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Rubrica nata dalla collaborazione tra AGIS e Università Telematica Internazionale Uninettuno che esplora le dinamiche del mutamento sociale nella contemporaneità a partire da riflessioni legate al mondo dello spettacolo, dell’arte e della cultura.

 

Responsabile Scientifico

Carmelo Guarino, docente di Mutamenti sociali, democrazia e patrimonio culturale presso la Facoltà di Beni Culturali dell’Università Telematica Internazionale Uninettuno

Nosferatu (2024) © Focus Features

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Il mostro che è in noi

di Carmelo Guarino

Tempo di lettura: 5 minuti

Nel suo La ricotta del 1963, Pierpaolo Pasolini, attraverso le parole di Orson Wells, esprimeva il suo disprezzo per l’umanità: “l’uomo medio è un mostro, un pericoloso delinquente, conformista, colonialista, razzista, schiavista, qualunquista”. Siamo nello stesso anno in cui Dino Risi, con il suo memorabile I mostri, raccontando in chiave tragicomica e spesso caricaturale gli inimmaginabili abissi di miseria dell’animo umano, denunciava il progressivo e inarrestabile decadimento del nostro Paese. Quelle analisi, che oggi possono essere estese su scala globale, sembrano quantomai attuali. 

Nel 2024 è tornato sul grande schermo il più aristocratico e spaventoso dei mostri. Sto parlando di Nosferatu prodotto e diretto da Robert Eggers, ispirato al celebre romanzo Dracula pubblicato nel 1897 dell’irlandese Bram Stoker e che, riproposto in una cornice stilistica che combina suggestioni espressioniste e atmosfere dark gothic, si rivela come la perfetta metafora del tempo che ci è toccato in sorte. Tuttavia, questa volta, i tratti del signore dell’oscurità sembrano caricarsi di una più marcata spietatezza, ferocia e malignità, rispetto alle precedenti trasposizioni cinematografiche. Nessuna emozione. Alcun segno di umanità o traccia di sentimenti. Lo stesso aspetto fisico, in evidente disfacimento e decomposizione, seppur indefinito e sfumato dalle atmosfere dark, ne rivela l’assoluta diabolicità. Rispetto ai suoi precedenti cinematografici, il signore delle tenebre proposto da Eggers allo spettatore è molto più vicino all’immagine biblica dell’uomo contenuta nella Genesi: “Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni intimo intento del loro cuore non era altro che male, sempre”. Ma davvero nell’animo umano domina in maniera preponderante il male? Quel male a cui ormai ci siamo abituati, come fossimo ormai anestetizzati? Quello stesso male che assume la sua forma più drammatica nel volto dei milioni di uomini, donne e bambini vittime di guerre e genocidi, persecuzioni e violenze? 

Aggressività e cooperazione. La stessa radice evolutiva

Il filoso della scienza Telmo Pievani nel suo Introduzione a Darwin del 2012, racconta che la propensione all’aggressività e alla violenza è un retaggio evolutivo e fa parte della natura umana. Ma lo stesso vale per la cooperazione, l’altruismo, i comportamenti solidali: “il tribalismo è ambivalente, secondo Darwin, perché ci rende sì altruisti, ma solo con chi riconosciamo come appartenente al nostro “noi”, alla piccola comunità di appartenenza … In chi è diverso perché “altro da noi” vediamo invece istintivamente una minaccia”. Del resto, come dimostrano le evidenze paleoantropologiche l’homo sapiens ha sempre mostrato una spiccata propensione a fare comunità – o, come scriveva Georg Simmel in Problemi fondamentali della sociologia del 1917, alla “sociazione” – formando gruppi più o meno grandi, dalle famiglie alle bande fino alle tribù, molto spesso legati da relazioni di solidarietà e cooperazione, ma talora anche da aspre e violente lotte per la contesa delle risorse, per la sopravvivenza. In tal senso, cooperazione e conflitto rivelano la medesima radice. In L’alba della Storia. Una rivoluzione iniziata diecimila mila anni fa del 2024, Guido Barbujani racconta che tutte le civiltà, a partire dal Mesolitico, hanno fatto ricorso alla violenza interpersonale e praticato la guerra, intesa proprio come azione pianificata e violenta da parte di un gruppo per sopraffarne un altro. Insomma, secondo Barbujani, man mano che l’homo sapiens diveniva sempre più stanziale grazie all’agricoltura e all’allevamento, dopo migrazioni di massa durate millenni, e sempre più popolosi i suoi insediamenti, affinava la propensione predatoria, non solo verso i suoi vicini per la contesa dei territori ma anche verso le risorse naturali. Come sostiene l’antropologo Clark Larsen, l’homo sapiens, a cui un numero crescente di ricerche paleoantropologiche attribuisce la responsabilità dell’estinzione dei grandi mammiferi, ha prodotto una seria “catastrofe ambientale”. 

