Forse tra tutte le bugie che da sempre accompagnano le nostre esistenze, la più abusata, oltre che la più retorica, è quella secondo cui a Natale siamo tutti più buoni. Tanto più in un tempo come quello che stiamo vivendo in cui sembra prevalere su scala planetaria una ferocia al limite dell’homo homini lupus.
Tra il 1946 e il 1947 Eduardo De Filippo scrive “Le bugie hanno le gambe lunghe”, una commedia che fa parte della Cantata dei giorni dispari e che segna la nascita del “teatro di Eduardo” caratterizzato da una visione tragica e disincantata del mondo e che supera quell’ottimismo tipico della rivista e dell’avanspettacolo che aveva contraddistinto la sua opera precedente, cosiddetta dei “giorni pari”. La grande protagonista è sempre la famiglia patriarcale, luogo di scontri e conflitti insanabili e ormai in una crisi insanabile. Ma in “Le bugie hanno le gambe lunghe”, fa il suo ingresso sul palcoscenico una nuova protagonista: la bugia, o meglio la menzogna, vera e propria consuetudine che, secondo De Filippo, appare indispensabile per la riuscita delle relazioni, oltreché necessaria per dare forma agli egoismi delle persone. Bugie, ipocrisie e inganni in questo modo costituiscono la complessa impalcatura su cui si regge l’intero edificio sociale. E la menzogna, diffondendosi di persona in persona, di generazione in generazione, finisce col diventare “verità”.
Se le bugie hanno le gambe lunghe, il passo dalla menzogna alla crisi della democrazia è, invece, più corto di quanto si possa immaginare. Basti pensare che in “Un pericolo per le democrazie” pubblicato su Il Sole 24 Ore del 6 marzo del 2017, Francis Fukuyama scrive che uno degli sviluppi più sorprendenti e imprevedibili che ha caratterizzato la politica contemporanea è stata la comparsa di un universo “post-fattuale” che ha screditato in maniera progressiva le tradizionali fonti di informazione. La protagonista indiscussa di questo nuovo universo è quella post-truth o post-verità che già nel 2016 l’Oxford English Dictionary aveva insignito del prestigioso titolo di Oxford word of the year per il ruolo che questa aveva avuto nei differenti contesti politici nazionali (ne è un esempio la Brexit), oltreché in diverse competizioni elettorali, alimentando conflitti e scontri al limite della guerra civile, come è accaduto a Washington il 6 gennaio del 2021 con l’assalto a Capital hill.
Le menzogne tra gogna mediatica, impunità e manipolazione delle coscienze
Qualunque nome vogliamo dargli, bugie, menzogne, falsità, bufale, fake news, e chi più ne ha più ne metta, queste hanno sempre avuto un ruolo da protagonista nella storia dell’homo sapiens. E con questa consapevolezza nel tentativo di assolverle, assolvendo noi stessi (chi non ha mai mentito almeno una volta nella propria vita, per non parlare dei bugiardi seriali …), le abbiamo categorizzate, differenziate, assolte, perfino intellettualizzate. Ma nella stragrande maggioranza dei casi le abbiamo giustificate per le ragioni più disparate, definendole di volta in volta come lecite o innocenti, nere o bianche, in buona fede o in cattiva fede, veniali o manipolative, solo per fare alcuni esempi. Ma i danni che hanno prodotto in molti casi sono stati davvero esiziali.
Vale la pena, in questo caso, di ricordare la gigantesca bufala diffusa da Andrew Wakefield nel 1998, medico inglese radiato poi dall’Ordine dei medici della Gran Bretagna per aver pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Lancet uno studio che collegava il vaccino contro il morbillo all’autismo. Purtroppo, nonostante nel 2010 la stessa rivista abbia ritirato l’articolo scusandosi con le comunità scientifiche, quella bufala non solo ha contribuito in maniera significativa al calo della copertura vaccinale, esponendo a gravi rischi la salute dei bambini, ma ancor’oggi continua a circolare con effetti distorcenti sulla discussione politico-sanitaria. E che dire della più recente squallida vicenda che ha visto coinvolta Brigitte Macron che, per via di una brutta bufala diffusa in rete da alcune influencer americane, insieme al danno della diffamazione e della calunnia subita online su scala globale ha dovuto subire anche la beffa di qualche imputato che – come ha raccontato Stefano Montefiori sul Corriere della Sera del 6 gennaio scorso – durante il processo ha parlato di “pedofilia avallata dallo Stato” e che quando gli è stato chiesto se potesse provare quelle affermazioni ha evocato il “diritto di satira”, la “provocazione letteraria” o una più generica “libertà di espressione”.
