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IN DIRECT CON LODO GUENZI DELLO STATO SOCIALE

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Al telefono con Lodo Guenzi, artista poliedrico, attore teatrale, voce e non solo de Lo STATO SOCIALE, in un tranquillo pomeriggio di lockdown, da questa parte dello stivale, di half lockdown per il mio interlocutore. 

E dai saluti al come è cambiata la vita dopo febbraio è un attimo.

“Nell’immediato il lockdown ha interrotto l’attività del LO STATO SOCIALE, dato che abbiamo deciso di non realizzare live, non ce la sentiamo di far live in questo contesto, senza la gente che urla, canta, salta, si abbraccia. Non è un concerto de LO STATO SOCIALE senza sudore, e forse non sarà mai un concerto fin quando le cose andranno così, io non me li immagino diversamente i concerti.  Così mi sono dato al teatro, per amore della recitazione e anche per battere la malinconia di quei palchi vuoti. E dopo una estate di impegni, ma anche prove, adesso sono saltati i tour teatrali che stavo facendo e quelli che avevo in programma”. 

Qualcosa è successo ed è innegabile, allora come sfruttare questo periodo piuttosto che rassegnarsi alla sterilità?

“Ecco, una cosa che mi è successa, e che ho capito che avevo comunque l’opportunità di far musica e, non sentendomela di farla in prima persona, ho preso in considerazione la possibilità di scrivere per altri musica e lo ho fatto. Devo dire che è stato parecchio divertente. Inoltre ho cominciato a ragionare sulla possibilità di fare TV. Inoltre mi sono interessato alle persone che lavorano con noi, e ai cosiddetti “invisibili” che sono da un anno alla canna del gas, e sono sceso in campo in prima persona. Mi sono dovuto porre delle domande piuttosto ovvie, insieme a tutte le facce note del mondo della musica, ovvero come noi personaggi in vista possiamo essere utili davvero alla causa, senza risultare solo egocentrici, ma come fare qualcosa per il problema, frutto di una crisi globale, pensare come fare a riscrivere le regole o scriverle da zero, dato che non sono mai state scritte, evitando di dire banalità, studiando il problema.  La cosa più difficile e fondamentale è raccontare ad un paese di 60 milioni di persone che ci sono altre persone che fanno un lavoro usurante per tantissime ore, giusto per portare a casa un minimo stipendio, e che quindi non è la polemica del cantante iper-pagato che chiede un aumento o di poter esibirsi”.

E’ triste, ma tutti devono sapere che chi lavora nella musica ha contratti senza nessun tipo di paracadute da almeno 30 anni. Praticamente la pandemia ha portato alla luce una serie di problemi che già conoscevamo, ma che la quotidianità arginava.

”Durante la prima ondata abbiamo sbagliato molto, non abbiamo individuato subito il problema reale.  I teatri e i luoghi infatti hanno aperto in situazioni anti economiche, pur di ritornare alla vita, soprattutto il teatro, che non si sosteneva già da prima, a differenza della musica, da solo, ma solo con contributi pubblici. E qui ci sarebbe anche un tema artistico da investigare, ovvero che tipo di teatro è necessario fare in questo periodo. E poi, ok, il bene primario è la cultura, ma non può il teatro fare affidamento solo su fondi pubblici, quindi bisogna ragionare anche sul problema reale di come portare la gente al teatro. Ovvio che il mercato è una cosa selvaggia e disumanizzante, ma al di là di questo serve chiedersi, quando riaprirà tutto, quando ripartirà tutto da zero, come fare a rimettersi in gioco, e perché il teatro, a differenza della musica, faccia così grossa fatica a reinventarsi e promuoversi, a mantenersi, in parte, da solo, se non con enormi sacrifici. La musica si reinventa continuamente, vedi generazione myspace, e infine la nuova ondata italiana di pop, le piccole etichette ed i giovani artisti che spiegano alle major come promuoversi ed il teatro deve far lo stesso se vuole rinnovarsi e sopravvivere. Detto questo, comunque, è tutto sbagliato, soprattutto questo accanimento nei confronti della musica e dell’arte. Il principio ed il messaggio che deve rimanere fermo è comunque quello del  TU MI CHIUDI, TU MI PAGHI.  Non si può rovinare la vita alle persone che chiudono le loro attività per prime. Se mi chiudi la attività un mese prima, mi paghi, serve una redistribuzione della ricchezza più equa, ora più che mai”.

