Dopo Philadelphia, il film del 1993 diretto da Jonathan Demme e interpretato da stelle del calibro di Tom Hanks e Antonio Banderas, Denzel Washington, Jason Robards e Joanne Woodward, mi ero convinto che l’umanità a volta impara, o quantomeno trae utili riflessioni, dalle tragedie. Non foss’altro per il dolore e la sofferenza che l’epidemia da HIV/AIDS aveva ingenerato pervasivamente nelle persone e nelle loro vite, pubbliche e private. Seppur con qualche difficoltà, in effetti, si era si cominciato a parlare di amore e sentimenti tra persone dello stesso sesso, ma anche della più efferata e impietosa crudeltà di cui il mondo è capace producendo odio e risentimento, discriminazione e stigmatizzazione, violenza ed emarginazione. Sceneggiatura, interpretazioni e musica hanno valso al film uno scrigno di riconoscimenti preziosissimi, dagli Oscar fino ai Golden Globe come Miglior attore a Tom Hank e Miglior canzone a Bruce Springsteen (Streets of Philadelphia). Ed è anche per questo che il film ha avuto un gran successo di pubblico incassando nel mondo, secondo i dati di Box Office Mojo, quasi 207 milioni di dollari.
Qualche anno più tardi, il successo planetario della brillante, esilarante e soprattutto “favolosa” serie Sex and the City, prodotta dalla geniale HBO, ideato da Darren Star e tratto dall’omonimo romanzo di Candace Bushnell, sembrava ricollegarsi a quella discussione fondata su un’idea di relazioni sentimentali sane ed emancipate, lontana da stereotipi e pregiudizi, epurata da quella nebula di tabù che per secoli ha avvelenato la vita delle persone e compromesso il loro desiderio di emancipazione. Se Carrie Bradshaw (Sarah Jessica Parker), Miranda Hobbes (Cynthia Nixon), Charlotte York (Kristin Davis) e Samantha Jones (Kim Cattrall) sono le quattro amiche alla ricerca dell’amore della vita a cui dichiarare “eternamente tuo, eternamente mia, eternamente nostri” – come dice Mr Big (Chris Noth) a Carrie nel primo film sequel della serie, citando una lettera di Ludwig van Beethoven – il vero protagonista onnipresente è il sesso protetto, interpretato magistralmente da un condom presente in tutti i letti, in tutte le borsette, in tutti i cassetti e gli “armadi delle gioie”. E se è vero che il mondo dell’arte si fa sempre anticipatore di desideri e bisogni, tendenze e cambiamenti, tutto ciò rafforzava ulteriormente il convincimento che ormai quel paradigma ancestrale di matrice patriarcale, che aveva distorto il legame tra le persone e l’universo del sesso e della sessualità, stava tramontando.
L’epidemia da HIV/AIDS e la storia che non insegna nulla
Ma tant’è, era solo un’illusione. Quel paradigma, responsabile di visioni distorte e tossiche, spesso patologiche, del sesso e della sessualità, così invalidante le relazioni sentimentali e familiari, e che proprio nella politica ha riscoperto il suo più potente alfiere, agendo in maniera concentrica su ambiti e livelli differenti, ha continuato a mietere vittime. Nonostante i drammi e le sofferenze che hanno accompagnato l’esplosione della prima ondata epidemica di HIV già dagli anni ‘80, i progressi compiuti dalla medicina sul piano clinico-terapeutico e i programmi di educazione e prevenzione avviati dalle istituzioni governative e sanitarie in tutto il mondo, l’evolversi del quadro epidemiologico dell’epidemia da HIV/AIDS e delle infezioni sessualmente trasmissibili (STIs) degli ultimi anni ha dimostrato che i comportamenti sessuali a rischio sono ampiamente diffusi soprattutto tra i giovani per ragioni legate a conoscenze infondate e informazioni approssimative che contribuiscono alla sottovalutazione e banalizzazione dei rischi. E così all’ampia diffusione dei rapporti condomless si associa anche la scarsa propensione al testing che determina frequenti casi di diagnosi tardive.