L’orco comunista divoratore di bambini
Tuttavia, una mi ha sempre colpito più di tante altre per la presa che ha avuto e continua ad avere sulle persone. Mi riferisco all’immagine dell’orco rosso con le sembianze mongole di Stalin, che divora i bambini, ancora potentemente radicata nell’immaginario popolare italiano, ma diffusa anche su scala planetaria grazie a una rete la cui forza moltiplicatrice e pervasiva ne consolida la credibilità. Come racconta Stefano Pivato in I comunisti mangiano i bambini. Storia di una leggenda del 2013, dal fascismo – che della diffusione di quella brutale menzogna fu il principale protagonista – a oggi quell’immagine è stata ciclicamente recuperata e utilizzata a fini propagandistici, imponendosi come uno degli archetipi più sconcertanti e destabilizzanti della politica italiana. Quella del cannibalismo comunista affonda le radici in un tempo compreso tra gli anni ’20 e ’30 del secolo scorso in cui la società russa aveva conosciuto la piaga terribile della fame che in pochi anni aveva causato la morte di milioni di persone. È proprio in questo scenario che la popolazione sovietica più disperata era stata costretta “… a farsi bestia …” per via delle drammatiche condizioni di miseria conseguenti alle brutali politiche di collettivizzazione volute da Stalin. Storie dolorose che sono state raccontate dallo scrittore ungherese Arthur Koestler e dal poeta sovietico Varlam Šalamov, accomunati entrambi dal fatto di aver vissuto personalmente l’orrore del totalitarismo. Quella disperazione umana fu trasformata in una spietata ideologia dalla propaganda mussoliniana che speculando su quelle vicende (complici le esecuzioni di massa e l’orrore perpetrato nei Gulag dalla dittatura di Stalin), le aveva trasformate in un potente simbolo del comunismo bolscevico. Ecco, quella bestia, l’orco comunista, fece il suo ingresso nella politica italiana nel 1943, proprio nel periodo natalizio, con un articolo pubblicato sul quotidiano La Stampa dal titolo agghiacciante “I ragazzi e i bimbi italiani saranno deportati in Russia. Partiranno dalla Sicilia per un viaggio lungo lungo, che per i più non avrà ritorno”. È nota la copertina de La Domenica del Corriere del 9 gennaio del 1944 che racconta la bufala della deportazione dei bambini italiani in URSS, o il manifesto politico della Democrazia cristiana del 1946 il cui slogan recita “Madre! Salva i tuoi figli dal bolscevismo! Vota Democrazia cristiana”. O, ancora, il manifesto ricomparso qualche anno fa in diverse città italiane durante una campagna elettorale, su cui campeggia l’orco con le sembianze di Stalin e un bambino che simboleggia il 1955 e che dice “Sono appena arrivato e già la tua ombra mi perseguita”. Quello squallido coacervo di becera propaganda, ignobili bufale e subdole speculazioni aveva comunque funzionato perché, come scrive Pivato, ancor’oggi quell’immagine è pezzo di una cultura fortemente radicata nella dimensione del pregiudizio e della creduloneria e che tiene il Paese ostaggio di una emotività che lo relega a una condizione di arretratezza intellettuale, oltre che psicologica, trasversale e diffusa.
Lo spirito del tempo e il valore delle parole
E siccome alla fine tutto si tiene, tornando all’Oxford English Dictionary, se l’Oxford word of the year 2024 è stata brain rot, che letteralmente rinvia al deterioramento cerebrale determinato dall’ossessivo scrolling che ci incolla, come per effetto di un incantesimo, per ore e ore sui social, trasformandoci in veri e propri zombie, nel 2025 è stata rage bait che, invece, si riferisce a tutti quei contenuti online deliberatamente frustranti, provocatori o offensivi il cui solo scopo è quello di ingenerare rabbia o indignazione sui social media. A leggere tra le righe e con una certa malizia, potremmo sostenere che la prestigiosa Oxford Commission legando in successione una serie di parole rivelatrici dello spirito del tempo stia raccontando del tramonto della civiltà. Se ci sono voluti 400 anni per quel “disincanto del mondo” di weberiana memoria, fondato sul primato del dubbio e sul dominio della razionalità, sembra incontrovertibile che la rete – ormai dominio incontrastato di quegli imprenditori del peggio avvezzi alla menzogna e alla manipolazione della realtà – in poco meno di cinquant’anni abbia operato una inquietante inversione di tendenze, di cui terrapiattisti e rettiliani sono una splendida metafora. Se è vero che la rete configura la plastica rappresentazione della “cultura di massa” della contemporaneità, allora come scriveva Umberto Eco nel secolo scorso, in Apocalittici e integrati, “La cultura di massa è l’anticultura. Ma siccome nasce nel momento in cui la presenza delle masse nella vita associata diventa il fenomeno più evidente di un contesto storico, la cultura di massa non segna una aberrazione transitoria e limitata: diventa il segno di una caduta irrecuperabile di fronte alla quale l’uomo di cultura (ultimo superstite della preistoria destinato ad estinguersi) non può che dare un’estrema testimonianza in termini di Apocalisse”.






























