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"Fuori", un film di Mario Martone (2025) - Foto via Press Area di 01 Distribution

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“Fuori”: il ritorno di Martone nel mondo di Goliarda Sapienza

Tempo di lettura: 3 minuti

Uscito nelle sale il 22 maggio, “Fuori” segna il ritorno alla regia di Mario Martone con un’opera liberamente ispirata ai romanzi autobiografici di Goliarda Sapienza. Una esplorazione rigorosa, benché personale, del mondo dell’autrice siciliana oltre le mura di Rebibbia. 

La pellicola attraversa con sguardo partecipe un’esperienza esistenziale densa e complicata, inscritta nell’arco di un’estate, quella del 1980, in cui la grande storia si insinua, discreta e al contempo ineludibile, nelle pieghe delle vicende intime della protagonista.

Goliarda Sapienza è una donna in lotta con sé stessa e con un mondo che fatica a riconoscerla. Si muove tra ostacoli tangibili e condizionamenti sociali, cercando una direzione, uno spazio che finalmente l’appaghi. Intanto “L’arte della gioia” continua a essere rifiutato e non rimane che riporlo in un baule, come un desiderio sproporzionato rispetto all’angustia del contesto. 

Sullo sfondo, la strage alla stazione di Bologna e gli ultimi bagliori del terrorismo segnano in modo inequivocabile il tempo in cui si muove la vicenda, senza interferire direttamente nella vita della scrittrice, ma restando lì, appena accennati nel film, eppure inesorabili. Un tempo che incombe, che pretende memoria.

La sceneggiatura, firmata da Mario Martone e Ippolita Di Majo, sembra orientarsi verso temi che travalicano la biografia di Goliarda Sapienza. Più che un ritratto individuale, “Fuori” è un film al femminile: un’indagine sulle donne che si cercano e si smarriscono, su quelle che, una volta fuori dal carcere, riconquistata la libertà, contrariamente a quanto ci si aspetterebbe, si ritrovano a non sapere cosa farsene.

Così la narrazione, scandita da continui flashback che riportano alla vita dentro Rebibbia, riesce a trascendere la complessità dell’esistenza di una sola donna per abbracciare un ventaglio più ampio, certamente non meno intricato, di storie e destini. 

Per dare corpo a questo mosaico antropico, Martone si affida a un ensemble di attrici straordinario, capace di restituire con verità e delicatezza le diverse dimensioni dell’esperienza femminile. Quindi compie uno scarto qualitativo nella regia: il segno stilistico è inconfondibile, la macchina da presa costruisce sequenze intime e quotidiane, echi sottili della Nouvelle Vague, intervallate da momenti che ampliano il respiro narrativo e infondono allo spettatore un senso di libertà.

Notevole per intensità visiva e sonora è la scena in cui Goliarda e le amiche viaggiano in auto, con il vento che scompiglia loro i capelli, e agita pure i pensieri, sulle note in sottofondo di Duke Ellington e John Coltrane.

Grazie inoltre al contributo sostanziale della fotografia di Paolo Carnera, il film si arricchisce di sequenze visive di grande suggestione, che bilanciano i limiti narrativi di una sceneggiatura dal ritmo a tratti poco coinvolgente.

Meritano un approfondimento particolare le interpretazioni femminili. Valeria Golino restituisce una Goliarda lacerata tra la volontà di cambiare e la tentazione di arrendersi. Matilda De Angelis, letteralmente in stato di grazia, dà vita a Roberta, giovane eroinomane sotto processo per banda armata, con un passato segnato da reati precedenti. Un personaggio cinico, modellato dall’assenza d’affetto, che non esita ad aiutare, alla sua maniera e senza alcuna esitazione, chi si trova sull’orlo del baratro. 

Non sfigura accanto a loro Elodie, che interpreta Barbara, una donna desiderosa di riscatto e con un presente da ricostruire, o tutt’al più da armonizzare con l’eleganza di una profumeria.

Contribuiscono inoltre all’equilibrio del cast Corrado Fortuna, Antonio Gerardi, Carolina Rosi, Francesco Gheghi, Daphne Scoccia, Francesco Siciliano, Ondina Quadri, Sonia Zhou.

Si sottolinea altresì come le emozioni e le pulsioni più intime delle protagoniste cui per un tempo più o meno lungo è stato precluso l’universo maschile siano state trattate con estrema delicatezza. Il loro è un legame autentico, nato dalla costrizione e dalla necessità di condivisione all’interno delle mura carcerarie, che però si eleva rapidamente a una dimensione esistenziale e intima inaccessibile al mondo maschile.

Talune sequenze, come quella del brindisi consumato in disparte, nel retrobottega, ne fissano con nitidezza i contorni. E l’essenza.

Elemento fondamentale della pellicola è il tempo, cui Martone assegna paradossalmente il ruolo primario di delimitare i due spazi opposti: il dentro e il fuori. Tuttavia, le sensazioni che la gente comune – quella che non ha mai conosciuto il carcere – tende ad attribuire a ciascuna delle due condizioni, vengono messe in discussione attraverso un’inversione di prospettiva. Perché c’è sempre un punto di vista alternativo, perché tutto è relativo, e perché persino la libertà si dischiude in spazi insospettati, luoghi che mai avresti immaginato.

Nel cinema di Martone, anche quando si ha la sensazione di abitare pienamente il presente, ogni dettaglio ha del resto il potere di trascinarti nel gorgo della storia. Intanto che lo sguardo sul mondo muta a seconda della velocità con cui lo si attraversa.

Infine c’è Roma. Quella del tempo e fuori dal tempo. Una città che sa farsi prateria aperta o gabbia soffocante, che è insieme passato e presente, fuga e rifugio. I suoi colori, restituiti con straordinaria sensibilità visiva, rappresentano uno dei maggiori pregi di una pellicola formalmente pregevole, capace di catturare lo spettatore attraverso le immagini, anche nei silenzi. Anche quando l’inquietudine prende il sopravvento e l’esistenza si condensa in un whisky con molto ghiaccio, da mandare giù di fretta. Per non sentire più niente.

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