livello di ricchezza è il più alto della storia. Mentre, allo stesso tempo, una persona su quattro nel mondo soffre la fame, con punte drammatiche in Africa. Circostanza resa ancor più grave dal progressivo indebolimento delle democrazie e del diritto internazionale, conseguente a un nuovo (dis)ordine mondiale imposto da un imperialismo di ritorno a seguito della torsione totalitaria di un numero preoccupante di paesi occidentali.
Quarantacinque anni dopo, quello che preoccupa maggiormente è proprio la mutazione antropologica e politica della più grande democrazia del mondo: gli Stati Uniti. In sequenza, oltre 225 ordini esecutivi, rimozione di oltre 200 parole da documenti, circolari e linee guida, siti web governativi e perfino da programmi scolastici e, dunque, dalla discussione pubblica, cancellazione del terzo genere dai documenti di riconoscimento, divieto assoluto per i dipendenti pubblici di utilizzare i pronomi nella firma delle proprie caselle di posta elettronica, cacciata dei transgender dalle forze dell’ordine, deepfake (da “Gaza riviera” al letame sui manifestanti “No King”), taglio dei fondi alle università e chiusura del programma USAID, uscita dagli accordi di Parigi e ritorno ai combustibili fossili, cancellazione dei programmi federali DEI, intimazioni e minacce di aumenti esponenziali dei dazi ai partner commerciali, uscita da 66 organismi e accordi internazionali, il Board of peace per la ricostruzione di Gaza, la violazione reiterata del diritto internazionale, la Guardia nazionale in California e gli agenti dell’ICE e del Border Patrol in Minnesota e a Minneapolis (proprio dove George Floyd era stato ucciso da un agente di polizia il 25 maggio 2020), gli omicidi di Renée Nicole Good e di Alex Pretty, hanno incendiato l’America e trasformato i concetti di democrazia e di diritto internazionale in vecchi arnesi ormai desueti che la presidenza americana sembra aver riposto in cantina. Basti pensare che durante la conferenza stampa successiva all’operazione in Venezuela, il Presidente degli Stati Uniti non ha mai utilizzato la parola “democrazia”. Al contrario, la parola “petrolio” è stata pronunciata ben 27 volte. Per non parlare di Stephen Miller, autorevole consigliere politico e speechwriter di Trump, che in un’intervista rilasciata alla CNN il 5 gennaio scorso ha definito l’ordine internazionale come “sottigliezze che confliggono col mondo reale, governato solo dalla forza”. E così anche le parole “democrazia” e “ordine internazionale” entrano a far parte di quelle 200 parole cancellate dall’amministrazione statunitense di cui ha parlato il New York Times in un articolo del 7 marzo 2025.
Il fascino sinistro del male
Alan Friedman, in “Donald senza regole e la sindrome Caligola” su La Stampa del 20 gennaio scorso, ha scritto che Donald Trump si è trasformato in un “super cattivo dei fumetti”. Citazione non certo peregrina, se pensiamo che l’Occidente degli ultimi 80 anni ha fatto di quella graphic novel della DC Comics e della Marvel, Olimpo di supereroi, un vero e proprio simbolo di giustizia e libertà. Non è casuale che proprio lo scorso anno, per voce dell’eurodeputato Raphaël Glucksmann, la Francia abbia chiesto la restituzione della Statua della Libertà accusando gli USA di aver di aver rinnegato i valori di inclusività e democrazia. Come biasimarlo se proprio Donald Trump l’8 gennaio scorso ha dichiarato al New York Times che l’unico limite al suo potere è “La mia morale personale. La mia mente … Non ho bisogno del diritto internazionale”. Ecco, siamo arrivati a quella politica distopica del mondo che Sergio Labate su La Stampa del 12 gennaio scorso ha definito come la “democrazia delle cose” e non più delle persone. E rispetto alla quale il dito medio che Donald Trump, durante una visita di inizio gennaio in uno stabilimento della Ford a Detroit, ha mostrato a un operaio che lo contestava, rappresenta la più disarmante testimonianza. Uno stile di potere che, tuttavia, esercita un grande fascino. Un fascino sinistro.
