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"Diciannove" di Giovanni Tortorici - Foto via Ufficio Stampa Biennale Cinema

Recensioni Film

“Diciannove” anni di solitudine, l’opera prima di Giovanni Tortorici

Tempo di lettura: 2 minuti

Presentato nella sezione Orizzonti della 81esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, “Diciannove“, opera prima di Giovanni Tortorici, è un autoritratto che riesce ad essere qualcosa di non semplice: sincero. Sincero nel coraggio di mostrare senza filtri anche le parti più scabrose del sé e sincero nel farlo senza scendere a compromessi, attraverso una forma che diventa via via più sperimentale e personale nel corso del film.

Leonardo, diciannove anni, palermitano, dopo una breve parentesi a Londra dove vive con la sorella lascia la facoltà di economia per tornare in Italia, a Siena, in quella che dovrebbe essere la miglior facoltà di letteratura. Appassionato di autori classici italiani e con una fervente ritrosia verso l’imbarbarimento del linguaggio del ‘900, presto si distacca da quel mondo universitario di manualistica e di citazioni di citazioni per studiare direttamente dai materiali originali e da loro interpretazioni illustri, isolandosi di fatto dalla società.

Come in un utero materno, Leonardo passeggia tra le antiche vie strette e chiuse di Siena, abbracciato dalla culla di piazza del campo e chiuso nella sua gabbia di auto-repressione morale, da cui evade solamente quando ritrova vecchi conoscenti di Palermo con cui fare serata.

Un’opera prima che esprime un’urgenza creativa, di raccontare e di raccontarsi

“Diciannove” riesce a fare diverse cose interessanti e degne di nota: a raccontare in maniera dinamica e mai noiosa per 109 minuti la storia di un personaggio la cui caratteristica principale è l’in-azione, la noia, il desiderio di annullarsi, grazie anche ad una buona dose di (auto)ironia, ma soprattutto riesce a far emergere l’energia e la rabbia di questo personaggio.

I diciannove anni del protagonista fuoriescono nella critica ai maestri, in particolare i professori universitari svogliati (da sbattere come mostri in prima pagina) e in una avvolgente carica sessuale che, in un costante coito interrotto, sembra non risolversi mai completamente. La sessualità è infatti una parte centrale di “Diciannove”, di cui Tortorici non risparmia neanche gli aspetti più scabrosi, come l’erezione con Salò di Pasolini, o più intimi, come sguardi segreti che potrebbero far intuire una possibile attrazione omosessuale. 

Il regista, classe ’96, riesce a mostrare questa carica sessuale non tanto attraverso la sua esplosione, ma piuttosto nella sua costrizione, qualcosa di profondo e complesso da portare sullo schermo e che il regista tratta con sensibilità e originalità. Probabile che su questo sia stato proficuo anche il confronto con il produttore del film Luca Guadagnino, un maestro nel trattare la sessualità sul grande schermo.

Grande merito va sicuramente anche a Manfredi Marini, attore esordiente che riesce nel suo peregrinare distaccato a ricordare un mix tra Ian Curtis dei Joy Division e Lou Castel de “I Pugni in Tasca” di Marco Bellocchio, ma in una versione più immatura e meno definita, in quella fase in cui ci si avvia all’età adulta ma ancora non si ha ben chiaro chi si è veramente. 

Tra studio, dibattiti accademici, meme brutti e ricerche internet improbabili e voyeuristiche (ma che sotto sotto così improbabili non sono), “Diciannove” cresce via via nelle dosi di sperimentazione visiva, proponendo all’improvviso momenti allucinati, sogni animati, fermo immagine mossi che ricordano il cinema anni ’70, stacchi di montaggio frenetici, sfocature e didascalie da film muto. Una grande libertà espressiva che rende “Diciannove” un’opera prima coraggiosa e personale, in cui il regista cerca di giocare con il medium cinematografico e le sue peculiarità narrative. Leonardo vuole diventare uno scrittore su fogli di carta, Giovanni scrive per il cinema, per suoni ed immagini.

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