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Rubrica nata dalla collaborazione tra AGIS e Università Telematica Internazionale Uninettuno che esplora le dinamiche del mutamento sociale nella contemporaneità a partire da riflessioni legate al mondo dello spettacolo, dell’arte e della cultura.

 

Responsabile Scientifico

Carmelo Guarino, docente di Mutamenti sociali, democrazia e patrimonio culturale presso la Facoltà di Beni Culturali dell’Università Telematica Internazionale Uninettuno

Image by Boris Štromar from Pixabay

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Guerra alle parole, guerra ai diritti

di Carmelo Guarino

Tempo di lettura: 5 minuti

In un tempo di cancel culture, ormai deflagrata in culture war, in cui la storia viene rivisitata, deformata, riscritta, manipolata, troppo spesso per ragioni ideologiche o di opportunismo politico, ancora una volta i teatri si propongono come unico nume tutelare della memoria. E quello che è accaduto in occasione del Pride Month 2025 – ricorrenza istituita dopo i fatti di Stonewall – durante il quale diversi teatri nel mondo, dal San Francisco Opera al Covent Garden fino al Teatro dell’Opera di Roma, hanno esposto o proiettato i colori della bandiera multicolore della comunità LGBTQ+. E siccome la memoria non si insegna, ben vengano iniziative che ancora tengono alta l’attenzione sui diritti delle persone, che mai possono considerarsi conquistati una volta per tutte. Nella notte tra il 27 e il 28 giugno del 1969, a New York, la polizia fece irruzione nello Stonewall Inn, dove si consumò l’ennesima, pretestuosa, spedizione violenta della polizia contro i clienti del bar, complice un’intera comunità. Ma quella notte, per la prima volta, la comunità gay rispose a quelle prepotenze – commesse in perfetta drammatica continuità con le sistematiche violenze e le discriminazioni perpetrate storicamente dai bianchi contro le comunità afrodiscendenti – con una reazione tale che ancor’oggi resta scolpita nelle coscienze di tutti noi e che segna la nascita del movimento per i diritti gay. Dopo anni di umiliazioni e soprusi, da figli di un dio minore, la comunità gay aveva preso finalmente coscienza di sé stessa, passando da una condizione esistenziale di vergogna a quella di orgoglio, rivendicando il diritto di avere diritti. Da quel momento, lo Stonewall Inn, nonostante una lunga chiusura durata anni, è divenuto il simbolo delle lotte per la libertà. 

Nel giugno del 2016 Barack Obama ha istituito lo Stonewall National Monument che rievoca, celebrandole, le lotte per i diritti della comunità gay non solo americana. Si tratta del Christopher Park, un piccolo parco di 7,7 acri nel cuore del Greenwich Village a Manhattan, che custodisce il bar storico delle rivolte di Stonewall. Perché come ha affermato Obama nel discorso istitutivo del parco, la storia del paese e il suo patrimonio “… devono riflettere la ricchezza, la diversità e lo spirito che sempre avevano connotato l’America, perché insieme si è sempre più forti”. 

Basterà cancellare le parole?

Secondo il Democracy report 2025 del prestigioso Istituto V-Dem dell’Università di Göteborg, sul piano politico stiamo vivendo un inesorabile “declino democratico”, registrando il livello più basso di democrazia degli ultimi cinquant’anni. Basti pensare che oggi, nel mondo, con un’inversione di tendenza rispetto agli anni precedenti, si contano 88 democrazie, liberali ed elettorali, contro 91 autocrazie, elettorali e chiuse. Sul piano sociale, pare ormai acclarato che dall’età della rabbia, già teorizzata da Pankaj Mishra (2017), siamo passati a quella dell’odio, come ha scritto nel 2025 Antonio Nicita. Sul piano culturale, invece, stiamo assistendo all’imposizione sempre più prepotente di un’arrogante “tradizionalismo etico” di stampo reazionario che vede le religioni monoteiste come le vere protagoniste, incapaci di dialogare con la contemporaneità e la complessità e ancorate a quell’idea stantia di “legge naturale” che pensavamo ormai archiviata dal pensiero postmoderno. In una straordinaria e mefistofelica convergenza di intenti e sensibilità, religioni e forze ultraconservatrici sembrano essere complici di un diabolico progetto che presagisce una nuova, inesorabile e irreversibile catastrofe antropologica. Come racconta il New York Times del 7 marzo scorso, mentre Donald Trump era impegnato a “ripulire il governo federale dalle iniziative woke”, le agenzie federali, da un lato, procedevano alla rimozione di termini e concetti appartenenti all’universo del politically correct da documenti, circolari e linee guida, siti web governativi e perfino da programmi scolastici e, dall’altro, consigliavano cautela nell’uso dei medesimi termini, evitando di istituirne il divieto assoluto”. 