Come ha raccontato Beppe Severgnini sul Corriere della Sera del 29 marzo 2025, un sondaggio dell’istituto SVG ha rivelato che la percentuale degli italiani tra i 18 e i 24 anni favorevoli a un modello autocratico di paese con “un premier con mani libere”, si aggira intorno al 42%. Una percentuale che nella fascia 25-34 anni sale addirittura al 52%. Sempre sul Corriere della Sera del 23 novembre scorso, in occasione dell’anniversario della morte di Francisco Franco, avvenuta il 20 novembre del 1975, Aldo Grasso riferiva di alcuni sondaggi secondo cui il 21,3% degli spagnoli, rimpiangendo il “Caudillo”, valuta gli anni della dittatura di Franco come “buoni” o “molto buoni”. Dato reso ancora più inquietante dal fatto che secondo gli stessi sondaggi il 25% delle persone intervistate con età compresa tra i 18 e 30 anni sarebbe disponibile a sperimentare un regime autoritario. Ma ahimè, la memoria è corta e il “male” che sembra incarnare lo spirito del tempo, seduce e affascina più di quanto riesca a fare, come dice lo stesso Aldo Grasso, “la forza della libertà”. Infine, secondo il 59esimo Rapporto del Censis, L’Italia nell’età selvaggia, presentato a dicembre 2025, il 30% degli italiani sostiene che i “regimi” siano le forme di governo più adatti allo spirito dei tempi. Drammatica circostanza se si pensa che dal 2004 al 2024, i consumi culturali hanno subìto una drastica contrazione che si aggira intorno al -34,6% a fronte di un comprensibile incremento del 723,3% della spesa per servizi tecnologici e informatici, smartphone, tablet e PC. Nello specifico, secondo il Censis, solo durante l’ultimo anno le famiglie italiane hanno speso solo poco più di 12 miliardi di euro in cultura (con un calo della spesa per giornali, che registra un -48,3%, e di libri, con un -24,6%), ma molto di più per computer, smartphone e servizi di telefonia: circa 32 miliardi di euro.
Per anni, sedicenti soloni, avventurieri degli oscuri sentieri del nozionismo più disarmante, intellettuali da bar sport di ogni risma che hanno popolato i salotti del nostro Paese, ci hanno raccontato che la “bellezza salverà il mondo”, probabilmente non avendo neanche mai sfogliato una pagina di Fëdor Dostoevskij. Ma tant’è, altro che bellezza. E un bagno di realtà ce l’ha imposto Mark Carney, Primo ministro Canadese che al World Forum di Davos ha affermato: “L’ordine mondiale è rotto, siamo entrati nell’età brutale”. Oggi, come mai, sarebbe necessaria una nuova USA for Africa. Perché We are the world non era solo una poesia, ma un vero e proprio inno alla solidarietà e alla giustizia, una chiamata a un impegno comune da cui nessuno può tirarsi fuori. Valori e ideali sopraffatti e subissati dalla successione compulsiva di narrazioni politiche che sostituiscono il reale con il verosimile, il giusto con l’ingiusto, i diritti delle persone con le cose, l’umanità con gli interessi. Valori e ideali che oggi come mai, nella speranza che il punto di non ritorno non sia stato oltrepassato, andrebbero recuperati. Perché come scrivevano Lionel Richie e Michael Jackson,
Arriva un momento in cui sentiamo una certa chiamata in cui il mondo deve unirsi. Ci sono persone che muoiono ed è tempo di dare una mano alla vita. Il dono più grande di tutti. Non possiamo continuare a fingere giorno dopo giorno che qualcuno, da qualche parte, presto farà un cambiamento. Siamo tutti parte della grande famiglia di Dio. E la verità, sai, l’amore è tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Siamo il mondo. Siamo i bambini. Siamo noi quelli che rendono un giorno più luminoso, quindi iniziamo a dare […] E le loro vite saranno più forti e libere. Come Dio ci ha mostrato trasformando la pietra in pane. E quindi dobbiamo tutti dare una mano […] un cambiamento può arrivare solo quando siamo uniti.






























