Ho scelto di vedere NAZA e The Bibi Files nella stessa sera. Non per accostare due film che appartengono a territori cinematografici differenti, né per cercare tra loro una corrispondenza che non c’è. Volevo piuttosto che l’uno arrivasse subito dopo l’altro, senza il tempo di mettere ordine, di prendere distanza, di concedermi quella forma di assuefazione che spesso ci protegge dalle immagini e dalle parole troppo dolorose.
E forse è proprio questo il primo dato con cui fare i conti. Gli italiani sono andati al cinema. In numero sorprendente, per due film che non offrono evasione, non rassicurano, non accompagnano lo spettatore verso una conclusione consolatoria. NAZA è arrivato al primo posto del box office italiano nel giorno dell’esordio, e la programmazione è stata persino prolungata in numerose sale. E The Bibi Files, distribuito in un evento nazionale, ha trovato decine di schermi in tutta Italia.
Non credo sia un dato secondario. Dopo anni durante i quali Gaza è stata raccontata attraverso numeri, dichiarazioni, comunicati, immagini filtrate, contrapposizioni politiche e parole spesso incapaci di restituire la consistenza concreta di ciò che accade, una parte del pubblico ha scelto di andare fisicamente in sala per guardare. Con i propri occhi. Come se ciò che già si sapeva avesse avuto bisogno di una prova ulteriore, di una forma, di una voce, di un volto. Come se la realtà, benché ormai difficilmente dissimulabile, avesse ancora bisogno di essere sottratta alla nebbia delle diverse, talora discordanti, narrazioni.
È qui che il documentario, e più in generale il cinema, torna a ricordarci quanto possa essere necessario. Non semplicemente per registrare il reale, ma per assumersi la responsabilità di mostrare ciò che il potere preferirebbe mantenere fuori campo.
Il cinema documentario, in particolare, quando decide di non accomodarsi nell’osservazione, diventa inevitabilmente un atto politico. E non perché debba trasformarsi in propaganda. Piuttosto perché scegliere cosa mostrare, a chi dare la parola, quali immagini salvare dall’oblio significa già intervenire nel dibattito pubblico.
Yuval Abraham e Rachel Szor lo fanno in NAZA con un documentario di una semplicità quasi spiazzante. Ventiquattro militari e membri dell’intelligence israeliana raccontano, protetti dall’anonimato e ripresi di notte sui tetti di Tel Aviv, i sistemi attraverso i quali vengono individuati, sorvegliati e colpiti gli obiettivi nella Striscia di Gaza. Il film nasce dal lavoro giornalistico già condotto da The Guardian, +972 Magazine e Local Call e porta dentro il linguaggio cinematografico un materiale che, nella forma dell’inchiesta, era già emerso. Il passaggio dal giornalismo al cinema, poi, fa sì che i dati diventino fatti, strumento di misura della coscienza collettiva.
Ed è soprattutto il linguaggio a fare paura. Si parla di morte con la precisione impersonale di una procedura. Di bersagli, algoritmi, autorizzazioni, numeri. Il termine stesso che dà il titolo al film, NAZA, è un acronimo utilizzato nell’ambito dell’intelligence israeliana per indicare il numero previsto di vittime civili di un attacco. La morte entra così nel lessico amministrativo della guerra. Non più soltanto conseguenza, ma variabile da calcolare. O da trascurare.
In alcuni passaggi si ha l’impressione di ascoltare persone che stanno ricostruendo una giornata di lavoro in una fabbrica. Sono procedure, strumenti, obiettivi, risultati. E però il prodotto finale non può essere messo sul mercato, conservato in un magazzino, contato come una quantità industriale. Il prodotto finale è morte, disconoscimento del valore della vita.
È questo il punto in cui NAZA diventa davvero insostenibile. La modernità di Tel Aviv, con le sue luci, i suoi edifici, il disegno verticale della città, la sua normalità tecnologica e metropolitana, convive sullo stesso schermo con una forma di violenza che sembra riportare l’essere umano alla brutalità più elementare, quella che individua un altro essere umano e decide che può morire. La modernità, la tecnologia sostanzialmente non hanno eliminato l’istinto di uccidere. Lo hanno semmai reso calcolabile, remoto, schermato.
E c’è qualcosa di ancora più atroce nella violazione della vita privata di chi viene trasformato in bersaglio. Quelle persone vengono osservate dentro le loro case, seguite nelle loro abitudini, ascoltate nelle loro conversazioni. La loro quotidianità diventa materiale operativo. Si può arrivare a conoscere una casa, sapere chi vi si trova, ascoltare le voci che la abitano e, un istante dopo, predisporne la distruzione.
NAZA deposita così nella coscienza dello spettatore l’idea che prima di essere numeri, prima di essere danni collaterali, prima ancora di diventare corpi sotto le macerie, quelle persone erano dentro una stanza. Stavano vivendo.
