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Rubrica nata dalla collaborazione tra AGIS e Università Telematica Internazionale Uninettuno che esplora le dinamiche del mutamento sociale nella contemporaneità a partire da riflessioni legate al mondo dello spettacolo, dell’arte e della cultura.

 

Responsabile Scientifico

Carmelo Guarino, docente di Mutamenti sociali, democrazia e patrimonio culturale presso la Facoltà di Beni Culturali dell’Università Telematica Internazionale Uninettuno

Forced Displacement of Gaza Strip Residents During the Gaza-Israel War 23-25, fonte via Wikimedia

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Sull’orlo dell’abisso

di Carmelo Guarino

Tempo di lettura: 5 minuti

Il 21 agosto scorso, Javier Bardem, premio Oscar per il film dei fratelli Joel ed Ethan Coen No country for old men del 2007, su uno dei suoi social ha condiviso un video di qualche anno fa e che aveva già suscitato una grande indignazione internazionale, in cui un soldato dell’Idf spara a un palestinese al confine con Gaza, nell’acclamazione trionfante e tra i commenti entusiastici dei suoi commilitoni. Il video era accompagnato da un post in cui l’attore ha scritto: “L’Idf è nazista. Ricordate Amon Göth in Schindler’s List? Un sadico ufficiale delle SS che sparava ai prigionieri dal suo balcone solo per divertimento. Incarnava la banalità del male e l’impunità della crudeltà all’interno di un apparato militare oppressivo. Oggi, la stessa logica di terrore e disumanizzazione è quella che l’Idf applica contro il popolo palestinese”.

Nell’editoriale del 7 agosto 2025 dal titolo “Why Israel must hold itself to account”, The economist scrive che con la sua Dichiarazione d’indipendenza del 14 maggio 1948, Israele aveva abbracciato i diritti umani “indipendentemente da religione, razza o sesso”. Ma oggi, continua l’editoriale, “la giusta guerra di Israele contro i terroristi che hanno massacrato il suo popolo il 7 ottobre 2023 si è trasformata in morte e distruzione su scala biblica. La maggior parte della Striscia è in rovina, milioni di civili sono stati sfollati e decine di migliaia sono stati uccisi. Eppure Benjamin Netanyahu non può fermarsi”. Sembra trascorsa un’era geologica da quando Amos Oz nel 2010, come ha ricordato Paolo Lepri sul Corriere della Sera del 22 agosto scorso, diceva che “Abbiamo bisogno di vivere uno accanto all’altro piuttosto che uno contro l’altro”. In realtà sono passati appena 15 anni. Ma questo non rende meno drammatico quell’eterno conflitto mediorientale che ha costretto due popoli a vivere in una spirale infernale di odio e risentimento, morti e sofferenze senza fine, le cui ragioni sembrano dileguarsi nei meandri della storia. Al punto che David Grossman, definito da Ezio Mauro come “la coscienza della nostra epoca”, sulle pagine de La Repubblica del 1° agosto scorso ha dichiarato: “con immenso dolore e con il cuore spezzato, devo constatare che quello che sta accadendo di fronte ai miei occhi è genocidio”.

I bambini uccisi a Gaza e l’estetica della guerra

Ma tant’è, in questo universo contemporaneo, il bene comune sembra essersi dissolto per effetto di un fenomeno di ritorno che storici e intellettuali definiscono come “estetizzazione della violenza”, “richiamo alla bellezza della guerra”, “sublimazione estetica della lotta e della sopraffazione”. Alla stessa maniera quel fenomeno pare aver travolto inesorabilmente anche quell’ideale di solidarietà tanto caro a Friedrich Nietzsche e che in Così parlò Zarathustra (1883-1885) riassumeva in un solo principio morale, sintesi di tre diverse specie di “amore verso i più lontani”: chi è “lontano per classe sociale” (i più poveri), chi è “lontano nello spazio” (per esempio i popoli dell’Africa o del Sud-Est asiatico), chi è “lontano nel tempo” (le generazioni future). Come ha scritto recentemente Adriano Favole su La lettura del 13 luglio scorso, “Nel tempo in cui l’Onu è umiliata dai veti, i sovranisti fanno la guerra ai Tribunali e alle Corti internazionali, le Ong sono criminalizzate, il diritto internazionale è sostituito dagli autoritarismi nazionali … come è possibile che non riusciamo a vedere nei bambini uccisi a Gaza il volto dei nostri figli, a provare pietà per i giovani massacrati da Hamas, per gli ucraini uccisi dalle bombe russe o per il milione di ragazzi russi morti sul fronte? L’universalismo muore quando la guerra e il riarmo diventano il modo per risolvere le contese internazionali e anche quando l’indignazione diventa posizionamento e tifo per una parte o per l’altra”.