Secondo i dati più recenti della World Health Organization (WHO) e del Joint United Nations Programme on HIV/AIDS (UNAIDS) i dati sono sempre più preoccupanti. Secondo il report di UNAIDS Aids, crisis and the power to transform (2025) dall’inizio dell’epidemia a livello globale sono 91,4 milioni le persone che sono state contagiate dal virus dell’HIV e oltre 44 milioni i decessi collegati. Sempre a livello globale, alla fine del 2024 erano 40,8 milioni le persone contagiate dall’HIV, con un’incidenza di 1,3 milioni di nuovi casi e 630 mila decessi per cause correlate. Non va meglio sul piano delle STIs che compromettono significativamente la salute e la vita delle persone. Fermo restando che sono oltre 30 gli agenti patogeni trasmissibili (che possono essere trasmessi sessualmente e verticalmente, ossia da madre a neonati), le più comuni STIs prevenibili e curabili sono la Chlamydia trachomatis (clamidia), la Neisseria gonorrhoeae (gonorrea), la Trichomonas vaginalis (tricomoniasi) e Treponema pallidum (sifilide) con una prevalenza a livello globale tra i 15 e i 49, pari a oltre 374 milioni di casi.
In Italia, secondo i dati più recenti dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), nel 2023 i nuovi casi di infezione da HIV sono 2.349 (età mediana di 42 anni, maschi nel 76% dei casi). Ma se dal 2012 al 2020 si era osservata una diminuzione delle nuove diagnosi di HIV, dal 2021 al 2023 si è rilevato un aumento progressivo soprattutto in regioni come il Lazio, l’Emilia-Romagna e l’Umbria. Tra i dati epidemiologici quello che allarma sempre di più è che nell’86,3% dei casi si tratta di contagi legati a rapporti sessuali condomless(38,6% tra Men who have sex with men; 26,6% eterosessuali maschi; 21,1% eterosessuali femmine). Sempre secondo i dati dell’ISS, dal 1991 al 2021, sono oltre 151 mila i nuovi casi di STIs, con un incremento pari al 37,4% registrato dal 2005 al 2016 e un ulteriore incremento del 17,6% dal 2020 al 2021 (il 71,8% dei casi tra gli uomini, il 28,2% tra le donne ed età mediana di 32 anni).
Il ruolo delle istituzioni e la rilevanza dell’educazione
Ecco perché a partire dal dicembre 2015, con il Report Health in 2015: from MDGs to SDGs la WHO ha posto particolare attenzione all’epidemia da HIV/AIDS e alla diffusione delle STIs, così come del resto, già nell’aprile 2016, il Consiglio Superiore di Sanità e il Ministero della Salute italiani hanno pubblicato un documento dal titolo Le infezioni sessualmente trasmesse in cui sottolineano la necessità di “… aumentare i livelli di sensibilizzazione e informazione … sui comportamenti dannosi per la salute rivolti ai giovani … secondo un doppio binario: quello della costruzione di percorsi formativi-informativi con il massimo coinvolgimento del target al quale gli stessi sono destinati e quello della comunicazione efficace”. Ma il nostro Paese sconta un gap che solo il decision maker può colmare, poiché non esiste nei curricula scolastici la disciplina dell’educazione sessuale o all’affettività, nonostante le diverse proposte di legge depositate dagli anni ‘70 in Parlamento, anche per via delle implicazioni etiche che impediscono una serena discussione pubblica e un proficuo confronto politico e parlamentare. I dati epidemiologici tracciano un quadro a tinte fosche, ulteriormente aggravato dalla diffusione di nuovi modelli comportamentali a elevato rischio di contagio, fondati su conoscenze approssimative e superficiali che si associano a una generale sottovalutazione del fenomeno, soprattutto tra i giovani, millennials e post millennials.
Michela Marzano in un articolo dal titolo “Se il gender a scuola aiuta a combattere le discriminazioni”, pubblicato nell’ottobre del 2016 su la Repubblica, scriveva già che lo scopo della scuola è anche, e forse soprattutto, quello di mettere un po’ di ordine nel mondo, di costruire i presupposti di un vivere insieme in cui ci si accetta indipendentemente dalle proprie differenze e, dunque, di combattere ogni forma di discriminazione e bullismo. Tale circostanza si rivela tanto più importante se pensiamo che nella postmodernità la comprensione del mondo è veicolata per larga parte dal web, dalle nuove realtà online e dalle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, in cui centrale diventa la categoria del rischio (si pensi a fenomeni come il sexting, il cyberbullismo o il grooming). Come ha scritto Anthony Giddens in Runaway world. How globalization is reshaping our lives (1999), in un mondo mutevole e sfuggente come quello contemporaneo, le istituzioni democratiche per essere tali, devono rispondere ai bisogni, alle istanze e alle preoccupazioni dei cittadini con decisioni pubbliche sempre più incisive per tutelarne condizioni e qualità di vita.