Il film compone il ritratto di una macchina bellica nella quale gli ingranaggi sono uomini e donne che, attraverso la ripetizione, la distanza tecnologica e il linguaggio tecnico, sembrano smarrire progressivamente la percezione dell’atto che stanno compiendo. Gli stessi strumenti digitali vengono descritti come capaci di rendere la guerra simile a un videogioco.
E mentre ascolti, pensi ai civili di Gaza. A una popolazione che nel film appare progressivamente privata di tutto ciò che rende riconoscibile una vita: la casa, la famiglia, la stanza, la voce, il corpo.
Poi arrivano le immagini finali. I padri che cercano i figli. Le mani che spostano macerie, quasi la disperazione possedesse ancora una forza fisica sufficiente a cambiare l’esito delle cose, sapendo già che non serviranno a strappare un figlio alla morte.
E quando lo schermo diventa nero, quando le immagini lasciano il posto al buio, tu negli occhi porti ancora i lampi delle esplosioni nel cielo di Gaza. Con l’orrore che ormai ti abita, dentro.
The Bibi Files viene dopo, e per me è arrivato come una specie di retroterra. Non una spiegazione causale di NAZA, che sarebbe semplicistica, ma una possibile chiave per comprendere il rapporto fra potere, conservazione del potere e progressiva erosione dei limiti.
Alexis Bloom lavora sulle registrazioni degli interrogatori di Netanyahu, della moglie Sara, del figlio Yair e di persone appartenenti alla cerchia politica ed economica del premier. Sono immagini che sottraggono i protagonisti alla dimensione pubblica nella quale il potere abitualmente si rappresenta. Non più il leader sul palco, davanti alle bandiere, nelle conferenze stampa, nelle dichiarazioni ufficiali. Ma l’uomo seduto davanti agli investigatori. La persona costretta a rispondere. La famiglia osservata in una situazione nella quale il controllo della propria immagine si incrina.
Il film è costruito intorno alle vicende giudiziarie di Netanyahu, e progressivamente si allarga verso una domanda più ampia: che cosa accade a una democrazia quando la sopravvivenza politica diventa un obiettivo assoluto?
Qui mi è tornato in mente James Hillman e quella sua idea del cattivo seme, della direzione che una vita può prendere quando trova le condizioni per svilupparsi. Nel caso della famiglia Netanyahu, il film conduce lo spettatore dentro una genealogia del potere, un ambiente nel quale politica, corruzione, informazione, interessi economici e necessità di conservare il comando si intrecciano.
Anche la presenza di Yair Netanyahu assume, in questo quadro, un peso particolare. Non perché il film autorizzi una lettura psicologica della persona, ma perché il materiale d’archivio consente di osservare il linguaggio e i comportamenti di un ambiente familiare nel quale il potere è finanche dimensione totalizzante della vita.
E viene inoltre spontaneo domandarsi come sia possibile che figure politiche capaci di costruire attorno a sé una simile concentrazione di potere riescano non soltanto a sopravvivere alle crisi, ma addirittura a mantenere consenso, seguito, una forma di identificazione quasi sacrale.
La storia, purtroppo, conosce fin troppe risposte a questa domanda.
Ed è qui che i due film, pur senza essere stati pensati come un dittico, finiscono per parlarsi. The Bibi Files guarda dentro il potere. NAZA guarda dentro il funzionamento della macchina che quel potere dirige e legittima. Il primo mostra la costruzione di una leadership e le sue zone opache. Il secondo mostra cosa può accadere quando la distanza fra decisione e conseguenza diventa un insignificante dettaglio.
Entrambi contribuiscono a ridisegnare la genealogia dell’orrore. Perché prima della bomba ci sono una decisione, una catena di comando, una parola, una giustificazione, una procedura, un’abitudine, un linguaggio. Prima del corpo sotto le macerie c’è un processo attraverso il quale quel corpo è stato trasformato in qualcosa di sacrificabile.
E mentre guardavo i due film pensavo anche all’Europa. A quell’Europa costretta a riconoscere la propria incapacità di incidere sul corso degli eventi.
Allora – è evidente – il cinema arriva prima. Arriva persino dove la politica spesso non riesce ad arrivare. Dove non è più possibile fingere di non sapere.
Forse è anche per questo che gli italiani sono entrati nelle sale. Non perché avessero bisogno di scoprire che Gaza esisteva. Non perché fino a quel momento non avessero saputo delle vittime, delle distruzioni, dei bambini morti, delle famiglie cancellate. Ma perché avevano bisogno di vedere. Di sottrarre la realtà alla narrazione della realtà. Di incontrare i volti dietro i numeri e le voci degli uomini che quella realtà l’hanno costruita, amministrata, eseguita.
NAZA e The Bibi Files fanno dunque una cosa semplice e terribile. Restituiscono peso alle parole, durata alle immagini, responsabilità ai gesti. Poi lasciano solo lo spettatore. Con l’orrore che si deposita negli occhi e vi rimane, sottraendo per sempre allo sguardo l’alibi della distanza e la possibilità di rifugiarsi nella confortevole ignoranza.





























