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Maria Mauti debutta nella regia lirica con “Norma” al Macerata Opera Festival allo Sferisterio

Tempo di lettura: 3 minuti

C’è anche la Norma di Vincenzo Bellini tra i titoli che compongono il cartellone di quest’anno del Macerata Opera Festival, che giunge alla sua 60a edizione. L’opera sarebbe dovuta andare in scena per la prima stagione lirica dello Sferisterio, ma il progetto non si realizzò. Dal 20 luglio al 9 agosto, la tragedia in due atti di Bellini viene messa in scena da Maria Mauti, al suo esordio nella regia d’opera, mentre sul podio sale il direttore d’orchestra Fabrizio Maria Carminati.

Mauti, al Macerata Opera Festival debutta alla regia di un’opera lirica. Che percorso l’ha portata qui?

La mia formazione ha seguito due strade principali, quella della filosofia e del teatro di prosa. Da giovane ho avuto una grande possibilità, realizzare il mio primo spettacolo al Teatro Studio del Piccolo di Milano. Da lì è nato il mio amore folgorante per il teatro, che ho in un percorso di pratiche e anche nei miei studi di filosofia. Ho letto e imparato molto dai grandi maestri, da Grotowski a Brook. Mi ha sempre appassionato quel tipo di teatro lì: un teatro di rottura, improntato sul gesto e sulla fisicità, ma anche sull’importanza del testo e sulla semplicità.

Tra la prosa e l’opera è stata anche regista di cinema e audiovisivo. Si tratta di un percorso unico?

L’esperienza al canale televisivo Classica HD mi ha permesso di ampliare il mio sguardo e la mia professionalità come regista nel campo dell’audiovisivo, poi approdata al cinema, che però sento sempre molto forte e collegato con il teatro. La vera differenza è che un tipo di regia si realizza in presenza mentre l’altra no, ma il ruolo del regista è sempre quello di far dialogare discipline ed elementi diversi tra di loro. Lavorando con tante persone diverse sono riuscita a imparare molto.

Qual è stata la peculiarità di questo nuovo approccio?

Trattandosi della mia prima esperienza d’opera lirica ci sono state tante novità per me, ma la confidenza con il palcoscenico che già possedevo da tanti anni mi ha permesso di vivere questa opportunità con grande entusiasmo e senza timori. Anche gli anni di lavoro dietro le quinte di molte regie d’opera per le riprese dei documentari mi hanno aiutato, perché mi hanno permesso di osservare e di conoscere tutte le dinamiche che stanno dietro alla realizzazione di uno spettacolo.

Cosa l’ha colpita maggiormente del titolo di Bellini?

La musica. La Norma ha un’espressività a livello musicale talmente pulita che arriva diretta al cuore. Ho sentito subito un legame molto forte, non solo con la musica, ma anche con il libretto dell’opera, che possiede una poeticità meravigliosa. Le parole, lo svolgimento della vicenda nel suo progredire è molto teatrale. È un meccanismo che arriva alla fine senza darti tregua, privo di scene in più o di momenti morti. Ho percepito subito un attaccamento molto forte all’opera.

Qual è stato il punto di partenza per questa Norma?

Mi sono approcciata con molta libertà nel cercare nell’ascolto e nel libretto dell’opera una chiave di lettura che mi toccasse nel profondo. L’ho trovata sia nella presenza e nella centralità dei sentimenti umani sia nel contesto di una minaccia, una guerra impellente, che aleggiano all’interno dell’opera. Ho immaginato che questi due elementi fossero la chiave per rompere la storicità in cui la storia si svolge, per farla arrivare fino a noi.

Che tipo di regia ha immaginato nello spazio dello Sferisterio?

Sarà una regia metafisica, che mette al centro i sentimenti umani, al di là delle epoche. In Norma siamo consapevoli che ci sia una guerra perché ne percepiamo tutte le dinamiche: di oppressori e oppressi, di ritualità, di desiderio di distruzione e di amore. Quello che ho voluto fare è stato mettere questi sentimenti in primo piano, rendendo la regia più asciutta ed essenziale. Per farlo mi sono concentrata molto sullo spazio meraviglioso dello Sferisterio.

Insieme all’architetta Daria de Seta dello Studio Garcés-de Seta-Bonet abbiamo cercato e trova tutti quegli elementi che ci permettessero di creare un paesaggio astratto, desolato e devastato dalle azioni degli uomini, fatto di volumi in movimento di scale metafisiche ispirate alla Casa Malaparte di Capri e dalla presenza costante di una luna minacciosa e rassicurante. Il disegno della scena viene definito poi dal lavoro sulle luci di Peter van Praet, fondamentale per dipingere le atmosfere in cui agiscono i personaggi.

Come ha lavorato con il cast su questa idea di centralità dei sentimenti?

Con i cantanti, che io considero anche come attori, abbiamo cercato un’espressività che fosse il più possibile essenziale, proprio perché la musica di Bellini è una musica molto espressiva e semplice, che non ha bisogno di aggiunte. Il lavoro che abbiamo fatto è stato quello di creare un percorso condiviso, aperto ma diretto all’essenzialità. Naturalmente si è trattato di un lavoro che ha coinvolto tutti, dai cantanti al coro fino ai costumi con l’ideazione di Nicoletta Ceccolini, che fa dialogare le epoche e mette al centro colori decisi per i personaggi femminili, per ricordarci che sono i veri protagonisti di questa opera.

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