Lo scorso ottobre, il regista Romeo Castellucci ha messo in scena, presso la Basilica di Santa Maria in Ara Coeli di Roma, Stabat Mater, uno spettacolo con musiche di Giovanni Battista Pergolesi composte nel 1736 e Giacinto Scelsi (Quattro pezzi per orchestra su una nota sola, 1959 e Three latin prayers, 1970) e il testo dall’omonimo poema di Jacopone da Todi scritto alla fine del XIII secolo. Lo spettacolo era il risultato di una coproduzione tra Teatro dell’Opera di Roma, Grand Théâtre de Genève (dove ha debuttato a maggio scorso), Opera Ballet Vlaanderen e De Nationale Opera. Un vero gioiello di teatro musicale e di innovazione.
In questa messa in scena, che nell’antica basilica capitolina vibrante della storia militare, civile e religiosa della città eterna ha trovato il suo palcoscenico più naturale e suggestivo, perfino la scalinata della Basilica si imponeva come parte integrante dello spettacolo, che, come ha raccontato lo stesso regista, iniziava con una vera e propria “salita al Golgota”. Già, perché l’intera messa in scena – dai testi alle musiche, dal tetto a cassettoni cinquecentesco che rievoca la battaglia di Lepanto, ai professori d’orchestra con la mimetica militare che attraversano un lungo palcoscenico che corre lungo tutta la navata centrale, fino ai bambini che tengono in braccio corpi martoriati – delinea un’atmosfera vibrante, sospesa tra sacro e profano, terreno e ultraterreno, di dolore, angoscia, sofferenza. E se in effetti l’oratorio di Pergolesi, grazie al canto di soprano e contralto, fin dalle prime parole “Stabat mater dolorosa juxta crucem lacrimosa, dum pendebat filius”, descrive il dramma e la sofferenza della perdita, qualcosa di più orrifico sembra stagliarsi all’orizzonte, in quel chiaroscuro scenico in cui si dipana la narrazione di Castellucci: la paura, sinistramente evocata da tre lunghissime lance che, dopo una sinistra, ipnotica e macabra danza automatizzata, finiranno per trafiggere Maria.
Dalla paura della morte alla paura di vivere
Nel 2007 in Paura. Una storia culturale, Joanna Bourke scrive che “uno spettro si aggira per l’umanità: lo spettro della paura. La morte ci guarda dritto negli occhi. Il pericolo è in agguato in ogni ambito della vita quotidiana”. Se le società contemporanee possono essere definite, sulla falsariga di Karl Popper, come “società aperte”, sia sul piano materiale che su quello intellettuale, continua Bourke, è anche vero che gli Stati – che in un contesto globalizzato hanno ceduto parte significativa del proprio potere decisionale a istituzioni e organizzazioni sovranazionali, da quelle economiche a quelle politiche – non sono più nelle condizioni di garantire la sicurezza delle società stesse. E a fallire ancora una volta è la democrazia. Catastrofi nucleari ed epidemie, crisi economiche e finanziarie, cambiamento climatico e inquinamento ambientale, discriminazioni sociali e attentati terroristici, guerre e catastrofi naturali, disoccupazione e povertà, stranieri e microcriminalità, compongono una grande “matassa indistinta e confusa di paure” che rischia di paralizzarci e impedirci di vivere, come scrive Marc Augé nel 2013 in Les nouvelles peurs. Certo, secondo l’antropologo francese le grandi paure hanno sempre accompagnato le società e, soprattutto, la vita delle persone, anche se si è sempre trattato di paure di carattere universale. Si pensi alla paura della morte. Ma in un contesto di globalismo inarrestabile, ormai irreversibilmente connotato in termini negativi, che ha compresso spazio e tempo, i rischi e i pericoli che caratterizzano anche gli angoli più reconditi del pianeta diventano rischi e pericoli dell’intera comunità globale la cui percezione è amplificata, se non addirittura costruita ex novo dai media, da quella che David Altheide ha definito in Creating fear. News and the construction of crisis del 2002 come “propaganda o politica della paura”. La crisi finanziaria del 2008 e la pandemia da CoVid-19 ne sono la testimonianza più convincente. In sintesi, se nel passato la vita delle persone era dominata dalla paura di morire oggi sembra che la vita delle persone sia dominata dalla paura di vivere.
