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©Accademia Nazionale di Santa Cecilia / Musacchio, Ianniello & Pasqualini

Musica

Elektra: la catarsi del suono nella direzione di Pappano

Tempo di lettura: 4 minuti

La stagione sinfonica dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia

Auditorium Parco della Musica 20 ottobre 2022

Dalle Coefore di Eschilo, all’Elettra di Sofocle e all’omonima tragedia di Euripide, la “suprema triade” di tragici greci del V secolo ha messo in scena il matricidio di Oreste, teso a vendicare l’uccisione del padre Agamennone per mano della madre Clitennestra e del suo amante, Egisto.

Nell’opera di Eschilo il protagonista è Oreste, mentre Elettra appare come un personaggio minore, la fanciulla sofferente, sottomessa e inabile, in quanto donna, a realizzare da sé la vendetta. Nelle tragedie di Sofocle ed Euripide, l’attenzione si sposta invece su Elettra, donna divorata dall’odio e dal desiderio di vendetta: disposta a commettere materialmente il matricidio nella rappresentazione sofoclea; complice diretta dell’assassinio attraverso l’inganno in quella euripidea.

©Accademia Nazionale di Santa Cecilia / Musacchio, Ianniello & Pasqualini

Oreste ed Elettra: in ogni autore compaiono sfumature diverse, e persino sentimenti e vicende differenti relative al matricidio. I due fratelli assumono allora un valore quasi simbolico, in cui ogni autore proietta la propria visione dell’eroe tragico, ognuno dei quali incarna in sé l’universale umano: di qui la perenne contemporaneità del genere tragico.

Non fa eccezione, millenni dopo, l’Elettra tratteggiata da Hugo von Hofmannsthal nel libretto dell’opera in un atto Elektra di Richard Strauss, in bilico tra tragedia greca e decadentismo mitteleuropeo all’interno di un parallelo anche storico che connette il progressivo e inesorabile crollo degli ideali della polis greca del V secolo al tramonto dell’impero asburgico avviato alla propria dissoluzione.

©Accademia Nazionale di Santa Cecilia / Musacchio, Ianniello & Pasqualini

L’Elettra a cui si riallaccia il testo di von Hofmannsthal è quella di Sofocle: eroina sensuale ed oscura della tragedia dell’odio, quasi posseduta dal fantasma del padre e divorata, esteriormente ed interiormente, dal rancore verso la madre e il suo amante, ma costretta a tollerarne la vicinanza e a covare nell’ombra il suo sogno di vendetta.

Una Elettra moderna, ossessiva e delirante (si pensi al balletto isterico che ne precede la morte) consunta, anche fisicamente, dall’abominevole abnormità dei propri sentimenti, impregnata a tal punto dal desiderio di vendetta da essere incapace di sopravvivervi, in una sorta di immolazione titanica di un’esistenza tesa ad un solo totalizzante obiettivo.

Hofmannsthal rinuncia al coro, la cui funzione sociale di coscienza popolare era essenziale nella tragedia greca, a favore di cinque ancelle “interne” alla famiglia degli Atridi. La scena, da pubblica, si fa privata: in luogo della piazza dell’Acropoli il cortile chiuso dalle mura, su cui si affacciano le stanze della servitù.

Uno scenario quasi “borghese”, dalla dimensione pubblica della polis greca alla ri-dimensione in uno spazio privato, familiare e patologicamente morboso, intrinsecamente torbido, quasi a riecheggiare l’indagine dei meandri della psiche condotta in quegli anni da Sigmund Freud, e in particolare quegli “Studi sull’isteria” la cui eco aleggia nel delirio maniacale di Elettra. Non è un dettaglio che la valenza catartica e liberatoria attribuita da Aristotele alla tragedia (che “attraverso pietà e terrore consegue l’effetto di liberare da siffatte passioni”, Poetica 6) si esprimesse attraverso rappresentazioni in luoghi aperti alla luce del giorno: come ha scritto il grecista Raffaele Cantarella: “è questa la condizione naturale che (insieme con la poesia) porta alla luce della coscienza le componenti irrazionali e passionali del fatto tragico, liberate dalle tenebre dell’inconscio, dove giacciono (ma sempre in agguato) gli istinti e le angosce esistenziali. Onde a ragione è stato detto che i Greci si facevano psicanalizzare a teatro […]”.

Lo spazio privato della rappresentazione è correlativo, dunque, dell’impossibilità della catarsi: di qui la modernità della rappresentazione, che nella claustrofobia ossessiva dello spazio mentale di Elettra sancisce il referto di morte della poesia, almeno così come la immaginavano i Greci, e la trasmutazione della sua funzione pubblica e catartica ad una “riduzione” privata e psichica, propria dell’individualismo borghese dell’età moderna.

La catarsi, irraggiungibile nella sola parola poetica, è però possibile attraverso la musica: di ciò si rivela cosciente Strauss, quando scrive che “la danza liberatoria dopo la scena dell’agnizione è realizzabile fino in fondo soltanto con la musica”.

Catartica è stata la rappresentazione di Elektra che ha aperto la stagione sinfonica dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia, diretta da sir Antonio Pappano, alla sua ultima stagione da direttore musicale dell’istituzione romana (dove rimarrà comunque direttore emerito), prima di assumere l’incarico di direttore principale della London Symphony Orchestra.

Come da tradizione dell’Accademia si è trattato di un’esecuzione in forma di concerto, priva di costumi e scenografia. Il risultato è stato quello di 100 minuti di immersione vorticosa e totale nel suono di un’orchestra sontuosa e imponente (108 musicisti, 20 voci, il finale con 60 elementi del coro) magistralmente diretta da Pappano, che ha letteralmente travolto il pubblico presente in un flusso incessante di musica potente e inquieta, spinta ai limiti della tonalità e dell’espressionismo, ma ricca anche di momenti profondamente toccanti.

L’esecuzione, che verrebbe di definire geometricamente febbrile e concitata, ha trascinato gli spettatori nell’incubo visionario della protagonista, tracciando una coltre di suono denso e colmo di sfumature, in una prova di intenso lirismo sinfonico capace di evocare la “pietà e il terrore” del testo tragico.

Compendio dell’impeccabile e trascinante esecuzione orchestrale, le voci del soprano Ausryne Stundyte (Elettra), del mezzosoprano Petra Lang (Clitennestra) e del soprano Elisabet Strid (Crisotemide), capaci di incarnare il conflitto tragico di tre donne legate e separate dallo stesso sangue. Superlativa l’interpretazione della protagonista, che ha trasmesso l’intera gamma delle emozioni vissute da Elettra (odio viscerale, amore sublimato, ossessione morbosa e delirante) e il suo torbido erotismo da eroina oscura attraverso una vocalità proiettata, capace di penetrare la densità e la sontuosità del suono orchestrale. Molto apprezzati anche i protagonisti maschili, Neal Cooper (Egisto) e Kostas Smoriginis (Oreste).

Appalusi, moltissimi.

Scritto da

Direttrice editoriale. Musicologa, project manager, consulente editoriale per Istituzioni culturali.

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