Alla cena del National Republican Congressional Committee tenutosi a Washington il 9 aprile scorso Donald Trump parlando dei paesi stranieri che vogliono trattare con lui sui dazi ha dichiarato: «Questi Paesi ci chiamano, mi baciano il culo, stanno morendo dal desiderio di fare un accordo … So quel che diavolo sto facendo» (parole pronunciate ancora una volta il successivo 1° maggio, durante un discorso tenuto all’Università dell’Alabama). Ma tant’è. Nel tempo del free speech tutto è permesso. E pensare che nel 2024 la parola “rispetto” è stata incoronata dalla Treccani come parola dell’anno per la sua “estrema attualità e rilevanza sociale”, se non altro come auspicio per il nuovo anno. Un atteggiamento, così lo definisce la stessa Treccani, “… di stima, attenzione, riguardo verso una persona, un’istituzione, una cultura …” generato dalla consapevolezza di vivere in un intreccio inestricabile di relazioni e che, proprio per tale ragione, dovrebbe essere centrale in ogni progetto pedagogico, fin dalla prima infanzia, come sostengono Valeria Della Valle e Giuseppe Patota, condirettori del vocabolario.
Sempre più analfabetismo, sempre meno empatia
Secondo la rilevazione del Programme for the International Assessment of Adult Competencies (PIAAC), condotta dall’OCSE per il 2024, nella lettura e comprensione di un testo, nelle competenze di calcolo e nella capacità di affrontare e risolvere problemi, gli italiani (dai 16 ai 65 anni) sono low performer, ben al di sotto della media europea con un significativo peggioramento (del 7%) rispetto alla rilevazione precedente. Con un’iperbole potremmo dire che da “culla della cultura” siamo divenuti covile di un analfabetismo funzionale che cela una dimensione strutturale più profonda e che si riflette sul piano più strettamente spirituale. Perché quelle competenze di literacy, numeracy e problem solving sono essenzialmente precondizione di benessere e integrazione sociale e il loro progressivo impoverimento un vero e proprio rischio per la democrazia.
Scrive Jürgen Habermas in Nuovo mutamento della sfera pubblica e politica deliberativa (2024) che il dominio delle nuove tecno-oligarchie e la diffusione delle tecnologie mediatiche determinano una distorsione della realtà, sostituendo l’approfondimento con l’approssimazione, il sapere con la comunicazione, l’informazione con la conoscenza, e privando le persone – monadi irrimediabilmente disperse nei meandri del web – della loro autonomia di pensiero e giudizio critico e, dunque, della loro capacità di riconoscersi parte di una comunità. Insomma, quell’analfabetismo funzionale crescente documentato dall’OCSE, testimoniato dall’incapacità di approfondire e comprendere la realtà, sembra svelare un significato più profondo e preoccupante rappresentato dall’incapacità delle persone di empatia, di comprensione dell’altro e di attitudine a cogliere, in una dimensione civile, il valore etico ed esistenziale che restituisce umanità al nostro vivere comune. Neanche più l’arte, la musica e la letteratura riescono a ricucire un tessuto sociale ormai irrimediabilmente lacerato da volgarità, rabbia ed egoismi e che sembra disvelare progressivamente scenari futuri distopici, inimmaginabili perfino per Herbert George Wells o Suzanne Collins.
Questi nostri tempi “sconvenienti”
Nel 1970, nel meraviglioso film d’animazione Gli Aristogatti della Walt Disney, Duchessa ammoniva i suoi gattini “Minou … questo non è comportarsi da signora e Bizet il tuo comportamento è molto sconveniente per un vero gentiluomo … Gli aristogatti non si esercitano a fare a morsi e unghiate o cose simili … badate che è sconvenientissimo! … dovete diventare amabili, attraenti e avere dei modi aristocratici. E adesso Matisse tu vai a dedicarti alla tua pittura … e tu, buono Bizet, accomodati e suonami la tua bella canzone …”. Sembra un’era geologica fa.
Avevo scordato parole come “rispetto”, “sconveniente” o “amabile”, spazzate via da un gergo tribale (penso, per esempio, a parole come bicht) che ormai costella le nostre esistenze quotidiane, pubbliche e private, e che domina il mondo dello spettacolo, dal cinema all’intrattenimento fino alla musica. Quel mondo che fino a qualche anno fa era quello della musica di Lucio Battisti, Riccardo Cocciante e Claudio Baglioni, e di quel brillante cinema italiano – dal neorealismo di Vittorio De Sica e Pietro Germi alla commedia all’italiana di Alberto Sordi e Monica Vitti – che raccontava di un mondo in cambiamento, senza cedere ad alcuna volgarità o turpiloquio. E ancora ricordo con una certa nostalgia i confronti televisivi di quelle civilissime tribune elettorali moderate da Jader Jacobelli in cui i partiti si confrontavano con garbo e rispetto pur nelle differenze, a volte radicali, delle diverse posizioni politiche. Per non parlare delle lezioni del maestro Alberto Manzi in Non è mai troppo tardi, vere perle di sapere guidate dall’idea di una cultura inclusiva, capace di fare coesione e comunità.






