Il tramonto dell’ottimismo
La sensazione che il mondo ci stia scappando di mano è sempre più pervasiva. Del resto, come scrive Zygmunt Bauman in Il demone della paura pubblicato nel 2014, la paura che satura quotidianamente le nostre esistenze, non solo rappresenta una strategia di capitalizzazione per la politica più spregiudicata, ma plasma le nostre azioni, le nostre scelte, i nostri comportamenti. Mossi dall’ansia di placare quell’eccesso di paura esistenziale che non riusciamo a scaricare in modo naturale, ci affidiamo a “bersagli di riserva” incaricati di esorcizzare i presagi più infausti che si abbattono sul nostro futuro. Così, “siamo tutti presi a spiare i sette segnali del cancro o i cinque sintomi della depressione, a esorcizzare lo spettro della pressione alta o il livello del colesterolo, dello stress o dell’obesità …” il cui unico effetto, tuttavia, è quello di attivare un circolo vizioso che “… ci fa apparire il mondo più infido e terribile e ci spinge a ulteriori azioni difensive, rafforzando ancora di più la capacità della paura di autopropagarsi”. Condizione questa, tanto più grave in un tempo in cui la parola “progresso” non è più sinonimo di ottimismo, fiducia e promessa di felicità, bensì sinonimo di “distopia e fatalismo”. Il report dell’Osservatorio Unipol sulla società italiana del luglio 2025, dal titolo Sicurezza sociale e microcriminalità: le percezioni degli italiani, curata da Ipsos, ne restituisce un’efficace istantanea. Pur nella consapevolezza che, secondo le statistiche, viviamo in uno dei Paesi più sicuri al mondo (nonostante la diffusione crescente di fenomeni come quello della microcriminalità o dei femminicidi), dalla ricerca emerge che il senso di insicurezza e di paura non solo si rivela pervasivo e trasversale alle diverse realtà territoriali italiane, ma anche alle diverse generazioni. Basti pensare che una quota compresa tra il 64% e il 75% del campione dichiara di percepire come insicuri o a rischio i luoghi frequentati, siano essi periferici o centrali, di giorno o di notte, con una netta prevalenza tra i Baby boomers (che arriva all’82%), la Gen X (fino al 76%), i Millennials (73%) e la Gen Z (72%). E siccome la fiducia dei cittadini nei confronti del proprio paese, delle proprie istituzioni e, di conseguenza, del proprio futuro, si misura anche attraverso il senso di insicurezza diffuso, il Rapporto italiani nel mondo 2025 della Fondazione Migrantes, presentato a novembre scorso, conferma quanto la paura possa plasmare le nostre scelte e il nostro rapporto con la realtà: sono 1,25 milioni gli italiani che dal 2006 al 2024 hanno lasciato il nostro Paese. Solo nell’arco del 2024 si sono iscritti all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire) 123.376 cittadini italiani con la motivazione “espatrio”. Circostanza questa che, secondo il Rapporto, sta alla base del fatto che “l’emigrazione italiana contemporanea è in larga parte una risposta strutturale a mancanze sistemiche del Paese. Non partono solo gli spiriti avventurosi, ma anche e soprattutto coloro che non trovano in Italia spazio per vivere con dignità”.
Fuga dalla realtà
All’origine della paura non ci sono soltanto rischi e pericoli legati a eventi e circostanze. Anche l’uomo può diventare oggetto di paura per i propri simili. La formula homo omini lupus sottolinea bene questa dimensione della paura che, come scrive Vittorino Andreoli in Paura del 2020, rappresenta “… un meccanismo di difesa che permette di percepire un pericolo e dunque un rischio, allo scopo di evitarlo oppure di superarlo”. E se all’origine della paura ci stanno anche gli uomini, appare evidente quanto il tema della paura sia tangenziale a quello del male. Ecco perché, sempre secondo Andreoli, la superstizione che discende direttamente dalle “culture animistiche” diventa la nuova protagonista della contemporaneità. Nelle culture animistiche dietro qualunque oggetto, evento, fenomeno, si cela uno spirito che, a sua volta può essere buono o cattivo. E se è vero che la paura è un meccanismo di difesa, in un tempo di crescente sfiducia e disaffezione nei confronti della politica e della scienza, la ricerca di un segnale di salvezza nell’affidamento alle religioni o alla magia, ai gesti scaramantici o alla ricerca della “benedizione” (basti pensare al fenomeno della diffusione su scala planetaria dello “sciamanesimo” o al rinnovato vigore dei “movimenti messianici”) è un ulteriore tentativo “… di placare la paura di un male che si avverte vicino e reale”. Seppur nella direzione di un nuovo ripiegamento individualistico mosso da ansie e paure, oltre che dal bisogno di sicurezza, e che configura un ulteriore ed esasperato affievolimento di quell’idea di solidarietà che per secoli ci ha tenuti legati ma che, ormai, sembra solo un retaggio arcaico e desueto.






























