Il titolo è tratto da un saggio di Marco Aime e Gustavo Pietropolli Charmet, pubblicato nel 2014; non il punto interrogativo. Il tema si innesta nel mese della celebrazione del Natale, che dischiude riti arcaici apparentemente dimenticati e reinventati dalle società contemporanee. Lo Schiaccianoci di Tchaikovsky (esso stesso un rito di molti teatri nel mese del Natale) andato in scena al teatro dell’Opera di Roma a dicembre 2024, celebra uno dei riti di passaggio più arcaici della cultura occidentale: lo scambio dei doni fra due generazioni durante la Vigilia.
Il balletto tratto dal racconto fantastico di Ernst Theodor Amadeus Hoffmann Nussknacker und Mausekönig attraverso il rifacimento di Alexandre Dumas padre, che addomestica il testo per un pubblico di famiglie e ammorbidisce le parti più inquietanti del testo hoffmaniano, mette in scena una rêverie fiabesca in cui protagonista è una bambina protetta dalle comodità borghesi. Deus ex machina della vicenda è un tipico personaggio hoffmaniano, il padrino Drosselmayer: inventore, scienziato, che con automi e macchine diverte e tiene le fila dei sogni della piccola Clara; antesignano di quelle figure di divinità portatrici di doni nel folklore natalizio.
Ingegnosa fu la coreografia di Rudol’f Nureev del balletto, riproposta, a pochi giorni dalla messa in scena del teatro romano, da La Scala di Milano. Il ‘tartaro volante’ aveva colto sfumature più profonde, psicanalitiche: il sogno di Clara è un rito di passaggio dall’adolescenza alla maturità; Drosselmayer s’identifica nel Principe, i famigliari della bambina che, come incubi, vorrebbero impedirle di crescere, ricorrono nel sogno. La protagonista esce dal tunnel delle paure (i topi, la famiglia incombente) per ritrovarsi affrancata e pronta al nuovo mondo del XX secolo.
Riti arcaici e di passaggio nella società post-moderna?
Potenza del fantastico e del sogno che sublimano anfratti non evidenti e suggellano l’importanza del rito: accompagnare il cambiamento per attenuare l’ansia per l’ignoto, come il passaggio da una dimensione protetta dalla famiglia a un’autonomia decisionale ed economica riconosciuta dal gruppo sociale di appartenenza. Il rito mette in scena fratture e continuità, spezza un percorso lineare, entro un quadro sociale condiviso. L’essenza del rito, come aveva ben visto Martine Segalen in Rites et rituels contemporains del 1998, consiste nell’atto di credere ai suoi effetti mediante pratiche di simbolizzazione. Ma ciò che è ben evidente nelle società post-moderne, in un contesto politico-economico di profonda precarietà, è l’attenuazione dei ‘limiti’ e confini presenti a più livelli tra categorie sociali e familiari, come le forme di dipendenza prolungata dalla famiglia, la perdita dell’autorità della scuola, che determinano il tramonto di sistemi strutturati e di ruoli gerarchici definiti. In una società organizzata e suddivisa per fasce d’età, è in atto da anni un rimescolamento degli stadi evolutivi appartenenti ai corsi di vita. I confini tra le fasce di età si avvicinano; i riti di passaggio, in particolare, non vanno indebolendosi in una società liquida, ma è più complesso riconoscerli.
Uccidere Babbo Natale?
Come Drosselmeyer ne Lo Schiaccianoci, un Père Noël ante litteram, Babbo Natale è figura connessa alla sfera dei riti di iniziazione (la scoperta della sua inesistenza è considerata per un bambino uno spartiacque tra infanzia e adolescenza), in quanto tutelare di un gruppo umano specifico, i bambini, i non-adulti. La sua uccisione simbolica ha attraversato varie generazioni, di questi giorni sono gli ennesimi strali dal clero protestante e cattolico, ma la sua resistenza rivela la sua intima essenza: un’emanazione della giovinezza che simboleggia il suo antagonismo in rapporto agli adulti. Lo aveva ben capito Claude Lévi-Strauss nel suo folgorante Le Père Noël supplicié del 1952, a commento degli eventi del 24 dicembre del 1951 quando il clero di Digione impiccò Babbo Natale alla cancellata della chiesa per poi darlo alle fiamme davanti a 250 bambini, un simbolo ritenuto avulso dalla tradizione cristiana. Per Lévi-Strauss Babbo Natale è una trasformazione strutturale di divinità che muoiono e risorgono (il re dei Saturnali, i re dei Folli del medioevo), un tratto considerato tipico delle feste arcaiche del nuovo anno in una vasta parte dell’Eurasia, legate a cerimonie di morte rituale, operate al fine di celebrare la loro rinascita e di consacrare la loro perenne giovinezza. L’antropologo constata che se Babbo Natale oggi non viene ucciso è perché questo tratto della figura rituale è andato perduto; un tratto che il clero di Digione, con il suo auto da fé, aveva paradossalmente recuperato, riportando in vita un antico rito pagano.
(*) L’autore è Professore Associato di Civiltà Egee e Vicepreside della Facoltà di Beni Culturali dell’Università Telematica Internazionale UNINETTUNO






























