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LA RECENSIONE DI “NOTIZIE DEL MONDO” DI GREENGRASS

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Distribuito nelle sale cinematografiche statunitensi dal 25 dicembre 2020 e approdato su Netflix il 10 febbraio 2021, “Notizie dal mondo” di Paul Greengrass, con Tom Hanks ed Helena Zengel, è l’adattamento cinematografico del romanzo “News of the World” di Paulette Jiles. 

Siamo in Texas, è il 1870. Sono trascorsi cinque anni dalla guerra di secessione americana. Il Capitano Jefferson Kyle Kidd è un veterano che ha combattuto dalla parte dei confederati e che adesso gira per le città leggendo le notizie dei giornali. Addosso un mucchio di ferite e un passato con cui non è ancora il tempo di fare i conti. Attorno a sé un mondo che fa fatica ad adattarsi al nuovo, che impicca i neri nei Paesi “di razza bianca”, che semina incertezze e sfoca i contorni di un futuro tutto da costruire. 

Il Capitano è diretto verso il Red River quando si imbatte in una bambina bionda, dagli occhi azzurro cielo: la paura impressa in volto, la selvatichezza e i capelli corti, tagliati a lutto, a parafrasare le intuibili avversità. La prima parola che pronuncia è “casa”, ma sembra che una casa in cui fare ritorno non vi sia. Dai documenti si presume abbia vissuto con gli indiani, dopo essere stata strappata alla famiglia, tedesca d’origine. 

Il tempo di dare una degna sepoltura al nero impiccato e i due si mettono in viaggio. Brevi soste a leggere notizie, raccogliendo stupore, commenti, repliche alle ultime federali e agli emendamenti. No, le giacche blu non sembrano essere d’aiuto. Si soffre, sono tempi duri per tutti. 

Johanna Leonberger, o Cicala figlia di Trasforma Acqua e Tre Macchie, si avventa intanto sullo zucchero, canta a tavola e apprende per la prima volta una parola capace di spalancarle infiniti universi: storia. Sono del resto le storie a tenere in vita. È la capacità dell’essere umano di custodirle ad assegnare una parvenza di tollerabilità all’esistenza. 

A Jefferson Kyle Kidd forse le storie non bastano più, ma qui la solitudine dell’individuo impatta con il destino ancora da scrivere di Johanna, cui serve ancora ricordare e costruire.

Fatte salve le sequenze di azione che si confanno al genere western, nella sorvegliata rivisitazione di Greengrass, è a bocce ferme che si intrecciano i due destini sfregiati. La regia scommette, e vince, sugli sguardi, sui gesti impercettibili dei protagonisti, esseri dissimili ma fusi dal medesimo desiderio di ritrovare un luogo, materiale e metaforico, eleggibile a dimora. 

Avremmo scommesso su Tom Hanks per questa prova attoriale che, giocando di sottrazione, richiede attenta misura. Era difatti sottilissima la linea di confine che separava questo composto Capitano dai cowboy e dai pistoleri western di Ford e Leone. La sceneggiatura di Luke Davis e dello stesso Greengrass offriva di fatto spunti tali da poter facilmente varcare i confini del genere e approdare su quella terra, cinematograficamente di mezzo, ove coabitano azione da road movie e introspezione da dramma.  

A impressionare, per tutti i 118 minuti, è però la destrezza della giovanissima Helena Zengel, candidata ai Golden Globes e già insignita di numerosi riconoscimenti. Nella sua interpretazione la cifra emotiva attorno cui ruota tutta la vicenda. 

Un personaggio incantevole, che maneggia proiettili e festeggia il pericolo scampato, al quale la giovane attrice ha dato consistenza, imprimendo una forza ineguagliabile. Forse dagli indiani con cui ha vissuto ha assorbito doti intuitive e organizzative; certo è che, quando le si pone innanzi una scheggia di passato, Johanna non sa e non vuole esimersi dal dovere di coglierlo a piene mani. Un demone da affrontare è una casa: macchie di sangue sui muri, sulle coperte, un pupazzo da portare via. Prendere la mano del Capitano, a quel punto, vuol dire addomesticare il dolore, andare poco più avanti. 

Lungo la strada incombono intemperie, sciagure. In alcuni momenti non v’è tempo per i demoni e quelli se ne stanno lì, in attesa d’essere affrontati. 

Sullo sfondo l’America selvaggia smitizzata dalla fotografia imparziale di Dariusz Wolski. I colori inospitali a riverberare sulla collettività strappata a forza dal passato e scagliata su una terra irriconoscibile. 

Il destino di Jefferson Kyle Kidd sembra essersi compiuto sotto le armi. Oltre quel tempo indecifrabile e vano per molti versi rimane solo la strada: un percorso da allungare all’infinito per procrastinare la realtà.

Johanna, che a Castroville non trova la “casa” per cui era stato compiuto il lungo viaggio, diventa quindi una ragione valida per riannodare i fili con la vita. La sopravvivenza alla brutalità della guerra un’occasione di riscatto, le notizie dai giornali una scorsa di storie per testimoniare che il mondo, malgrado tutto, va avanti. Coi suoi pesi, i suoi errori, le sue colpe, va avanti. E non muore mai. Piuttosto risuscita, come l’uomo morto di cui Johanna, che finalmente sorride, batte i colpi del desiderio di vivere. 

Giusi Arimatea
Giusi Arimatea è giornalista e critico teatrale iscritta all’ANCT. La sua formazione umanistica si pone al servizio d’ogni esplorazione e lavoro in ambito artistico-culturale. Nel settore giornalistico (cartaceo e online) si occupa prevalentemente di teatro, cinema, letteratura, arte, cronaca e sport. Prolungamento accademico specifico dei settori cinematografico e teatrale sono i percorsi di sceneggiatura, scrittura per corti e drammaturgia. Ha scritto saggi storici, testi per il teatro, soggetti, sceneggiature, dialoghi di cortometraggi e film.

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