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Rubrica nata dalla collaborazione tra AGIS e Università Telematica Internazionale Uninettuno che esplora le dinamiche del mutamento sociale nella contemporaneità a partire da riflessioni legate al mondo dello spettacolo, dell’arte e della cultura.

 

Responsabile Scientifico

Carmelo Guarino, docente di Mutamenti sociali, democrazia e patrimonio culturale presso la Facoltà di Beni Culturali dell’Università Telematica Internazionale Uninettuno

2021 storming of the United States Capitol - Da Wikimedia

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Società al tramonto?

di Carmelo Guarino

Tempo di lettura: 3 minuti

Ad aprile del 2024 è uscito nelle sale cinematografiche italiane il film “Civil war” diretto da Alex Garland, che già a maggio aveva incassato oltre 100 milioni di dollari in tutto il mondo. Sul New York Times, Manohla Dargis, ha definito il film “Un’opera di fantascienza sconvolgente” che racconta “il malessere dell’anima di una nazione”. Inevitabile trarne alcune riflessioni. Del resto il film racconta la crisi strutturale della democrazia americana e il decadimento di una società irrimediabilmente attraversata da divisioni e conflitti sociali mai risolti, che anzi nel tempo si sono acuiti. La sceneggiatura è essenziale, ma al tempo stesso efficace, poiché il plot oltre a descrivere un possibile scenario apocalittico generato dal clima politico e sociale del Paese, prende lo spunto da avvenimenti accaduti realmente, a partire dall’assalto del 6 gennaio 2021 alla sede del Congresso americano a Washington. Proprio per questo tutto appare inquietante e drammaticamente possibile, ed è reso ancora più inquietante dalla XVIII edizione del Global Peace Indexelaborato dall’Institute for Economics & Peace del 2024: ci sono 56 conflitti attivi nel mondo, 92 paesi coinvolti, 162 mila vittime nel 2023 e 47 mila solo nei primi mesi del 2024, costi economici incrementati dello 0.83% rispetto al passato che per il 2024 ammontano a 19.1 trilioni di dollari equivalenti al 13.5% del PIL mondiale, corrispondenti a 2.380 dollari per persona. 

Dalla Cancel culture alla rabbia sociale

Lo sappiamo, prima o poi quello che accade negli USA arriva anche da noi. Basti pensare a quel neoliberismo di stampo reaganiano alle cui sirene neanche le socialdemocrazie europee hanno saputo resistere e che, come scrive Wolfgang Streeck in Globalismo e democrazia pubblicato nel 2021, progressivamente si è esteso su scala globale. Si pensi anche alla Cancel culture che polarizzando in maniera sempre più violenta segmenti sociali diversi (uomini/donne, suprematisti/minoranze etniche, etero/comunità LGBTQIA+, repubblicani/democratici) rischia di disgregare definitivamente quel residuo di società che già Alain Touraine nel 2004 aveva presagito in Un nouveau paradigme. Pour comprendre le monde aujourd’hui. Siamo dinanzi a mutamenti inimmaginabili di cui non comprendiamo ancora portata e significato e che attraversano tutti i paesi del mondo: dal disagio delle democrazie alla crisi dei partiti tradizionali, dal fenomeno pervasivo delle dimissioni di massa (Great resignation) all’affermazione delle forze sovraniste, nazionaliste e di ultradestra nel mondo, fino al crollo irrefrenabile della natalità e dei matrimoni, nell’assenza di un’autentica nuova narrazione capace di rifuggire da spiegazioni approssimative, ingannevoli politicamente e intellettualmente esecrabili. 

Ma c’è qualcosa di ancora più profondo che pare celarsi dietro queste tendenze e che sembra montare in maniera preoccupante nella retorica pubblica, dal dibattito politico-culturale alla vita privata di ognuno di noi. Mi riferisco a quella tensione emotiva che Pankaj Mishra ha descritto a più riprese, da L’età della rabbia pubblicato nel 2017 a Le illusioni dell’Occidente del 2021: la rabbia, appunto. In effetti, Carlo Invernizzi-Accetti in Vent’anni di rabbia del 2024 ci ricorda che la successione di numerosi fenomeni nell’ultimo ventennio (dal movimento no-global a quello no-vax, dall’attentato alle Torri gemelle al Vaffa-day di Beppe Grillo, da Occupy Wall Street alla Brexit dal #MeToo al #BlackLivesMatter, fino alla rielezione di Donald Trump) testimonia plasticamente la diffusione planetaria di un risentimento generalizzato nei confronti dell’ordine costituito e delle socialdemocrazie contemporanee.

La storia che si ripete e le promesse disattese delle democrazie contemporanee

Forse alla base di quella rabbia ci stanno le promesse disattese delle democrazie liberali che progressivamente stanno lasciando il posto a quelle democrazie illiberali che nel dibattito contemporaneo sono definite “democrature”: la crescita delle disuguaglianze sociali, la perdita del potere d’acquisto dei lavoratori, l’arroganza delle élite nei confronti delle fasce più povere della popolazione, l’inarrestabile violazione dei diritti umani, anche nei Paesi occidentali. Con il rischio di far franare quell’edificio civile faticosamente costruito a partire dalla seconda metà del ‘900. Se ci pensiamo, la II guerra mondiale è finita qualche decennio fa. Molti dei testimoni di quegli orrori sono scomparsi e non possono più raccontarli. Qualcuno è ancora vivo, ma scoraggiato dal clima politico che si respira. La memoria dei campi di sterminio, delle camere a gas e delle persecuzioni, dei rastrellamenti e delle deportazioni, sembra essere caduta nell’oblio, mentre nella discussione politica tendono a diffondersi e a consolidarsi posizioni sempre più divisive, xenofobe e razziste. Anche in Europa, anche nel nostro Paese. E anche nella Chiesa. Mentre le forze moderate e progressiste sembrano aver perso la bussola e le ultradestre tendono a guadagnare, come accaduto alle ultime elezioni europee, posizioni sempre più preoccupanti, dall’Alternative für Deutschland in Germania al Rassemblement National in Francia. E mentre molti nella discussione pubblica rispolverano il saluto nazista “Sieg heil” e qualcuno addirittura rievoca i forni crematori.

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