Dalla solidarietà di Emile Durkheim ai mostri di Antonio Gramsci

Quello spiccato senso di solidarietà, di cui già parlava Emile Durkheim ne La divisione del lavoro sociale del 1893, lega indissolubilmente i membri della medesima comunità, consolidandone la potenza cooperativa, non solo per rispondere ai bisogni della propria comunità, ma anche per essere più forti nelle lotte contro i gruppi rivali, per le ragioni più svariate. Stiamo parlando del “paradosso della bontà”. Come Richard Wrangham racconta in The goodness paradox del 2019, ovunque e in ogni tempo gli esseri umani hanno mostrato la medesima propensione sia verso l’altruismo che l’egoismo, sia per il bene che per il male. In questo senso, quella tendenza alla guerra che si rivela naturale e biologicamente fondata nella storia della specie è stata arginata da fattori ambientali e condizionamenti culturali che lo stesso homo sapiens ha imposto a se stesso mediante organizzazioni sociali e costruzioni culturali sempre più sofisticate e raffinate, già a partire dalle società di cacciatori-raccoglitori. Nel 2025, Telmo Pievani in Dove comincia l’uomo. Ibridi e migranti: una breve storia dell’avventura umana, scritto con Giuseppe Remuzzi, racconta che lo stereotipo del processo evolutivo inteso come arena in cui sopravvive il “gladiatore” più forte è stato sfatato. Al contrario, la cooperazione è uno dei grandi motori del successo evolutivo. Ecco perché, ricomponendo in una visione d’insieme le diverse spiegazioni del bene e del male, siano esse bibliche, rousseauiane (la natura dell’uomo è gentile) o hobbesiane (la natura dell’uomo è egoistica), l’invenzione dello Stato moderno e, soprattutto, della democrazia, hanno configurato da sempre le strategie più potenti che lo stesso homo sapiens abbia ideato nel tentativo di porre un argine alle proprie propensioni egoistiche, aggressive e violente attraverso un sistema fondato sull’altruismo e la cooperazione, la gentilezza e la pace. 

Oggi l’adesione a quel sistema di codici e di valori condivisi sembra irrimediabilmente crollata. I principi e le regole della democrazia, come del resto il diritto interno, oltre che quello internazionale, sono oggetto di un attacco autoritario senza precedenti che vede come nuovi protagonisti i rinati imperi americano, russo e cinese, che stanno creando un nuovo ordine mondiale fondato sulla sopraffazione e la prepotenza, si prestano perfettamente a quell’idea di mostri che già nei suoi Quaderni dal carcere (1948-1951) Antonio Gramsci descriveva: “quando il vecchio mondo è finito e il nuovo mondo stenta ad affermarsi è in questo crepuscolo, questo chiaroscuro, in questo interregno, che sorgono i mostri peggiori, i fenomeni morbosi più svariati”. E i crimini che si stanno consumando a Gaza ne sono la dimostrazione più dolorosa. Nelle settimane scorse Papa Leone XIV ha chiesto che “si fermi la barbarie”. Come ha fatto anche il Segretario generale dell’ONU Antonio Guterres che, se a fine luglio scorso aveva dichiarato che siamo dinanzi alla “morte di un sistema costruito su principi umanitari, un vero horror show in cui la morte per fame è diventata la normalità”, più recentemente ha parlato di “… un disastro causato dall’uomo”, una carestia ormai certificata ad agosto scorso dalla Food Security Phase Classification.

L’Horror show della fame e la Riviera di Gaza

Da qualche giorno trovo sui giornali titoli che parlano di democrazia al passato. E questo, ahimè, smentisce tutti quegli intellettuali, opinionisti, studiosi che per anni, con argomentazioni fortemente intrise di spocchioso benaltrismo, c’hanno spiegato che la democrazia aveva i sui anticorpi, i suoi sistemi di checks and balances. In questo modo si è fatto il gioco di una certa classe politica di area progressista che ha preferito lasciare fluire i problemi piuttosto che affrontarli – dalla criminalità organizzata alla sicurezza nelle città, dal fenomeno migratorio a quello pervasivo della corruzione, dal terrorismo alla concentrazione oligarchica dei poteri, dalla povertà alla sistematica violazione dei diritti delle minoranze – per il semplice fatto di non esserne all’altezza. Contribuendo ad alimentare, seppur indirettamente, una rabbia e un risentimento sociale che si è tradotto nello straordinario consenso che le ultradestre hanno raccolto negli ultimi anni nel mondo e continuano a raccogliere ancora adesso. Forse proprio la democrazia è all’origine della crisi delle democrazie. E forse proprio per questo da qualche tempo, seppur con prudenza, ma sempre più insistentemente, si parla di epistocrazia. Ma tant’è, quel sentimento pervasivo che aveva accomunato l’intero Occidente dopo la II guerra mondiale, che si era concretizzato nella nascita dell’ONU e che è riuscito a garantire 80 anni di relativa pace e cooperazione, di affermazione dei diritti umani e di giustizia sociale, si è ormai dissolto. Di quel sentimento, di quel “mai più!” restano solo le macerie di un conflitto infinito e impietoso che attraversa l’intero pianeta ma che mostra il suo volto più disumano in quella striscia di Gaza per la quale già Donald Trump e Benjamin Netanyahu immaginano un futuro di lusso e opulenza: la Riviera di Gaza. Ma qui ormai siamo ben oltre le più fosche distopie di George Orwell.

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