E quindi ci siamo ritrovati chiusi di colpo di nuovo, di nuovo qui tutti al telefono, a controllare le notifiche, ad aspettare la prossima diretta. Perché è cambiato anche il rapporto con i social e con le dirette.

”Inevitabile sia cambiato, come tutto. E le dirette… la verità vera è che andavamo e andiamo tutti in diretta sui social perché ci manca il pubblico, perché se sali su un palco e senti questa voglia, non è che sei così “normale” e poi è normale che poi ti manca il contatto con il pubblico. E non è questione di non essere sensibili, anzi è proprio quello di essere forse troppo sensibili. Però siamo sempre a noi a dir grazie a chi c’è, non è solo uno slancio sociale, è soprattutto una nostra necessità. Una cosa sui social su questo periodo c’è da dire a margine di questo… E’ incredibile come i social ti possano rendere stupido in qualsiasi momento, basta che sbagli a dire o scrivere qualsiasi cosa, in un paese estremamente incattivito e giustizionalista, imbruttito da questo isolamento, dove tutti sembra abbiano solo voglia di menar le mani. Sembra tutto un social più di destra imbruttita che di spazio democratico dove dir la propria”.

Ma non è che il problema di fruizione sia dei social che della musica parta da lontano, per esempio, dalle scuole e dalla famiglia? E poi mi pare che la fruizione sia alta di numero ma che i posti siano sempre troppo poco partecipati, che la gente si racconti sulla propria bacheca, ma interagisce poco su quella degli altri, e soprattutto non è che siamo solo noi a farci questo tipo di domande sull’uso dei social?

”Mi stai chiedendo se saremo forse diventati dei vecchi di merda?  Mi piace interrogarmi su questo, quotidianamente. Provo a rimanere sull’argomento.La cosa che penso è che il consumo social è molto veloce, ma allo stesso tempo molto epistolare. Le persone scrivono molte più parole, più o meno tutti scrivono, tutti più o meno scrivono dei messaggi, cosa che con un vecchio Nokia non succedeva, ti scocciavi. 
Ci sono molte persone che scrivono cose vagamente interessanti rispetto a prima, cose che prima avrebbero fatto forse solo in un diario, e mai condiviso con nessuno. C’è uno spazio maggiore dedicato alla narrazione.
Io sono sinceramente più preoccupato su cosa si racconta oggi e non sulla quantità del raccontato. Mi preoccupa l’equivoco numerico ovvero il fatto che le cose che contano nella vita, che sono quelle che ti fanno incontrare gli altri ed uscire di casa (un concerto, un appuntamento, un caffè, una cena) conta meno per questioni numeriche di tutto ciò che avviene per lo più in casa o quando siamo da soli, dal numero di like di un post al numero di interazioni prese mentre sei a scrivere in cameretta , fino al numero degli ascolti di Spotify o YouTube o a qualsiasi altro numero enorme che oggi ci suggestiona, ma che dovrebbe contare realmente meno di nulla.
Il numero enorme dei social per assurdo ti paralizza, ti lascia da solo, e, dentro questo equivoco totale, cresce il malcontento, la solitudine, la rabbia, quindi questo equivoco fomenta poi razzismo, omofobia, etc. Comunque un discorso piuttosto complesso che meriterebbe una pagina a se.
Quello di cui sono certo è che per uscire da questo equivoco dovremmo ricominciare a raccontare le cose che avvengono davvero. Quindi, per esempio, non raccontare i numeri di Spotify, comandati dalle playlist,  ed invece raccontare i numeri dei concerti, delle ragazze  e dei ragazzi che cantano insieme per un artista emergente che non ha i numeri enormi su Spotify, perché nessun sistema  dopa i suoi numeri di ascolto, ma ha un pubblico reale, che partecipa, vivo, pronto al passaparola, pronto a raccontare della serata e a condividere le emozioni.  Uno dei grandi svantaggi che alimenta questo sistema perverso è che, causa epidemia, non si fanno i tour, quindi non puoi riempire nessun concerto e senza gente che viene ai tuoi live l’equivoco diventa più importante, perché, senza numeri dei live, rimangono solo questi di Spotify. Un bel paradosso”.