In alcuni casi, proprio il nostro Paese ha ostacolato in sede europea l’approvazione di decisioni che avrebbero consentito l’adozione di standard comuni e vincolanti sul tema. Era il 26 settembre 2013, quando il Parlamento europeo fu chiamato a esprimersi sul documento 2013/2040 (INI) On sexual and reproductive health and rights, presentato da Edite Estrela, deputata del Partito socialista portoghese, nel quale si sottolineava il valore della salute quale bene primario, in quanto diritto propedeutico all’esercizio di altri diritti. Nello specifico, nei punti dal 43 al 48, il documento rilevava la necessità indifferibile di rendere obbligatorio l’insegnamento dell’educazione sessuale nelle scuole primarie e secondarie e l’urgenza di sviluppare e attuare programmi e corsi di educazione e formazione post-laurea obbligatori sui temi riguardanti la salute sessuale e i diritti riproduttivi. Ma il documento venne respinto, proprio per il voto contrario dell’Italia.
Il caso italiano
Con il report A mapping and review of sexual behaviour survey data for the prevention of sexually transmitted infections in the EU/EEA, 2019–2024 (2025), lo European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC) ha mostrato una preoccupante disaffezione all’uso del preservativo, soprattutto tra i più giovani (15-25 anni). Tali circostanze impongono la necessità di una revisione urgente delle strategie di sensibilizzazione e comunicazione sul tema, ponendo al centro interventi strutturali e sistematici che prevedano l’inserimento dell’educazione sessuale e all’affettività nei curricula scolastici. Tra i Paesi che in Europa hanno inserito la disciplina nei piani di studio scolastici vanno citati il Lussemburgo (1970), l’Irlanda (1990), la Lettonia (1998), la Lituania (2002), l’Olanda (1990), la Polonia (1966), il Portogallo (1991), il Regno Unito (1986), l’Austria (1970), il Belgio (1984), la Danimarca (1991), la Germania (1968). Tali esperienze hanno fornito alle diverse organizzazioni internazionali le necessarie evidenze per sottolineare l’importanza dell’educazione sessuale che, nei fatti, configura educazione alla salute e al rispetto per le persone.
Tuttavia, a fronte delle policies e delle raccomandazioni adottate nel tempo da numerose istituzioni – come il Dipartimento per le politiche interne dell’Europarlamento (Policies for sexuality education in the European Union, 2013), l’UNESCO (International technical guidance on sexuality education, 2009), la Commissione europea (La lotta contro l’HIV/AIDS nell’Unione europea e nei Paesi vicini, 2009–2013, 2009), il Centre for Health Education e WHO (Sexuality education: what is its impact?, 2016) o la World health assembly (Risoluzione WHA64.14, Implementation of the International Health Regulations, 2011), solo per citarne alcune – la disciplina di educazione sessuale o all’affettività nelle scuole, manca dai curricula delle nostre scuole, così come nelle scuole di paesi come la Bulgaria, la Lituania, la Polonia, la Romania e l’Ungheria.
E se, dunque, l’Italia era già indietro, con il ddl Valditara “in materia di consenso informato in ambito scolastico” – che prevede che, sia alle medie che alle superiori, la partecipazione degli studenti minorenni alle attività didattiche sui temi legati alla sessualità sia subordinata al consenso dei genitori – la sensazione è che si stia facendo un ulteriore passo indietro. Proprio mentre la cronaca di questo Paese, dopo le 106 vittime di femminicidio dello scorso anno censite dall’ISTAT, solo nel mese di ottobre 2025 ha registrato altre 72 vittime.
Resta un fatto. Come ha scritto Carlo Verdelli in “Il passo indietro nelle scuole”, sul Corriere della Sera del 18 ottobre scorso “… il modello Valditara-Meloni ha innestato una retromarcia culturale che, dietro il paravento della cristiana protezione dei minori da non si sa bene cosa, nasconde altro: per esempio, l’elevazione della «normalità» a totem unico e quindi a obiettivo che la scuola deve aiutare a perseguire, sgombrando il terreno da possibili e temibili deviazioni”. Tutto questo in una perfetta coincidenza di intenti con quell’America di Donald Trump che, cancellando e mettendo fuori legge tutte le parole etichettate come espressione della cultura woke (quasi 200, secondo l’articolo “These words are disappearing in the new Trump administration” pubblicato sul New York Times il 7 marzo scorso), è convinta di rimettere ordine al mondo. Anche se l’unico, autentico e innegabile peccato di quelle parole era quello di dar conto della complessità del reale e della vita delle persone.






























