Il dietro le quinte che riempie gli occhi dello spettatore, nella capitale la sartoria di classe dentro alla quale brulicano vita e arte, la quotidiana esistenza di molte donne che, dagli anni Settanta, assurge a metafora d’una condizione femminile senza tempo, l’omaggio al cinema che rimane quando tutto sparisce, l’eternità della memoria che valica la contingenza delle cose.
Questi i presupposti del film “Diamanti”, uscito nelle sale italiane il 19 dicembre 2024, al quale Ferzan Özpetek ha cucito addosso abiti eleganti, come quelli della sartoria dentro cui convergono le storie delle protagoniste. La cornice è sontuosa, l’interno però è tale e quale alla vita: faticoso, allegro, imprevisto, doloroso, sorprendente, crudele, bizzarro. E l’interno è un cast di ben diciotto donne che il regista turco convoca per dare vita a un progetto tanto ambizioso quanto, a mio avviso, caotico.
Ché ad ammonticchiare storie di violenza, d’amori smarriti, di lutti, di ribellione, di emarginazione e di tanto altro ancora, benché le si sfiori tutte con inusitato garbo, si corre il rischio di compendiare troppo, di non approfondire nulla. Così che le storie concorrano a quell’elegante affresco del quale ammiriamo l’insieme, ma non cogliamo le infinite sfumature.
Che Özpetek ci abbia regalato uno spazio intimo, quantunque affollato, nel quale apprendere il valore della solidarietà tra donne è una evidenza. Che l’abbia fatto mischiando volutamente vita e arte è altrettanto lampante, giacché l’esplorazione del mondo ove si confezionano i costumi per la scena è già di per sé una maniera straordinaria di avvinghiare i due universi. Che il suo tocco sia garbato, onesto e riguardoso è un dato altrettanto inconfutabile. Mancano piuttosto gli affondi necessari a imprimere spessore a tutti gli squarci di vita passati in rassegna. Non in termini di minutaggio, già a mio parere cospicuo, ma di riflesso quanto meno al giro di ricognizione. Quando la presenza didascalica di Elena Sofia Ricci dà l’idea di un finale sul quale non si è ragionato abbastanza.
Al netto della cagionevolezza di singoli frammenti, “Diamanti” è comunque un film del quale il grande pubblico apprezza le irruzioni in quel mondo inesplorato della sartoria ove tutto è magico, ove l’amore, l’amicizia, il lavoro acquisiscono le tinte accese delle stoffe, ove la vita diventa persino più tollerabile.
La coralità della pellicola è un coerente richiamo all’unione, in ambito professionale, che genera incanto. È la consapevolezza che l’ascolto, la comprensione, il conforto siano, dentro e fuori le mura della sartoria, gli strumenti necessari per fronteggiare i pericoli, le difficoltà, per superare gli ostacoli che pone innanzi la vita.
Gli uomini, tra i diamanti tutti al femminile, sono ora manichini, ora registi isterici, ora mariti violenti, ora mariti inconsistenti, ora amanti schiacciati dal senso del dovere. Tra questi, Stefano Accorsi, Luca Barbarossa, Vinicio Marchioni. Non potevano che splendere donne come quelle cui ha dato consistenza e luminosità Özpetek. Sono Luisa Ranieri, Jasmine Trinca, Vanessa Scalera, Sara Bosi, Loredana Cannata, Geppi Cucciari, Anna Ferzetti, Aurora Giovinazzo, Nicole Grimaudo, Milena Mancini, Paola Minaccioni, Elena Sofia Ricci, Lunetta Savino, Carla Signoris, Kasia Smutniak, Mara Venier, Giselda Volodi, Milena Vukotic. E sono attrici che parlano senza dire, che riempiono la scena e che, tra un fotogramma e l’altro che le dispone tutte insieme, sanno farsi trovare pronte dalla macchina da presa che ne fissa il volto in primo piano. Senza alcun artificio stilistico, senza che la volontà del regista possa troppo vincolare le attrici. Quasi fosse il momento di lasciare andare. Quello di dare spazio alle donne e semplicemente ammirarle, ora che finalmente si muovono come vogliono, come sanno.
Özpetek si prende concretamente la scena nei momenti, per fortuna occasionali, in cui si tenta una riflessione sul cinema mal riuscita. O meglio, una riflessione che se avesse trovato altre strade avrebbe certamente alleggerito la pellicola, cuciti meglio i lembi delle singole storie e, così facendo, giovato alla resa complessiva dell’opera.
Se chiudo gli occhi, ancora adesso, rivedo la sartoria e sento Mina, rivedo il pranzo all’aria aperta e guardo le donne fumare e cantare sulle note di Patty Pravo. Quando tutto assume i colori accesi delle cose, e della vita, io ritrovo insomma l’Özpetek che amo di più e quel senso di raggiante libertà che ho assaporato in molti suoi film. Anche tra l’abbandono, il dolore, la morte, io l’assaporavo.
“La magia del cinema non sta in quello che si vede, ma in quello che si sente” è del resto la frase di Elena Sofia Ricci a chiusura del film. Ed è una grande verità contenuta però nella pellicola sbagliata, quella in cui vedi di più con gli occhi e senti meno, molto meno col cuore. Fulgido l’omaggio alla bellezza intramontabile dell’arte, con la dedica su titoli di coda a Mariangela Melato, Virna Lisi e Monica Vitti. Opaco quello alla bellezza della vita, troppo sbrigativamente liquidate le singole storie che avrebbero potuto comporla.





























