CinemaCinema d'autore

“RED DOT” IL THRILLER SVEDESE DI ALAIN DARBORG

0
Tempo di lettura: 3 minuti

“Red Dot”, del regista scandinavo Alain Darborg, è il thriller approdato su Netflix l’11 febbraio.

Una trama apparentemente semplice: giovane coppia, incomprensioni, vacanza, guai. Ed è su questo impianto drammaturgico che avremmo edificato le nostre attese, gustando tra le altre cose i paesaggi innevati del Nord e l’aurora boreale, se un vero e proprio colpo di scena non ci avesse catapultati altrove, a una ventina di minuti dall’epilogo. È bastato pertanto mandare a monte un disegno narrativo che sembrava precorresse già i temi del survival movie, oeventualmente dell’horror, conditi entrambi con gli ingredienti del dramma sentimentale che non guasta mai la portata, per andare a segno e non lasciare che “Red Dot” impinguasse la folta lista delle pellicole lasciate cadere in fretta dalla memoria.

L’interessante scrittura di Darborg e Per Dickson intacca così, con ammirevole ingegno, le certezze alle quali si era avviluppato lo spettatore entrando nel vivo della vicenda. Quando Nadja e David, interpretati da Nanna Blondell e Anastasios Soulis, si ritrovano nel bel mezzo di un solitario panorama montano tutto procede secondo i costrutti più abusati del genere: un’aggressione incomprensibile e l’inizio di un incubo che, per ovvie ragioni, affranca la crisi coniugale.

Al subentrare della violenza senza nome la neve si tinge di rosso: dentro la tenda la testa del cagnolino, in previsione d’una plausibile escalation di orrore che pone fine alla vacanza di Nadja e David. Complice quel presunto razzismo del Nord della Svezia destinato di lì a poco a sfumare.

Di questa giovane coppia abbiamo afferrato quanto basta per collocarla in un orizzonte ordinario: David lavora troppo, Nadja si sente trascurata. Il fulgente inizio della loro storia, con tanto di proposta di matrimonio tra radio e bagno pubblico, si era tramutato in una relazione spenta della quale neppure la gravidanza di Nadja avrebbe potuto ravvivarne i colori. David è un comunissimo uomo, pacato ai limiti della noiosità. Nadja sembrerebbe più impetuosa e risoluta. Non saprei dire, tanto sbrigativamente sono stati radiografati dalla macchina da presa, se male o bene assortiti.

L’interpretazione di entrambi si adegua presumibilmente alla volontà registica di lasciar passare sotto traccia le anime. Tenderemmo a disapprovare questa scelta di rimanere in superficie se non la motivassimo al cambio di rotta della pellicola, quando i banali David e Nadja diventano inconsueti protagonisti d’un episodio per nulla trascurabile e che peraltro li pone innanzi alla loro – volendo essere generosi – colpevole viltà.

I confini tra il bene e il male non sono più così distintamente definiti. Dell’istinto comune di sopravvivenza avevamo già avuto sentore quando, con estrema facilità, si erano liberati di chiunque potesse lontanamente costituire una minaccia. Nadja, poi, sa essere fredda e spietata come un consumato sicario.

A indirizzare sui binari del thriller è piuttosto un avvenimento che appartiene al passato di entrambi e assume d’emblée le sembianze di quelle mostruosità delle quali la vita, presto o tardi, presenta il conto ai responsabili.

Siamo comprensibilmente ben distanti dalle vette del cinema crudo e vendicativo del regista coreano Park Chan-wook, ma il tema della vendetta, nelle molteplici declinazioni cui si presta, è tutte le volte funzionale al riequilibrio delle parti, come dei carichi, delle colpe da espiare.

Smessi i panni del personaggio secondario cui si assegna appena un dialogo, il cordiale vicino (Thomas Hanzon) attira lo sguardo compassionevole dello spettatore ancor più di quanto non facciano i due coniugi perseguitati e tormentati.

A qualcuno tocca morire, a qualcun altro sopravvivere: due espiazioni entrambe. E in volata si giunge ai titoli di cosa, con la sensazione di aver appena lambito la tragedia, senza tuttavia afferrarla.

“Red Dot” non sarà incluso nella top ten cinematografica del 2021, eppure ne abbiamo molto apprezzato la qualità dell’insieme, la sterzata drammaturgica in corsa, la sontuosità della location, la scomposizione diligente, inquietante, quantunque svelta, della vendetta.

Giusi Arimatea
Giusi Arimatea è giornalista e critico teatrale iscritta all’ANCT. La sua formazione umanistica si pone al servizio d’ogni esplorazione e lavoro in ambito artistico-culturale. Nel settore giornalistico (cartaceo e online) si occupa prevalentemente di teatro, cinema, letteratura, arte, cronaca e sport. Prolungamento accademico specifico dei settori cinematografico e teatrale sono i percorsi di sceneggiatura, scrittura per corti e drammaturgia. Ha scritto saggi storici, testi per il teatro, soggetti, sceneggiature, dialoghi di cortometraggi e film.

C.Re.S.Co. S’INTERROGA SULLA RIAPERTURA DEI TEATRI: NON E’ UN PAESE PER FRAGILI

Articolo precedente

IL TEATRO STABILE DI TORINO PRESENTA ON-LINE “LE BESTIE”

Articolo seguente

Ti potrebbero interessare

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

More in Cinema