La lista delle parole è davvero lunga e a oggi se ne contano quasi 200. Così parole e concetti come pregiudizi, stereotipo, inclusione, razzismo, disuguaglianze, equità, diversità, LGBTQ, crisi climatica, scienza del clima, inquinamento, femminismo, violenza di genere, nativo americano, identità, differenze culturali, patrimonio culturale, sono state messe al bando. Ma secondo lo stesso quotidiano “l’elenco potrebbe essere incompleto”. Dell’opera di epurazione dell’America trumpiana non ne è rimasta indenne neanche la pagina web del National Park Service dedicata al monumento nazionale di Stonewall da cui sono stati rimossi termini come “transgender”, “queer” e “LGBTQ+”. 

Il mondo che va indietro

In questo orizzonte esistenziale, in cui pochi rinati imperi stanno decidendo i destini di intere popolazioni con decisioni drammatiche, imprevedibili e unilaterali – rispetto alle quali l’UE sta svelando tutta la propria irrilevanza – non c’è spazio per i mille colori della pace e delle persone (siano essi immigrati, minoranze, studenti, manifestanti). Men che meno, per i colori della comunità gay. Basti pensare che, secondo i dati più recenti dell’American civil liberties union, a oggi negli USA sono quasi 600 le proposte di legge statale anti-LGBTQ+. Secondo Human right watch, nel mondo sono almeno 67 i paesi che considerano l’omosessualità tra adulti consenzienti un reato. Anche nel vecchio continente da qualche tempo si comincia a respirare un clima preoccupante. Come ha raccontato al Guardian il 1° giugno scorso Katrin Hugendubel, uno dei direttori di ILGA-Europe (European region of the International lesbian, gay, bisexual, trans and intersex association), in Europa, dall’Ungheria alla Polonia, dalla Slovacchia all’Austria, si registra un pericoloso cedimento sia sul piano delle tutele giuridiche che su quello più strettamente normativo, con l’eliminazione di leggi preesistenti o modifiche alle Costituzioni. La politica, in questo modo, rivendicando quell’esecrabile quanto dannoso free speech, che maneggia con scandalosa disinvoltura, evocando lo spettro dell’ideologia woke e della teoria gender nelle scuole, sta erodendo progressivamente i diritti delle persone, con la conseguenza di un’impennata dei crimini di odio. I risultati dell’indagine condotta nel 2024 da EU’s fundamental rights agency in 30 paesi europei, su un campione di oltre 100 mila persone appartenenti alla comunità LGBTQ+ fanno correre un brivido lungo la schiena, perché raccontano di disprezzo e odio: più del 30% dichiara di essere stata vittima di discriminazioni e aggressioni, ma solo il 10% ha denunciato; il 10% dichiara di aver subìto violenze, mentre il 50% ha dichiarato di essere stata vittima di molestie; oltre il 60% dichiara di aver subìto bullismo a scuola, mentre oltre il 30% dichiara di aver avuto pensieri suicidari. Infine, il 25% circa degli intervistati dichiara di essere stato costretto a sottoporsi alle famigerate terapie di conversione.

E in Italia?

Per i fatti di Stonewall si sono dovuti aspettare cinquant’anni per avere le scuse da parte della polizia. In occasione dell’edizione del 2019 la sfilata del Gay Pride è stata inaugurata il 30 giugno dalle motociclette del Dipartimento di Polizia di New York il cui capo, James O’Neil, ha definito l’operazione del 1969 sbagliata, ammettendo che non sarebbe dovuta mai accadere. Bisognerà capire adesso quanto tempo impiegherà Bruxelles per mettere in campo tutte le strategie necessarie di cui dispone (dalle azioni di monitoraggio e sorveglianza, alle procedure di infrazione e alle sanzioni finanziarie), anche alla luce di un diritto europeo vincolante per i paesi membri, per salvare la democrazia liberale, dimostrando che l’Unione europea è davvero un orizzonte di valori condivisi e non semplicemente un orizzonte geografico. Tuttavia, se penso che nel vecchio continente l’attacco alzo zero sferrato alla comunità LGBTQ+ da parte dell’Ungheria di Orban ha creato un inquietante precedente, e che il consenso per i partiti e i movimenti reazionari o di ultradestra continua a crescere, soprattutto tra i giovani, confesso un certo sconforto e un profondo pessimismo. Se poi penso al nostro Paese, le cose non sembrano andare meglio. Da un lato, la tempesta di messaggi inquietanti e divisivi provenienti da ampi settori della società che svelano e alimentano un certo sentire collettivo e, dall’altro, una comunità LGBTQ+ retoricamente e anacronisticamente ancorata a temi e argomentazioni che rievocano un tempo altro, ostinata a scandalizzare, piuttosto che a sensibilizzare, lasciano poco spazio all’ottimismo.

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