Verso un nuovo ordine mondiale 

Le ragioni per il dolore ingenerato da questa vicenda sono davvero tante: dalla sinistra ambiguità dei governi occidentali alla fatale debolezza dell’UE, dal meschino benaltrismo e dall’ipocrisia perbenista degli intellettuali radical chic fino all’immorale e ingiusto dileggio di certa stampa nei confronti dei tentativi della società civile di vicariare una politica ormai inesorabilmente delegittimata, incapace di affrontare i grandi fenomeni della contemporaneità. Eppure le dimensioni dell’abisso umano riescono sempre a stupire per profondità inimmaginabili. Tutte le volte che la politica sembra avere toccato il fondo, accade sempre qualcosa che mi sorprende, costringendomi a ricredermi. E se Trump imponendo un vero e proprio stress test alle istituzioni nazionali e internazionali, ai paesi occidentali e del Sud del mondo, sta cambiando irreversibilmente l’ordine mondiale, non sembra meno grave la metamorfosi antropologica che ha prodotto, a partire dall’uso delle parole, del linguaggio. Il raziocinio, le capacità argomentative, il confronto politico costruttivo che un tempo incanalavano la rabbia in un progetto politico, hanno ceduto il passo a un pensiero esile, breve che si alimenta di emotività, acuendo frustrazioni, paure, risentimento, rabbia. 

Gli inquietanti scenari che i fatti di Capitol Hill del 6 gennaio 2021 lasciavano presagire, hanno assunto consistenza. A partire da quel free speech che ha demolito irrimediabilmente quelle norme morali che, seppur flebilmente, tenevano insieme le persone, le comunità e che si è rivelato tanto esecrabile sul piano etico quanto esiziale su quello sociale. Riusciamo a parlare di guerra e di sofferenza, di deportazione di popoli o di morte delle persone con la stessa esaltazione testosteronica dei tifosi allo stadio o al bar sport. Frasi pronunciate dal presidente americano a giugno scorso come “Gli impianti di Fadow, Natanz e Isfahan sono stati completamente distrutti, è stato uno spettacolare successo militare” o “Il raid a Fordow ha messo fine alla guerra, essenzialmente è stata la stessa cosa di Hiroshima e Nagasaki”, “Netanyahu è eroe di guerra, è un brav’uomo” rivelano un abisso di rara profondità. Così come il video postato su Truth in cui alcuni bombardieri americani sganciano bombe sulle note della parodia di Barbara Ann dei Regents, intitolata Bomb Iran, sulle strofe “… Bombarda, bombarda, bombarda, bombarda l’Iran” o la più recente frase pronunciata dal segretario di stato americano a settembre scorso a proposito dei cartelli della droga operanti nel mare dei Caraibi o in Ecuador: “li faremo saltare in aria”.

Parole (irresponsabili) in libertà

Nel suo Il principio responsabilità del 1979 Hans Jonas, sottolineava la necessità di riscoprire la dimensione etica dell’intero genere umano a partire dall’ineludibile assunzione di responsabilità nel contesto delle relazioni sociali, valutando gli effetti e le conseguenze che le nostre azioni, le nostre scelte o i nostri comportamenti possono determinare sugli altri, sull’intero mondo. Quel richiamo non ha avuto alcun effetto. Piuttosto, nonostante siano ancora vivi testimoni e memorie degli orrori del secolo scorso come Liliana Segre, che c’hanno spiegato l’importanza della “mitezza” e dell’“uso responsabile delle parole”, sulla scena mondiale si ripropone con forza qualcosa di antico: quell’estetica della guerra che non a caso si ritrova nelle parole con le quali, nel suo Fondation et manifeste du futurisme del 1909 Filippo Tommaso Marinetti inneggiava, glorificandola, alla guerra:

[…] vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna. Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica e utilitaria.

Nel video postato da Javier Bardem, mentre il cecchino spara contro un palestinese lontano dal confine di Gaza, si sentono gli applausi di uno dei soldati. E mentre un gruppo di persone accorre per portare via l’uomo colpito dal cecchino, il fotoreporter che era con i soldati israeliani urla: “Wow! Che video! Sì! Figlio di puttana. Che video! Guarda stanno correndo per evacuarlo … Che video leggendario”.

That’s all folk!

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