Numeri pompati dalle playlist, con il rischio dell’omologazione dietro l’angolo, basta osservare le classifiche di Spotify dove i singoli sono tutti identici, perché esiste un suono di tendenza e tutti dietro a copiare pedissequamente il canovaccio degli artisti di punta: classifiche di reggaeton all’italiana, classifiche di itpop, classifiche di tutto uguale. Però c’è stato un momento preciso in cui si è respirato qualcosa di nuovo,  un bel cortocircuito, ed adesso pare un pochino tutto di nuovo statico. E’ ancora un valore provare a dare un senso diverso? Che cosa dovrebbe fare un artista per sentirsi libero e fare del buon pop?

”Gli artisti che hanno seguito il trend della musica che funziona è sempre esistito. Pensa  dagli anni 70 agli anni 2000 quanti cloni, di cui adesso abbiamo ovviamente dimenticato i nomi.  Cosa è successo è semplice: ad un certo punto la musica indipendente italiana si è posta come modello alternativo rispetto alla musica leggera italiana che puzzava di morto e non si inculava più nessuno. Poi è arrivata la prima trap italiana, altrettanto interessante come fenomeno, e poi ci siamo noi artisti, che dobbiamo porci sempre il problema di identità nel momento in cui decidiamo di creare.
Di certo io non critico la voglia di rinnovamento, o chi decide di cambiare il proprio stile per inseguire una forma canzone più attuale e che comunichi ad un numero maggiore di persone, questo non è contestabile. 
Il problema è non aderire al modello produttivo del pop sputtanato sempre ed in tutto, dato che, tranne luminose eccezioni, l’unico risultato è  la cima della classifica.
Per esempio, se torni indietro e scorri le classifiche degli anni 70 e 80, tutto ciò che è sopravvissuto al tempo non lo troverai mai in cima alla classifica. Non troverai al primo posto Dalla, De Andrè e neanche Battiato, tranne che con La Voce Del Padrone, strepitosa eccezione e nessun altro. Troverai al primo posto band che la maggior parte delle persone oggi ignora. 
Quindi, in fin dei conti, l’unica unità di misura incontestabile valida che premia l’opera è la durata nel tempo. Se la canzone o il disco restano per venti, trenta, cinquanta anni, allora è probabile tu abbia fatto bene. Ecco, noi, come LSS, nel nostro piccolo, abbiamo ben chiaro il fatto che le cose belle resistono al passare del tempo e vogliamo provarci davvero”.

Provarci bene e provarci tanto, magari subito e nonostante tutto. Prossimi tentativi per Lodo e Lo Stato Sociale?

”Io credo di continuare con altro teatro, altri film e magari ci sarà spazio per altra TV.  Certamente ci sarà spazio per una cosa diversa da fare con LO STATO SOCIALE, che forse in Italia non ha fatto ancora nessuno, anche se il senso non è “fare una cosa che non ha ancora fatto nessuno”, ma fare una cosa nata dall’esigenza di raccontare chi siamo, a modo nostro, e soprattutto dal fatto che siamo un collettivo”.

Fabio Nirta
Fabio Nirta: producer, dj, promoter, manager e penna libera. Accumulo musica e mi occupo esclusivamente di musica che fa piangere.

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