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Musica, Storie di Musica

Musica antica: un patrimonio da preservare e riscoprire

Tempo di lettura: 3 minuti

C’è un filo rosso che collega l’antico e il moderno, il passato e il presente, che attraversa il mondo e la storia. Così come la musica viaggia nello spazio e nel tempo, mettendo in dialogo dimensioni diverse tra loro dell’animo umano. Ne è convinto Flavio Colusso, compositore, musicologo e direttore impegnato nel grande repertorio lirico e sinfonico e in molte prime assolute.

Fondatore dell’Ensemble Seicentonovecento, è Maestro di cappella della Chiesa Teutonica di Santa Maria dell’Anima, della Cappella Musicale di San Giacomo e della Cappella Musicale Theatina.

Tramandare e riscoprire i testi di musica antica e di musica sacra significa non solo preservare l’integrità un patrimonio culturale e artistico inestimabile, dandogli nuova vita, ma anche fornire una nuova lettura del nostro tempo”.

Che ruolo ha un direttore e Maestro di cappella un questo dialogo tra antico e contemporaneo?

Il Maestro di cappella è una figura misconosciuta, perché è il compositore che dirige le sue musiche. Poi via via, quando si è andato affievolendo questo ruolo, che il compositore ha ceduto il passo all’interprete, allora si è pensato che il Maestro di cappella sia un direttore di coro. Ma non è così. C’è una stretta connessione fra il respiro, la luce della liturgia e la musica, che non è adornamento del rito ma è parte del rito stesso.

La musica non deve avere un aspetto esornativo, di animazione della liturgia. Il ruolo del Maestro di cappella è diverso da quello di un direttore, che interpreta una musica. Il Maestro di cappella dovrebbe eseguire la musica che lui stesso ha composto e insegnarla ai musici, all’assemblea e ai sacerdoti”. 

La musica non invecchia: viene tramandata nel tempo, riletta e reinterpretata.

Il problema della rilettura è una dimensione complessa. Fino ai primi dell’Ottocento non si eseguiva la musica del passato ma solo quella della propria generazione. Con l’eccezione della musica del Palestrina, che veniva tramandate come un faro nella Cappella Giulia a San Pietro e nella Cappella Sistina. Ma se non ci fosse stato un movimento di musicisti e di cultori delle arti in Europa, tra cui l’abate Santini, Franz Liszt e altri colleghi, oggi non avremmo potuto interpretare neanche Bach e Mozart”.

Sono tanti gli spartiti e i libretti di brani e di melodie andati perduti nel corso dei secoli. Quanto conosciamo della musica che ci è arrivata oggi e quanto ancora c’è da scoprire?

“Sono più di tanti: sono la maggior parte. La quantità di cose che noi possediamo oggi sono un nulla rispetto a quello che è stato prodotto in passato. Una goccia nel mare. E tantomeno quello che oggi viene eseguito abitualmente.

Molto del patrimonio musicale che si è prodotto nel corso dei secoli è andato perso a causa di incendi, di distruzioni, o perché sono stati persi o trafugati.

Se poi questo materiale, come avveniva spesso, veniva pubblicato non in partitura ma in parti separate, ecco che oggi ci ritroviamo che di una messa, di un madrigale o di una sinfonia, mancano alcune parti dell’intera composizione”. 

C’è un modo per recuperare questo immenso lavoro?

Una riscoperta oggi vuol dire tirare fuori dall’oblio un testo, cartaceo o manoscritto che sia, nella sua interezza. O, se è un testo di particolare pregio o interesse, ricostruirlo per ridonargli questa interezza che ha perso. Qui il Maestro di cappella, o il compositore, possono ricostruire quello che manca, per non perdere tale patrimonio inestimabile”.

Ma in questo modo non si avrà la certezza di riascoltare la composizione per intera nella sua forma originale.

Se ne ricostruisce una fruizione, oppure una risonanza. Ricordiamoci che nell’arte e nella musica, così come nella vita, non esistono delle certezze. È una fruizione mutevole, perché cambia a seconda di chi l’ascolta, la percepisce e la interpreta. Non possiamo dare certezze, ma solo opinioni e interpretazioni, più o meno accreditate”.

La fede religiosa può essere letta come una dimensione più personale della musica, considerata invece un linguaggio più universale. Come si parlano queste due anime?

Prendendo in prestito le parole di Giovani Paolo II, ti risponderei «tutta la musica è sacra». Ognuno di noi ha una dimensione spirituale e la musica è in grado di entrare e attraversare questa dimensione, senza preconcetti e senza colorature di parti. Ma anche l’universalità della musica non è assoluta. In questo spazio c’è quel dialogo di cui parliamo”.

Vede l’esecuzione della musica sacra sempre legata al culto o può essere eseguita anche in altre occasioni?

Certo che può essere eseguita altrove. Anzi, molto spesso viene suonata e cantata altrove. Ma quando viene proposta nel contesto per la quale viene creata acquisisce il respiro, la luce e un significato anche diverso e molto più profondo.

Oggi siamo un po’ troppo abituati a de-funzionalizzare le cose, ad esempio ascoltiamo “la donna è mobile” mentre ci facciamo la barba. Una volta per sentire Verdi dovevi necessariamente andare a teatro. Lo stesso vale per tutta la musica, e quindi anche per la musica sacra”.

Flavio Colusso
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